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Gioia Tauro, quando il silenzio pesa più delle parole

Gioia Tauro, quando il silenzio pesa più delle parole

Sette proiettili e una lettera di minacce alla sindaca Simona Scarcella

​La denuncia della prima cittadina sulle intimidazioni ricevute e sull'assenza di risposte adeguate da parte della Prefettura e della politica. "Lo Stato deve essere presente, non si può lasciare solo chi amministra".

L'Editoriale di Luigi Palamara 


In alcuni momenti le istituzioni parlano troppo. E in altri parlano troppo poco o addirittura per nulla.

Questa, a giudicare dalle dichiarazioni della Sindaca di Gioia Tauro Simona Scarcella, appartiene a quella del silenzio assordante.

Perché qui non siamo davanti a una polemica da consiglio comunale. Non siamo davanti a una schermaglia fra maggioranza e opposizione. Non siamo neppure davanti a una delle tante querelle burocratiche che si consumano fra Palazzo di città e Palazzo del Governo.

Qui ci sono sette proiettili.

Sette.

Recapitati, secondo quanto racconta la sindaca, il 18 dicembre 2025 dentro una busta arrivata a casa sua. Quattro sarebbero riconducibili a munizionamento per Kalashnikov, tre calibro 9x21 Parabellum. Con un biglietto: “Buone feste, sindaco”.

Non è una cartolina.

Non è una metafora.

È un messaggio.

Poi arriva agosto. Il 25 agosto Scarcella scopre una seconda intimidazione, questa volta ancora più vigliacca, perché entra dentro casa senza bisogno di sfondare la porta. Una lettera anonima, scritta a mano, con una frase che non ha bisogno di commenti: “Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane”.

I figli.

È qui che cambia tutto.

Perché si può discutere di politica, di amministrazione, di commissioni, di controlli, di atti, di delibere, di trasferimenti di personale. Si può discutere perfino del sindaco, se si vuole. Anzi, si deve.

Ma quando si pronunciano i figli, la grammatica cambia.

E cambia anche la misura del silenzio.

Scarcella racconta che i suoi ragazzi escono abitualmente con il cane. E dunque quella frase, a suo giudizio, lascia intravedere una conoscenza delle loro abitudini. È questo, dice, uno degli aspetti più inquietanti.

Inquietante è la parola giusta.

Ma non è l’unica.

Ce n’è un’altra: risposta.

Perché da questo punto in poi tutta la vicenda ruota attorno a una domanda banalissima: chi viene minacciato in questo modo, e ricopre per giunta la carica di sindaco, ha diritto a una risposta dello Stato?

Non diciamo una scorta.

Non diciamo una blindatura.

Non diciamo una misura straordinaria.

Diciamo una risposta.

La sindaca sostiene di aver scritto alla Prefettura il 26 agosto attraverso PEC. Dice di possedere la ricevuta di consegna. Racconta di avere atteso undici giorni prima della convocazione del Comitato e lamenta che, nel frattempo, il comunicato della Prefettura abbia fatto riferimento a notizie apprese attraverso i social.

Qui c’è un punto che merita chiarezza.

Perché una PEC è una PEC.

Un video su Facebook è un video su Facebook.

E se l’istituzione era stata formalmente informata prima, la differenza non è cosmetica. È sostanziale.

La Prefettura, naturalmente, avrà le proprie ragioni, le proprie procedure, le proprie valutazioni. Ed è giusto ricordarlo. Le misure di tutela non si decidono in piazza, non si assegnano a furor di popolo e non possono essere il risultato di una pressione mediatica.

Ma proprio per questo sarebbe importante spiegare.

Spiegare cosa è stato fatto.

Spiegare cosa non è stato ritenuto necessario fare.

Spiegare i tempi.

Spiegare i passaggi.

Spiegare, se necessario, anche un no.

Perché un no è una risposta.

Il silenzio no.

Scarcella insiste su un punto che, a ben vedere, dovrebbe essere ovvio: la Commissione d’accesso è una cosa, le minacce sono un’altra.

E invece siamo arrivati al paradosso di doverlo ripetere.

La Commissione d’accesso deve lavorare. Deve verificare. Deve controllare. Deve fare fino in fondo ciò che la legge le assegna. Senza condizionamenti, senza riguardi, senza timori reverenziali.

Ma la presenza di una Commissione d’accesso non rende meno grave una minaccia.

Non riduce il valore di sette proiettili.

Non trasforma in normale una lettera che chiama in causa i figli.

E soprattutto non sospende, per magia, il diritto di un amministratore pubblico a essere valutato sul piano della propria sicurezza.

La sindaca dice di non avere mai attaccato la Commissione. Anzi, sostiene di avere trasmesso alla stessa Commissione diverse segnalazioni riguardanti situazioni che avrebbe ritenuto critiche all’interno del Comune.

Ed è proprio qui che compare quella frase: “Se scrivi ancora”.

Scarcella la collega alle segnalazioni inviate alla Commissione d’accesso.

È una sua interpretazione.

Non è una verità giudiziaria.

E sarebbe grave confondere le due cose.

Ma è un’ipotesi che, provenendo dalla persona direttamente minacciata, non può essere liquidata con un’alzata di spalle.

La sindaca racconta di avere assunto provvedimenti, disposto spostamenti in uffici ritenuti sensibili, effettuato segnalazioni. Racconta, in sostanza, di aver toccato meccanismi interni al Comune che giudicava problematici.

Chi abbia scritto quelle minacce, perché le abbia scritte, a cosa si riferisse esattamente quel “se scrivi ancora”, spetta agli investigatori stabilirlo.

Non ai giornalisti.

Non ai politici.

Non alla sindaca.

Ma proprio per questo serve proteggere il confine fra supposizione e accertamento. E, contemporaneamente, proteggere chi vive dentro quella minaccia.

Poi c’è la parte più imbarazzante.

Non quella giuridica.

Quella umana.

Scarcella dice di non aver ricevuto, per circa quindici giorni, un contatto diretto dal Prefetto.

Dice di essersi aspettata una telefonata.

Non una medaglia.

Non una conferenza stampa.

Una telefonata.

“Stia tranquilla, faremo il possibile.”

Forse nella macchina dello Stato una frase del genere non ha protocollo.

Forse non ha un numero di fascicolo.

Forse non apre una pratica.

Ma è precisamente questo il problema.

Le istituzioni sono fatte di norme, certo.

Ma sono fatte anche di persone.

E se un sindaco dice di sentirsi “completamente abbandonata”, dopo due episodi intimidatori di questo livello, quella frase non può essere archiviata come emotività.

Va ascoltata.

Poi si può anche dissentire.

Ma prima va ascoltata.

Scarcella racconta di avere trovato invece una vicinanza forte nell’Arma dei Carabinieri. Li definisce “eccezionali”. Dice che senza di loro si sarebbe sentita sola.

È un riconoscimento importante.

Ma è anche, indirettamente, una domanda rivolta agli altri pezzi dello Stato.

Dov’erano?

Oppure, più correttamente: cosa hanno fatto e perché la sindaca non lo ha percepito?

Perché questo è il punto vero.

Non basta esserci.

Bisogna che la presenza si veda.

Soprattutto in territori come Gioia Tauro, dove ogni vuoto simbolico viene riempito da qualcun altro.

Da una voce.

Da una paura.

Da un sospetto.

Da un pregiudizio.

O peggio.

Scarcella dice che non pretende necessariamente una scorta. Dice che le sarebbe bastato anche un segnale: una pattuglia davanti casa, davanti al Comune, qualcosa che dicesse che lo Stato c’è.

Si può discutere se una pattuglia fosse tecnicamente necessaria.

Non si può discutere, invece, sul valore politico e istituzionale della domanda.

Perché un amministratore che adotta decisioni impopolari deve sapere che, se viene minacciato, non sarà lasciato nella zona grigia fra coraggio personale e paura familiare.

Altrimenti, come dice lei, si rischia di trasformare gli amministratori in martiri.

Parola enorme.

Forse troppo grande.

Ma non assurda.

Perché il problema non è soltanto la sicurezza del sindaco.

È il messaggio che arriva a chi guarda.

Se chi amministra viene minacciato e appare solo, cosa pensa il prossimo amministratore prima di firmare un atto scomodo?

Cosa pensa un dirigente prima di dire no?

Cosa pensa un funzionario prima di segnalare?

Cosa pensa un cittadino prima di denunciare?

È qui che la vicenda personale diventa vicenda pubblica.

Non perché la sindaca sia più importante degli altri.

Ma perché il sindaco è un simbolo.

E i simboli, piaccia o no, hanno conseguenze.

C’è poi la famiglia.

I figli, racconta Scarcella, hanno cambiato abitudini. Devono essere accompagnati. Lei stessa cerca di non uscire sola. Amici, parenti, amministratori cercano di starle accanto.

Questa è la realtà concreta di una minaccia.

Non il titolo del giornale.

Non il comunicato.

Non la dichiarazione.

La realtà è una porta che prima si apriva e adesso si apre con esitazione.

È un ragazzo che prima usciva e adesso viene accompagnato.

È una madre che controlla l’orologio.

È una famiglia che impara a guardarsi dietro.

E allora torna la domanda più semplice.

Davvero possiamo pretendere che, in una situazione simile, tutto si riduca a un problema di procedure?

No.

Poi viene la politica.

E qui il discorso diventa più scomodo.

La sindaca dice di avere ricevuto molte attestazioni di solidarietà, anche da esponenti politici e da sindaci di Forza Italia.

Ma indica anche un’assenza precisa: Francesco Cannizzaro.

Dice di non aver ricevuto da lui neppure una telefonata privata.

Lo dice senza giri di parole.

E sottolinea che la delusione è soprattutto umana.

Su questo, naturalmente, Cannizzaro avrà tutto il diritto di replicare.

E sarebbe bene che lo facesse.

Perché quando una dichiarazione è così circostanziata, il giornalismo serio non emette sentenze: pone domande.

Ha chiamato?

Non ha chiamato?

Ha espresso vicinanza in altre forme?

Perché quel silenzio, se silenzio c’è stato?

E soprattutto: quanto vale davvero la solidarietà politica quando non costa niente?

Quando c’è una commemorazione, siamo tutti contro la mafia.

Quando c’è una giornata della legalità, siamo tutti dalla parte dello Stato.

Quando c’è un palco, siamo tutti coraggiosi.

La vera misura arriva quando il telefono dovrebbe squillare.

E non squilla.

Scarcella però dice anche un’altra cosa: le minacce non cambieranno il suo modo di amministrare.

Non intende dimettersi.

Non intende arretrare.

Dice di avere agito nel rispetto della legge e nell’interesse della comunità. Ammette che chi lavora può sbagliare. Ma afferma di non avere nulla di cui pentirsi.

E aggiunge che sono proprio i figli a spingerla ad andare avanti.

Qui, per una volta, la retorica sarebbe fuori luogo.

Perché il coraggio, quando è vero, non ha bisogno di aggettivi.

Ha bisogno di conseguenze.

La sindaca parla anche della città.

Rifiuta l’idea che Gioia Tauro debba vivere perennemente sotto una “clava culturale” che la identifica soltanto come terra di mafia.

Ha ragione su un punto essenziale.

Una città non è la sua reputazione.

Una città non è il suo archivio giudiziario.

Una città non è il racconto che altri hanno costruito su di lei.

Ma una città non cambia identità con gli slogan.

Cambia quando lo Stato è credibile.

Quando gli amministratori sono trasparenti.

Quando le istituzioni collaborano.

Quando le minacce vengono investigate.

Quando le protezioni vengono valutate.

Quando le risposte arrivano.

E quando chiunque sbagli, sindaco compreso, viene controllato.

Ecco perché Commissione d’accesso e tutela personale non sono in conflitto.

Sono, al contrario, due facce dello stesso Stato.

Uno Stato serio controlla.

Uno Stato serio protegge.

Può fare entrambe le cose insieme.

Anzi, deve.

La sindaca ha scritto anche al ministro dell’Interno e alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo.

Al momento dell’intervista dice di non avere ricevuto risposta.

Ancora una volta, non c’è bisogno di drammatizzare.

Basta contare i giorni.

E chiedere.

È stato ricevuto il messaggio?

È stata avviata una valutazione?

Ci sarà un riscontro?

Perché alla fine tutta questa storia si riduce a una parola molto meno solenne di “legalità”.

La parola è: presenza.

Presenza dello Stato.

Presenza della politica.

Presenza delle istituzioni.

Presenza umana.

I proiettili fanno rumore anche quando restano dentro una busta.

Le minacce fanno rumore anche quando sono scritte a penna.

Il silenzio, invece, non fa rumore.

Ed è proprio per questo che qualche volta pesa di più.

Se Simona Scarcella abbia ragione su tutto, lo diranno i fatti.

Se le sue interpretazioni sulle origini delle minacce siano fondate, lo diranno le indagini.

Se il Comune abbia operato bene, lo diranno anche gli accertamenti della Commissione.

Ma una cosa può essere detta già oggi.

Una democrazia non dimostra la propria forza quando pronuncia la parola “Stato”.

La dimostra quando qualcuno ha paura e sente bussare alla porta.

E dall’altra parte trova davvero lo Stato.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

Reggio Calabria 8 settembre 2026

@luigi.palamara

Intervista telefonica alla Sindaca di Gioia Tauro Simona Scarcella 8 settembre 2026. Gioia Tauro, quando il silenzio pesa più delle parole Sette proiettili e una lettera di minacce alla sindaca Simona Scarcella ​La denuncia della prima cittadina sulle intimidazioni ricevute e sull'assenza di risposte adeguate da parte della Prefettura e della politica. "Lo Stato deve essere presente, non si può lasciare solo chi amministra". L'Editoriale di Luigi Palamara In alcuni momenti le istituzioni parlano troppo. E in altri parlano troppo poco o addirittura per nulla. Questa, a giudicare dalle dichiarazioni della sindaca di Gioia Tauro Simona Scarcella, appartiene a quella del silenzio assordante. Perché qui non siamo davanti a una polemica da consiglio comunale. Non siamo davanti a una schermaglia fra maggioranza e opposizione. Non siamo neppure davanti a una delle tante querelle burocratiche che si consumano fra Palazzo di città e Palazzo del Governo. Qui ci sono sette proiettili. Sette. Recapitati, secondo quanto racconta la sindaca, il 18 dicembre 2025 dentro una busta arrivata a casa sua. Quattro sarebbero riconducibili a munizionamento per Kalashnikov, tre calibro 9x21 Parabellum. Con un biglietto: “Buone feste, sindaco”. Non è una cartolina. Non è una metafora. È un messaggio. Poi arriva agosto. Il 25 agosto Scarcella scopre una seconda intimidazione, questa volta ancora più vigliacca, perché entra dentro casa senza bisogno di sfondare la porta. Una lettera anonima, scritta a mano, con una frase che non ha bisogno di commenti: “Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane”. I figli. È qui che cambia tutto. Perché si può discutere di politica, di amministrazione, di commissioni, di controlli, di atti, di delibere, di trasferimenti di personale. Si può discutere perfino del sindaco, se si vuole. Anzi, si deve. Ma quando si pronunciano i figli, la grammatica cambia. E cambia anche la misura del silenzio. Scarcella racconta che i suoi ragazzi escono abitualmente con il cane. E dunque quella frase, a suo giudizio, lascia intravedere una conoscenza delle loro abitudini. È questo, dice, uno degli aspetti più inquietanti. Inquietante è la parola giusta. Ma non è l’unica. Ce n’è un’altra: risposta. Perché da questo punto in poi tutta la vicenda ruota attorno a una domanda banalissima: chi viene minacciato in questo modo, e ricopre per giunta la carica di sindaco, ha diritto a una risposta dello Stato? Non diciamo una scorta. Non diciamo una blindatura. Non diciamo una misura straordinaria. Diciamo una risposta. La sindaca sostiene di aver scritto alla Prefettura il 26 agosto attraverso PEC. Dice di possedere la ricevuta di consegna. Racconta di avere atteso undici giorni prima della convocazione del Comitato e lamenta che, nel frattempo, il comunicato della Prefettura abbia fatto riferimento a notizie apprese attraverso i social. Qui c’è un punto che merita chiarezza. Perché una PEC è una PEC. Un video su Facebook è un video su Facebook. E se l’istituzione era stata formalmente informata prima, la differenza non è cosmetica. È sostanziale. La Prefettura, naturalmente, avrà le proprie ragioni, le proprie procedure, le proprie valutazioni. Ed è giusto ricordarlo. Le misure di tutela non si decidono in piazza, non si assegnano a furor di popolo e non possono essere il risultato di una pressione mediatica. Ma proprio per questo sarebbe importante spiegare. Spiegare cosa è stato fatto. Spiegare cosa non è stato ritenuto necessario fare. Spiegare i tempi. Spiegare i passaggi. Spiegare, se necessario, anche un no. Perché un no è una risposta. Il silenzio no. Scarcella insiste su un punto che, a ben vedere, dovrebbe essere ovvio: la Commissione d’accesso è una cosa, le minacce sono un’altra. E invece siamo arrivati al paradosso di doverlo ripetere. La Commissione d’accesso deve lavorare. Deve verificare. Deve controllare. Deve fare fino in fondo ciò che la legge le assegna. Senza condizionamenti, senza riguardi, senza timori reverenziali. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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