Il caso Vannacci-Siracusano. Politica o spettacolo? Quando la provocazione diventa propaganda.
Manipolare l'immagine di una persona e trasformare l'indignazione in carburante social svuota il dibattito pubblico. A forza di confondere il rumore con il consenso, si rischia di restare soli.
Che ne pensi di questa opzione più sintetica?
Un punto che Roberto Vannacci, detto Chiachiella, sembra voler saltare a piè pari.
La questione non è stabilire se una fotografia artefatta con l’intelligenza artificiale sia, secondo il suo personale metro di giudizio, “volgare”, “oltraggiosa” oppure no. La questione è un’altra: quella fotografia riguardava una persona reale, Matilde Siracusano, ed è perfettamente legittimo domandarsi quale effetto possa avere avuto sulla diretta interessata e sulle persone che l’hanno vista.
Liquidare tutto sostenendo che “non si vede nulla” significa spostare il problema. Il punto non è soltanto ciò che materialmente appare nell’immagine, ma il fatto che l’immagine di una persona sia stata manipolata e utilizzata all’interno dello scontro politico.
E invece, nel post pubblicato oggi, Vannacci rilancia.
Ringrazia sarcasticamente Matilde Siracusano, sostiene che la sua indignazione finirà per regalare a Futuro Nazionale un “balzo in avanti nei sondaggi” e arriva a scherzare sul fatto che saranno gli avversari a fargli la campagna elettorale.
È proprio qui che la vicenda diventa politicamente significativa.
Perché davanti a una contestazione si può spiegare, argomentare, persino rivendicare una scelta. Oppure si può trasformare tutto nell’ennesima provocazione, nella convinzione che ogni polemica equivalga automaticamente a consenso.
Ma la politica non può ridursi a questo: provocare, attendere la reazione e poi contare visualizzazioni, commenti e presunti punti percentuali.
Dire in anticipo che una polemica produrrà un aumento nei sondaggi non dimostra che quell’aumento esisterà davvero. È un’affermazione politica, non un dato. E soprattutto rivela una concezione della comunicazione nella quale persino l’indignazione altrui viene trattata come carburante pubblicitario.
Vannacci scrive: “Adesso vado al mare, la campagna elettorale a Futuro Nazionale la fanno gli altri”.
Una battuta, certamente. Ma anche una fotografia piuttosto precisa del problema.
Quando il dibattito pubblico diventa una gara permanente a chi provoca di più, il confine tra politica e spettacolo si assottiglia fino quasi a scomparire. E quando ogni critica viene interpretata come una vittoria perché “tanto porta voti”, si rischia di entrare in un circuito autoreferenziale nel quale qualsiasi reazione diventa la prova di avere ragione.
Non è detto che funzioni così.
La sovraesposizione può produrre attenzione, ma attenzione e consenso non sono sinonimi. E i sondaggi, quelli veri, si misurano: non si proclamano dentro un post Facebook.
Il problema, quindi, non è sapere se Roberto Vannacci andrà davvero al mare o se alla prossima cena brinderà a Matilde Siracusano.
Il problema è capire quale idea di politica vogliamo vedere nel confronto pubblico: quella nella quale si discute nel merito, anche duramente, oppure quella nella quale un’immagine manipolata genera una polemica, la polemica genera un’altra provocazione e la provocazione viene immediatamente trasformata in presunta propaganda vincente.
Perché a forza di confondere il rumore con il consenso si può finire per credere che ogni clamore sia un successo.
E non sempre lo è.
A volte è soltanto rumore.
Ancora una volta il Chiachiella rilancia come se avesse una mano vincente, ma le fiches sul tavolo sono sempre meno. Quanto potrà durare questo bluff?
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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