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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Il signor Roberto Chiachiella e il bisogno del padrone

Il signor Roberto Chiachiella e il bisogno del padrone

Satira di Luigi Palamara


Roberto Chiachiella non entra nel dibattito politico.

Ci cade dentro.

Come una pentola dal balcone.

Fa rumore, spaventa i passanti e poi pretende pure che si discuta dell’eleganza della caduta.

La sua politica sembra avere una regola semplicissima: se una frase può essere detta normalmente, lui deve urlarla; se può essere spiegata, deve deformarla; se può essere discussa, deve trasformarla in rissa.

Il pensiero viene dopo.

Molto dopo.

A volte non arriva proprio.

Ma non importa: nel frattempo il titolo è uscito, il video gira, qualcuno applaude e qualcun altro s’indigna.

Missione compiuta.

Perché il vero mestiere del Chiachiella contemporaneo non è governare.

È occupare spazio.

Televisivo, social, emotivo.

Qualunque spazio.

Purché ci sia una telecamera.

È la politica trasformata in un citofono rotto: continua a suonare anche quando nessuno ha più voglia di aprire.

E attorno al citofono, naturalmente, si raduna il pubblico.

Il pubblico del capo.

Quello che non chiede un’idea: chiede una voce più grossa della propria.

Non cerca una soluzione: cerca qualcuno che trasformi la sua rabbia in uniforme.

Non vuole essere convinto.

Vuole essere comandato con entusiasmo.

Ed eccoci al vero miracolo italiano.

Un popolo che passa la vita a dichiararsi allergico ai padroni e poi, appena ne intravede uno abbastanza rumoroso, corre a chiedergli dove firmare.

Da trent’anni assistiamo alla stessa processione.

Arriva l’uomo nuovo.

Promette di demolire tutto.

Gli italiani lo portano in trionfo.

Quattro stagioni dopo scoprono che anche lui aveva bisogno della poltrona.

E allora ne cercano un altro.

Più nuovo.

Più arrabbiato.

Più definitivo.

È il fast food del messianismo politico: consumare preferibilmente caldo, prima che scada.

Chiachiella prospera esattamente lì.

Nel punto in cui il cittadino smette di chiedere:

«Che cosa proponi?»

e comincia a chiedere:

«Chi dobbiamo odiare oggi?»

Ed ecco che tutto diventa semplice.

Un nemico.

Uno slogan.

Una provocazione.

Un applauso.

Una clip di venti secondi.

Il pensiero critico può accomodarsi fuori.

Non è in lista.

La cosa straordinaria è che ogni Chiachiella si presenta come l’ultimo ribelle rimasto sulla Terra.

Nemico del sistema.

Combattente solitario.

Uomo contro l’establishment.

Poi lo guardi meglio e scopri che il suo sogno più rivoluzionario resta quello di sedersi al centro del sistema con una sedia più grande degli altri.

È una rivoluzione con rimborso spese.

Una marcia su Roma con parcheggio riservato.

Una ribellione che finisce puntualmente davanti a un microfono.

Ma la colpa sarebbe troppo facile attribuirla soltanto al personaggio.

Il Chiachiella esiste perché qualcuno lo desidera.

Perché c’è sempre una platea pronta a confondere il volume con il coraggio, l’arroganza con la forza, la semplificazione con la verità.

E quando il pensiero diventa faticoso, il capo diventa comodissimo.

Pensa lui.

Urla lui.

Indica lui.

Il seguace deve soltanto applaudire.

È una forma di pensionamento anticipato della coscienza.

Per questo il Chiachiella non è semplicemente un uomo politico.

È uno specchio.

E negli specchi, purtroppo, non sempre appare quello che vorremmo vedere.

A volte appare un Paese che si proclama libero mentre cerca disperatamente qualcuno a cui obbedire.

Un Paese che insulta i servi ma adora i padroni.

Un Paese che vuole l’uomo forte purché gli risparmi la fatica di diventare cittadino.

E allora il problema non è soltanto Roberto Chiachiella.

Il problema è la platea che, ogni volta che sente battere un pugno sul tavolo, scambia il rumore per autorevolezza.

Il Chiachiella passa.

Il bisogno del padrone, invece, resta.

Ed è quello, forse, il vero padrone di tutti.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco, detto L’Arciere

@luigi.palamara Il signor Roberto Chiachiella e il bisogno del padrone Satira di Luigi Palamara Roberto Chiachiella non entra nel dibattito politico. Ci cade dentro. Come una pentola dal balcone. Fa rumore, spaventa i passanti e poi pretende pure che si discuta dell’eleganza della caduta. La sua politica sembra avere una regola semplicissima: se una frase può essere detta normalmente, lui deve urlarla; se può essere spiegata, deve deformarla; se può essere discussa, deve trasformarla in rissa. Il pensiero viene dopo. Molto dopo. A volte non arriva proprio. Ma non importa: nel frattempo il titolo è uscito, il video gira, qualcuno applaude e qualcun altro s’indigna. Missione compiuta. Perché il vero mestiere del Chiachiella contemporaneo non è governare. È occupare spazio. Televisivo, social, emotivo. Qualunque spazio. Purché ci sia una telecamera. È la politica trasformata in un citofono rotto: continua a suonare anche quando nessuno ha più voglia di aprire. E attorno al citofono, naturalmente, si raduna il pubblico. Il pubblico del capo. Quello che non chiede un’idea: chiede una voce più grossa della propria. Non cerca una soluzione: cerca qualcuno che trasformi la sua rabbia in uniforme. Non vuole essere convinto. Vuole essere comandato con entusiasmo. Ed eccoci al vero miracolo italiano. Un popolo che passa la vita a dichiararsi allergico ai padroni e poi, appena ne intravede uno abbastanza rumoroso, corre a chiedergli dove firmare. Da trent’anni assistiamo alla stessa processione. Arriva l’uomo nuovo. Promette di demolire tutto. Gli italiani lo portano in trionfo. Quattro stagioni dopo scoprono che anche lui aveva bisogno della poltrona. E allora ne cercano un altro. Più nuovo. Più arrabbiato. Più definitivo. È il fast food del messianismo politico: consumare preferibilmente caldo, prima che scada. Chiachiella prospera esattamente lì. Nel punto in cui il cittadino smette di chiedere: «Che cosa proponi?» e comincia a chiedere: «Chi dobbiamo odiare oggi?» Ed ecco che tutto diventa semplice. Un nemico. Uno slogan. Una provocazione. Un applauso. Una clip di venti secondi. Il pensiero critico può accomodarsi fuori. Non è in lista. La cosa straordinaria è che ogni Chiachiella si presenta come l’ultimo ribelle rimasto sulla Terra. Nemico del sistema. Combattente solitario. Uomo contro l’establishment. Poi lo guardi meglio e scopri che il suo sogno più rivoluzionario resta quello di sedersi al centro del sistema con una sedia più grande degli altri. È una rivoluzione con rimborso spese. Una marcia su Roma con parcheggio riservato. Una ribellione che finisce puntualmente davanti a un microfono. Ma la colpa sarebbe troppo facile attribuirla soltanto al personaggio. Il Chiachiella esiste perché qualcuno lo desidera. Perché c’è sempre una platea pronta a confondere il volume con il coraggio, l’arroganza con la forza, la semplificazione con la verità. E quando il pensiero diventa faticoso, il capo diventa comodissimo. Pensa lui. Urla lui. Indica lui. Il seguace deve soltanto applaudire. È una forma di pensionamento anticipato della coscienza. Per questo il Chiachiella non è semplicemente un uomo politico. È uno specchio. E negli specchi, purtroppo, non sempre appare quello che vorremmo vedere. A volte appare un Paese che si proclama libero mentre cerca disperatamente qualcuno a cui obbedire. Un Paese che insulta i servi ma adora i padroni. Un Paese che vuole l’uomo forte purché gli risparmi la fatica di diventare cittadino. E allora il problema non è soltanto Roberto Chiachiella. Il problema è la platea che, ogni volta che sente battere un pugno sul tavolo, scambia il rumore per autorevolezza. Il Chiachiella passa. Il bisogno del padrone, invece, resta. Ed è quello, forse, il vero padrone di tutti. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco, detto L’Arciere #chiachiella #robertovannacci #luigipalamara #aspromonte #roccafortedelgreco ♬ audio originale - Luigi Palamara

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