Quando il giornalista diventa la notizia
La deriva autoreferenziale dell'informazione
Quando il cronista si mette in scena e dimentica i fatti
La riflessione sul giornalismo che trasforma i territori difficili in passerelle personali, barattando la cronaca con l'autopromozione.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Qualcosa che non torna quando il giornalista, invece di raccontare un fatto, comincia a raccontare se stesso dentro il fatto.
Un cronista va a Platì per un funerale. Bene. È il suo mestiere, se ritiene che lì ci sia qualcosa da capire, documentare, spiegare. Ma la sua presenza non è una notizia. Non lo è il fatto che sia stato accolto bene. Non lo è il racconto compiaciuto di come è stato trattato. E non lo diventa soltanto perché a narrarlo è chi tiene in mano il microfono.
Il punto è proprio questo: il giornalismo dovrebbe illuminare ciò che accade, non illuminare chi lo racconta.
Quando il cronista si mette al centro della scena, il sospetto è inevitabile: che il territorio sia diventato soltanto uno sfondo, una scenografia buona per costruirsi una patente di coraggio, di conoscenza, di familiarità con luoghi considerati difficili. Una specie di certificato: io ci sono stato, io conosco, io posso raccontarvelo.
Ma il giornalismo non è turismo dell’eccezionale. E soprattutto non è una continua autobiografia.
Dire «mi hanno trattato bene» aggiunge poco o nulla alla comprensione dei fatti. Anzi, rischia di trasformare una realtà complessa in un teatrino personale nel quale la domanda fondamentale non è più cosa sia accaduto, ma quanto sia stato bravo il giornalista ad andarci.
È una deriva che stanca.
Stanca anche un altro vizio, ormai quasi rituale: gli stessi personaggi che scelgono gli stessi interlocutori per raccontare sempre le stesse storie. Una piccola cerchia che si intervista, si accredita, si legittima reciprocamente. Sempre i medesimi nomi, le medesime facce, i medesimi salotti mediatici. Cambiano le occasioni, non cambia il copione.
E poi tutti a parlare di una Calabria migliore.
Ma una Calabria migliore non nasce dall’autopromozione travestita da impegno civile. Non nasce dalla gara a chi frequenta il luogo più difficile, conosce il personaggio più discusso o può vantare il retroscena più esclusivo. Nasce, semmai, da un giornalismo capace di rinunciare a qualche centimetro di palcoscenico per concederlo ai fatti.
Perché il problema non è andare a Platì. Il problema è credere che l’essere andati a Platì sia già, di per sé, una storia.
Non lo è.
La storia sono i fatti, le persone, le contraddizioni, le responsabilità, i silenzi. Il giornalista dovrebbe essere lo strumento attraverso cui li comprendiamo, non il protagonista che pretende l’applauso alla fine del servizio.
E quando ogni scelta viene confezionata come una medaglia al merito, il dubbio diventa persino più amaro: che dietro tante proclamazioni sul territorio, sull’impegno e sulla Calabria da cambiare ci sia, in fondo, qualcosa di molto più piccolo.
L’interesse personale.
Ed è forse questa la delusione più grande: scoprire che, dietro il linguaggio dei meriti, delle battaglie e dell’impegno, troppo spesso c’è soltanto la vecchia e banalissima voglia di stare al centro della fotografia.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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