CALOPINACE. IL PONTE DEI MIRACOLI E QUELLA REGGIO CHE HA IMPARATO A CREDERCI ANCORA
Sette anni di attesa, cinquantotto giorni per completare i lavori, un'alba indimenticabile e una città che si risveglia insieme ai suoi ragazzi. Tra applausi, promesse, assenze politiche, musica, benedizioni e qualche inevitabile stonatura, Reggio Calabria ritrova un pezzo di se stessa. Ma il vero miracolo non sarà aver inaugurato un ponte: sarà trasformare l'eccezione in normalità.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Quando una città si sveglia prima del sole.
Certe mattine cominciano come tutte le altre. E poi ci sono mattine che sembrano voler chiedere scusa per tutti gli anni perduti.
Quella del 9 ottobre 2026, a Reggio Calabria, è un monito allo spreco del tempo che va evitato.
Erano da poco passate le cinque quando sono arrivato sul Calopinace. Pensavo di essere in anticipo. Pensavo, ingenuamente, di trovare qualche operaio, gli organizzatori, un paio di amministratori insonnoliti e qualche collega giornalista.
Mi sbagliavo.
C'era già gente. Tanta gente.
C'erano bambini, adolescenti, famiglie, anziani, rappresentanti delle istituzioni. Qualcuno raccontava di essere arrivato alle quattro, altri addirittura alle tre e mezza. Qualcun altro sosteneva di aver trascorso la notte lì, pur di conquistare il diritto di essere tra i primi a partecipare all'inaugurazione.
Alle sei del mattino Reggio era già sveglia.
E non per un'emergenza, non per una protesta, non per una disgrazia.
Per un ponte.
Trenta metri, più o meno.
Non il ponte sullo Stretto, quello che da decenni divide l'Italia tra sostenitori, contrari, progettisti e polemisti.
Un ponte sul Calopinace.
Un'infrastruttura attesa per anni, un collegamento fra la parte meridionale della città e il centro, un tassello necessario per rendere più accessibile il Parco Lineare Sud.
Eppure sembrava che si stesse inaugurando qualcosa di immensamente più grande.
Perché, evidentemente, non erano soltanto quei trenta metri a interessare la folla.
Era ciò che rappresentavano.
La dimostrazione che un'opera pubblica poteva finalmente essere completata.
Ed è qui che comincia la bellezza di questa storia. Ma anche la sua amarezza.
Perché quando una città si sveglia alle quattro del mattino per festeggiare ciò che dovrebbe appartenere alla normale amministrazione, significa che la normalità è diventata talmente rara da somigliare a un miracolo.
Sette anni di attesa e cinquantotto giorni di fatti.
Sette anni.
Pronunciamolo lentamente.
Sette anni sono un pezzo di vita. Un bambino diventa adolescente, uno studente conclude il proprio percorso, una famiglia cambia abitudini, un quartiere si trasforma.
E per sette anni quel collegamento sul Calopinace è rimasto il simbolo di qualcosa che non si riusciva a concludere.
Poi sono arrivati gli ultimi cinquantotto giorni.
Un impegno pubblico. Una data annunciata. Un cronoprogramma. I lavori portati a termine. Il collaudo. Il taglio del nastro.
Il sindaco Francesco Cannizzaro aveva indicato un obiettivo e una scadenza. Il 9 ottobre quell'appuntamento è stato rispettato.
E bisogna riconoscerlo.
Perché sarebbe intellettualmente disonesto negare il valore di un risultato soltanto per una pregiudiziale politica.
Ma io non faccio il tifoso.
Faccio il giornalista.
E allora, mentre tutti applaudivano, nella mia testa continuava a risuonare una domanda.
Se si è riusciti a completare i lavori in cinquantotto giorni, perché i cittadini hanno dovuto aspettare sette anni?
Naturalmente cinquantotto giorni non raccontano da soli l'intera storia tecnica e amministrativa dell'opera. Bisognerebbe ricostruire i progetti, i finanziamenti, le procedure, le interruzioni, le responsabilità e le diverse fasi dei lavori.
Ma proprio per questo la domanda resta legittima.
Perché il rispetto dell'ultima scadenza non cancella automaticamente le ragioni dei ritardi precedenti.
Né una festa, per quanto bella, può sostituire una ricostruzione trasparente dei fatti.
Qualcuno dirà che sono il solito guastafeste.
Pazienza.
Preferisco essere accusato di fare una domanda scomoda piuttosto che trasformare il giornalismo in un servizio fotografico con didascalie entusiaste.
Una città adulta deve saper applaudire senza rinunciare a ragionare.
E soprattutto deve imparare a distinguere una buona notizia da un'assoluzione generale.
Eduardo, otto anni, e quei ragazzi che hanno dato una lezione agli adulti
Alle 6:20 è arrivato il momento che tutti aspettavano.
Il nastro.
Le forbici.
Il conto alla rovescia.
Ma questa volta il protagonista non è stato il sindaco.
Sono stati i ragazzi.
Cannizzaro aveva lanciato una sfida, una CHALLENGE, agli studenti: essere presenti all'alba, partecipare all'inaugurazione, dimostrare con la propria presenza di voler essere parte di questo momento.
E i ragazzi hanno risposto.
Eccome se hanno risposto.
Il sindaco stesso ha ammesso di essere rimasto sorpreso dalla partecipazione.
Fra i presenti c'era Eduardo, otto anni, indicato come il bambino più piccolo che il primo cittadino aveva trovato sul posto al suo arrivo.
Eduardo è stato chiamato al centro, insieme agli altri ragazzi, per partecipare al taglio del nastro.
Un bambino di otto anni.
Davanti a un'opera attesa per sette anni.
Non so se qualcuno abbia colto fino in fondo l'ironia di questa immagine.
Gli adulti avevano trascorso anni tra rinvii, attese e difficoltà. I bambini hanno impiegato pochi secondi per tagliare quel nastro.
Ed era giusto che fossero loro a farlo.
Perché i ragazzi non sono soltanto il futuro della città, come amiamo ripetere nei discorsi ufficiali.
Sono già il suo presente.
Durante la diretta ne ho incontrati alcuni e ho fatto una domanda apparentemente elementare.
«Che cos'è un ponte?»
Mi hanno risposto che è una struttura che permette di attraversare un ostacolo, di passare da una parte all'altra, di collegare due sponde e unire territori.
Risposte semplici.
Risposte giuste.
Risposte che certi adulti, forse, dovrebbero imparare a memoria.
Perché non basta costruire ponti di cemento se poi continuiamo a innalzare muri nella politica, nella società e perfino nei rapporti quotidiani.
Giuseppe, Giovanni, Pasquale, Samuele e gli altri ragazzi presenti quella mattina hanno rappresentato qualcosa che nessun comunicato stampa sarebbe riuscito a raccontare con la stessa efficacia.
La voglia di esserci.
La voglia di partecipare.
La voglia di sentirsi parte di una città che finalmente conclude qualcosa.
E allora facciamo attenzione.
Quell'entusiasmo è un patrimonio prezioso.
Non può essere consumato in qualche fotografia, una challenge e un applauso.
Quei ragazzi hanno dimostrato di esserci.
Adesso spetta alla politica dimostrare di meritarseli.
La Giunta in posa, il Consiglio in festa e l'opposizione che mancava.
Naturalmente, in una mattinata del genere, non potevano mancare le fotografie di gruppo.
Prima gli assessori.
Poi i consiglieri comunali.
Poi tutti insieme.
Messina sullo sfondo, il mare davanti, i sorrisi di circostanza e quelli sinceri, le pacche sulle spalle, gli abbracci e la soddisfazione per un risultato raggiunto.
La squadra amministrativa era presente.
L'assessore Antonino Caridi, il presidente del Consiglio comunale Federico Milia, gli altri componenti della Giunta e numerosi consiglieri.
Una fotografia che resterà certamente negli archivi di questa amministrazione.
Ma guardando quella scena ho notato qualcosa.
O, meglio, qualcuno che non vedevo.
I consiglieri di minoranza.
Ho posto la domanda direttamente a Caridi.
Mi ha risposto che tutti erano stati invitati e che la città appartiene a tutti.
L'ho ripetuta a Milia, che ha preferito sottolineare la partecipazione dei cittadini e il significato positivo della festa.
Risposte comprensibili.
Ma la questione rimane.
Non sappiamo se l'assenza di tutti i consiglieri di minoranza si sia protratta per l'intera manifestazione né conosciamo le eventuali motivazioni personali o politiche. È giusto non trasformare una constatazione in un'accusa.
Resta però una considerazione.
Se un ponte viene presentato come il simbolo dell'unione, sarebbe bello che a celebrarlo fossero rappresentate tutte le sensibilità politiche della città.
Perché un'infrastruttura non appartiene alla maggioranza che la inaugura.
Non appartiene al sindaco che taglia il nastro.
Non appartiene neppure agli amministratori che hanno contribuito a realizzarla.
Appartiene ai cittadini.
A quelli che votano la maggioranza e a quelli che votano l'opposizione.
A quelli che applaudono e a quelli che criticano.
E perfino a quelli che, per qualunque ragione, hanno deciso di rimanere a casa.
Le opere pubbliche non sono trofei elettorali. Sono beni collettivi.
Una maggioranza intelligente non teme di condividere i risultati.
Un'opposizione responsabile non dovrebbe sentirsi estranea ai successi della propria città.
Perché la politica passa.
Le amministrazioni cambiano.
I ponti, quando vengono costruiti e mantenuti bene, restano.
Lo Stato presente, gli operai dimenticati troppo spesso.
Quella mattina c'erano anche le istituzioni.
Le forze dell'ordine, la Questura, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Prefettura, la Capitaneria di Porto, il mondo universitario, le associazioni di categoria.
Dal mare arrivava persino la presenza delle imbarcazioni istituzionali.
Il sindaco ha salutato i rappresentanti dello Stato, accolto il nuovo comandante provinciale dei Carabinieri e rivolto parole di apprezzamento al prefetto, presente in abbigliamento sportivo.
Una cerimonia istituzionale, ma senza eccessiva rigidità.
E non è un difetto.
L'autorevolezza delle istituzioni non dipende dalla formalità degli abiti, ma dalla serietà delle azioni.
Eppure, fra tutti quei saluti e quegli applausi, credo che il riconoscimento più importante dovesse andare a persone meno abituate alla ribalta.
Gli operai.
I tecnici.
I progettisti.
I responsabili del procedimento.
Le maestranze che hanno lavorato anche di notte.
L'impresa che ha rispettato gli impegni assunti.
Gli operatori che hanno restituito dignità alla collinetta e alle aree circostanti.
Il sindaco ha ringraziato numerosi professionisti, il RUP, i tecnici e l'azienda esecutrice, richiamando il contributo di Castore, Ecologia Oggi e di tutti coloro che hanno partecipato agli interventi.
Un ringraziamento meritato.
Perché, diciamocelo, i ponti non si costruiscono con i comunicati stampa.
Non si collaudano con gli applausi.
E non diventano percorribili grazie ai sorrisi davanti alle telecamere.
Servono competenza, organizzazione, lavoro e responsabilità.
Il merito politico consiste anche nel saper creare le condizioni affinché tutto questo funzioni.
Ma bisogna ricordare che dietro ogni risultato c'è una macchina amministrativa e tecnica che dovrebbe essere valorizzata sempre.
Non soltanto quando c'è un nastro da tagliare.
L'Inno nazionale, la benedizione e il significato di un ponte.
Dopo il taglio del nastro, la banda ha eseguito l'Inno di Mameli.
Poi don Pasquale, vicario del vescovo, ha impartito la benedizione.
Un momento raccolto, nonostante la presenza della folla.
Le parole della preghiera richiamavano il valore delle vie di comunicazione come strumenti capaci di ridurre le distanze e avvicinare territori e persone.
Un significato antico.
Eppure attualissimo.
Perché un ponte è molto più di una struttura.
È un invito ad attraversare.
A incontrarsi.
A superare ciò che divide.
A non considerare due sponde destinate a rimanere separate.
E proprio qui nasce il paradosso.
Siamo capaci di costruire infrastrutture che superano ostacoli naturali, ma spesso non riusciamo a superare quelli politici, culturali e sociali.
Il Calopinace collega due parti della città.
Ma Reggio ha bisogno anche di altri ponti.
Tra il centro e le periferie.
Tra le istituzioni e i cittadini.
Tra gli amministratori e i giovani.
Tra chi promette e chi aspetta.
Tra chi governa e chi controlla.
Perché un ponte di cemento può facilitare il passaggio delle automobili.
Un ponte di fiducia può cambiare il destino di una comunità.
La collinetta ritrovata e la città che non conosce nemmeno le proprie bellezze.
Dopo la benedizione abbiamo fatto colazione, caffè e cornetto.
Una lunga processione di cittadini.
Tutta la gente si è ritrovata sulla collinetta affacciata sullo Stretto.
E lì si è aperto lo spettacolo.
Messina davanti agli occhi.
Il mare.
Le prime luci dell'alba.
Il panorama che soltanto Reggio sa regalare.
Eppure quell'area era rimasta per anni abbandonata, degradata, quasi estranea alla vita quotidiana della città.
Un cittadino mi ha confessato di conoscere poco quel luogo, pur vivendo a Reggio.
E non era il solo.
Una cosa che dovrebbe far riflettere.
Come può una città possedere una bellezza del genere e lasciare che i propri abitanti quasi ne ignorino l'esistenza?
Non è soltanto una questione di manutenzione.
È una questione di identità.
Una città che dimentica i propri luoghi finisce per perdere anche una parte della propria memoria.
L'assessore Antonino Caridi ha raccontato il lavoro degli operatori, la pulizia delle aree, il recupero degli spazi verdi, gli interventi sulle fontane e sulle zone limitrofe.
Cannizzaro ha parlato di un luogo restituito finalmente ai cittadini.
Bene.
Ma ora comincia la parte più difficile.
Perché ripulire una collinetta per un'inaugurazione è una cosa.
Mantenerla pulita per dodici mesi all'anno è un'altra.
Il degrado non ha bisogno di annunci.
Torna silenziosamente.
Bastano pochi mesi senza manutenzione, un impianto di illuminazione guasto, rifiuti abbandonati, erbacce lasciate crescere.
E tutto ricomincia.
Il vero successo non sarà aver restituito la collinetta ai cittadini il 9 ottobre 2026, ma fare in modo che nessuno debba restituirgliela una seconda volta.
Il chiringuito, i privati e il diritto di guardare il mare senza pagare.
Il sindaco ha annunciato un bando pubblico per l'affidamento dell'area a soggetti privati.
L'idea è quella di realizzare servizi di ristoro, un chiringuito e attività capaci di rendere viva la collinetta dodici mesi all'anno.
Giovani, imprese e startup potranno candidarsi secondo i requisiti che saranno indicati.
Un progetto interessante.
La collaborazione fra pubblico e privato può rappresentare una soluzione efficace per garantire servizi e manutenzione.
Ma bisognerà vigilare.
Perché la bellezza dello Stretto non appartiene al sindaco.
Non appartiene alla Giunta.
E non apparterrà neppure al futuro gestore del chiringuito.
Appartiene alla città.
Il privato potrà offrire servizi.
Non dovrà appropriarsi del diritto dei cittadini di frequentare quello spazio.
Un anziano deve poter sedere davanti al mare senza sentirsi obbligato a ordinare un caffè.
Un ragazzo deve poter guardare la Sicilia senza dover comprare una bibita.
Una famiglia deve poter passeggiare liberamente.
E un luogo pubblico deve restare pubblico anche quando viene gestito attraverso una concessione.
Il bando dovrà essere trasparente.
Dovranno essere chiari i requisiti, gli obblighi di manutenzione, le condizioni di accessibilità e i controlli.
Perché valorizzare non significa privatizzare la bellezza.
E la bellezza pubblica non può diventare un lusso riservato a chi consuma.
Cinque chilometri di bellezza. Purché non siano soltanto uno slogan.
Cannizzaro ha lanciato anche una prospettiva ambiziosa.
Non più il chilometro più bello d'Italia, ma cinque chilometri fra i più belli del Paese.
Una visione suggestiva.
E Reggio, quanto a patrimonio naturale, ha già ricevuto moltissimo.
Il problema è imparare a custodirlo.
Perché un lungomare non si misura soltanto con il metro.
Si misura con i servizi.
Con l'accessibilità.
Con l'illuminazione.
Con la sicurezza.
Con la manutenzione.
Con la possibilità di viverlo d'inverno, quando non ci sono cerimonie, turisti e fotografi.
Si misura anche con la capacità di collegarlo ai quartieri e di renderlo una risorsa per tutta la città.
Non avrebbe senso avere cinque chilometri magnifici davanti al mare e lasciare le periferie alle prese con problemi irrisolti.
Reggio non deve diventare una bella cartolina dietro la quale nascondere il disagio.
La riqualificazione del Parco Lineare Sud può rappresentare un punto di partenza.
Ma una città non rinasce per chilometri.
Rinasce per qualità della vita.
Biglietti per la Reggina, festa gratuita e giovani da prendere sul serio.
Durante il discorso inaugurale il sindaco ha annunciato una premialità per i ragazzi presenti.
La possibilità di ottenere un biglietto gratuito per una partita della Reggina, mostrando una fotografia che documentasse la partecipazione alla cerimonia.
E poi una festa gratuita, prevista per sabato 17 ottobre 2026 sulla collinetta, con musica, DJ e bevande analcoliche.
Un modo per ringraziare i giovani.
Un gesto apprezzabile.
Ma non sufficiente.
Perché quei ragazzi non hanno bisogno soltanto di essere premiati.
Hanno bisogno di essere ascoltati.
Se sono capaci di svegliarsi alle tre del mattino per partecipare a un'inaugurazione, forse sono anche capaci di esprimere idee sul futuro della città.
Perché non coinvolgerli nella progettazione degli spazi pubblici?
Perché non ascoltarli sulle attività culturali, sulla mobilità, sugli impianti sportivi e sui luoghi di aggregazione?
Perché non trasformare quella partecipazione spontanea in un dialogo stabile?
Una festa dura qualche ora.
Un rapporto di fiducia può durare anni.
La politica deve imparare a distinguere il consenso del momento dalla partecipazione autentica.
E soprattutto deve ricordare che i giovani non sono spettatori da intrattenere.
Sono cittadini da rispettare.
Una banda per Reggio: la musica come promessa di comunità.
Fra gli annunci del sindaco ce n'è uno che merita particolare attenzione.
L'avvio della procedura per istituire una banda musicale comunale.
Un bando che, secondo quanto annunciato, sarebbe stato pubblicato entro mezzogiorno del 9 ottobre.
Una novità importante, se troverà piena realizzazione.
All'inaugurazione erano presenti diversi complessi bandistici e associazioni musicali del territorio, riuniti per l'occasione.
Giovani musicisti, maestri, direttori e appassionati.
Un patrimonio culturale che troppo spesso viene considerato secondario.
E invece la musica insegna qualcosa che la politica dovrebbe conoscere bene.
L'ascolto.
La disciplina.
La collaborazione.
In una banda nessuno può suonare soltanto per se stesso.
Se un musicista ignora gli altri, l'armonia si spezza.
E questa, per una città che vuole imparare a stare insieme, è una lezione preziosa.
Il programma musicale, dall'Inno di Mameli ad Alba fantastica, fino a What a Wonderful World, ha accompagnato simbolicamente una mattinata costruita intorno all'idea della speranza.
Ma una banda comunale non dovrebbe servire soltanto per le inaugurazioni.
Dovrebbe entrare nelle scuole, coinvolgere i quartieri, offrire opportunità ai giovani talenti, portare musica e cultura nei luoghi meno frequentati.
La cultura non è una decorazione della politica.
È una delle sue responsabilità.
E sarà interessante verificare se l'annuncio si trasformerà in una realtà stabile.
La dottoressa Cutrupi e il valore di chi lavora lontano dagli applausi.
Fra le persone incontrate sulla collinetta c'era anche la dottoressa Daniela Cutrupi.
Le ho chiesto come fossero andati gli ultimi giorni.
Mi ha parlato di lavoro intenso, di orgoglio, del senso di aver servito lo Stato e la città.
Parole semplici, ma significative.
Perché raccontano il lato meno visibile dell'amministrazione.
Gli uffici.
Le pratiche.
Le scadenze.
I sopralluoghi.
Le responsabilità tecniche.
Il cittadino vede il sindaco tagliare il nastro.
Raramente vede tutte le persone che hanno lavorato per rendere possibile quel momento.
Eppure, senza una macchina amministrativa capace di funzionare, la politica può promettere tutto ciò che vuole.
I risultati non arrivano.
La politica deve indicare gli obiettivi.
I tecnici devono poter lavorare con autonomia, competenza e responsabilità.
E ogni risultato deve essere valutato con criteri trasparenti.
Perché una buona amministrazione non può basarsi soltanto sull'impegno straordinario di qualche dipendente.
Deve essere capace di funzionare ordinariamente.
Anche senza emergenze.
Anche senza inaugurazioni.
Anche senza applausi.
E naturalmente c'erano i cornetti.
Come in ogni storia italiana che si rispetti, anche questa ha avuto il suo piccolo capitolo gastronomico-politico.
I cornetti.
La colazione offerta ai presenti.
E la necessità di precisare che a pagarla era stata l'impresa che aveva realizzato l'opera, non il Comune.
Una precisazione forse opportuna.
Ma anche un segno dei tempi.
Viviamo in una stagione nella quale perfino un vassoio di brioche rischia di trasformarsi in un caso politico.
Qualcuno teme le polemiche.
Qualcun altro vuole prevenire le accuse.
E così siamo arrivati al punto di dover chiarire ufficialmente chi abbia pagato la colazione.
Niente di male nella trasparenza.
Anzi.
Ma mi piacerebbe vedere la stessa attenzione applicata sistematicamente ai costi delle opere, agli affidamenti, alla qualità delle forniture, ai tempi di esecuzione e alla manutenzione futura.
Perché il contribuente non ha bisogno di polemiche teatrali.
Ha bisogno di sapere come vengono utilizzate le risorse pubbliche.
E soprattutto ha bisogno di vedere risultati.
La trasparenza è una cosa seria.
Non può esaurirsi nello scontrino di un cornetto.
La politica del fare e quella del raccontare.
C'è una parte delle dichiarazioni del sindaco che considero più importante di tutte le altre.
Quella relativa al metodo.
Stabilire gli obiettivi.
Definire un cronoprogramma.
Comunicare le scadenze.
Rispettarle.
E rendere conto ai cittadini dei risultati.
Benissimo.
Prendiamolo in parola.
Non per diffidenza.
Per rispetto.
Perché quando un amministratore afferma pubblicamente di voler governare attraverso fatti concreti, offre ai cittadini uno strumento per giudicarlo.
Da oggi ogni promessa potrà essere confrontata con i risultati.
Il bando per la banda comunale.
L'affidamento della collinetta.
I servizi di ristoro.
La manutenzione dell'area.
La riqualificazione del Parco Lineare Sud.
Le altre opere annunciate.
Tutto dovrà trovare riscontro.
E quando qualcosa non funzionerà, perché inevitabilmente qualche difficoltà ci sarà, bisognerà spiegarlo pubblicamente.
Una buona amministrazione non è quella che non incontra ostacoli.
È quella che li affronta senza nasconderli.
Non quella che pretende applausi continui.
È quella che accetta controlli continui.
La politica del fare diventa credibile soltanto quando smette di essere uno slogan e si trasforma in un'abitudine.
Il ponte non è il traguardo. È l'esame.
Una fontana che torna a funzionare è una buona notizia.
Una fontana che non viene più lasciata senz'acqua per anni è una notizia migliore.
Una collinetta ripulita è una buona notizia.
Una collinetta che rimane pulita per anni è una notizia migliore.
Un ponte inaugurato è una buona notizia.
Un ponte mantenuto sicuro, efficiente e funzionale nel tempo è ciò che i cittadini hanno il diritto di pretendere.
Questa è la differenza fra l'evento e il governo.
Fra la cerimonia e l'amministrazione.
Fra il racconto e la realtà.
Fra sei mesi, fra un anno, fra cinque anni, quei luoghi dovranno essere ancora accessibili, curati e vivi.
È lì che si misurerà il successo di questa giornata.
Non soltanto nel numero delle persone presenti all'alba del 9 ottobre.
Non nel numero delle fotografie pubblicate.
Non negli applausi.
Ma nella capacità di garantire che quel patrimonio rimanga a disposizione della città.
Perché la manutenzione non dovrebbe essere una campagna straordinaria da celebrare.
Dovrebbe essere una funzione ordinaria del Comune.
E una classe dirigente matura non dovrebbe chiedere gratitudine per aver fatto il proprio dovere.
Dovrebbe chiedere di essere giudicata sulla continuità dei risultati.
La città che applaude deve imparare anche a pretendere
La mattina del 9 ottobre ha dimostrato qualcosa di importante.
Reggio Calabria non è una città indifferente.
Non è una città morta.
Non è una comunità incapace di partecipare.
È una città che conserva una straordinaria voglia di riscatto.
Lo ha detto Federico Milia.
Lo hanno mostrato i ragazzi.
Lo hanno dimostrato i cittadini presenti prima dell'alba.
Ma l'entusiasmo è una materia delicata.
Può trasformarsi in fiducia.
Oppure in delusione.
Dipende da ciò che accadrà dopo.
Perché una città che applaude ha anche il diritto di pretendere.
Di chiedere servizi migliori.
Di avere strade sicure.
Di trovare spazi pubblici dignitosi.
Di conoscere tempi e responsabilità degli interventi.
Di vedere rispettate le promesse.
Non dobbiamo chiedere ai cittadini di essere riconoscenti per ciò che spetta loro.
Dobbiamo chiedere alla politica di essere all'altezza dei cittadini.
E soprattutto dobbiamo ricordare che la partecipazione democratica non si esaurisce nel consenso.
Comprende anche il dissenso.
La critica.
Il controllo.
La libertà di fare domande scomode.
Perché il contrario della sfiducia non è l'applauso.
È la fiducia che resiste quando gli applausi sono finiti.
Il ponte più importante è quello che Reggio deve ancora costruire.
Il ponte sul Calopinace collega due parti della città.
Ma ce ne sono altri, invisibili, che dobbiamo ancora costruire.
Quello tra il centro e le periferie.
Quello tra maggioranza e opposizione.
Quello tra la pubblica amministrazione e i cittadini.
Quello tra i giovani che vorrebbero restare e una città che deve offrire loro ragioni concrete per farlo.
Quello tra la bellezza naturale del territorio e la capacità di valorizzarla.
Quello tra le parole della politica e la vita quotidiana delle persone.
Sono ponti più difficili.
Non bastano cinquantotto giorni.
Non bastano sette anni.
Servono visione, continuità, competenza, responsabilità.
Serve soprattutto una classe dirigente capace di capire che amministrare non significa soltanto inaugurare ciò che prima mancava.
Significa impedire che ciò che esiste venga nuovamente abbandonato.
Significa prevenire il degrado.
Significa programmare.
Significa garantire manutenzione.
Significa pensare alla città anche quando non ci sono fotografi.
E significa non scambiare mai la gratitudine dei cittadini con una delega in bianco.
C'ero anch'io. E questa è la mia ultima frecciata.
C'ero.
Io c'ero.
Alle prime luci del 9 ottobre ero sul ponte del Calopinace.
Ho visto gli assessori mettersi in posa, i consiglieri sorridere, i ragazzi spingersi in avanti, gli organizzatori chiedere spazio, le forze dell'ordine vigilare e il sindaco arrivare tra gli applausi.
Ho visto qualche momento di nervosismo.
Ho ascoltato le interviste, i ringraziamenti, le promesse.
Ho visto Eduardo e gli altri ragazzi tagliare il nastro.
Ho ascoltato l'Inno di Mameli.
Ho assistito alla benedizione.
Ho attraversato il ponte.
Sono salito sulla collinetta.
Ho guardato Messina.
Ho osservato quel mare che continua a essere magnifico anche quando noi facciamo di tutto per dimenticarcene.
E ho visto una città che, per qualche ora, sembrava aver lasciato alle spalle le proprie delusioni.
Sarebbe facile lasciarsi trascinare dalla retorica.
Dire che Reggio è rinata.
Che tutto è cambiato.
Che è cominciata una nuova era.
Ma le parole hanno un peso.
Le nuove ere non si inaugurano.
Si costruiscono.
Giorno dopo giorno.
Con le decisioni giuste.
Con il rispetto delle regole.
Con investimenti, manutenzione, controlli e responsabilità.
Con la capacità di amministrare anche quando la banda ha smesso di suonare.
La mattina del 9 ottobre ha mostrato una possibilità.
Non ha ancora dimostrato una trasformazione.
E confondere le due cose sarebbe un errore.
Allora sì, festeggiamo questo ponte.
Riconosciamo il lavoro di chi lo ha realizzato.
Ringraziamo gli operai che hanno lavorato anche di notte, i tecnici, gli operatori e chi si è assunto la responsabilità politica di una scadenza.
Riconosciamo al sindaco Francesco Cannizzaro il risultato annunciato e raggiunto.
Senza pregiudizi.
Ma anche senza inginocchiarci davanti all'ordinaria amministrazione.
Perché il sindaco passa.
La Giunta passa.
Le maggioranze cambiano.
Le opposizioni cambiano.
Le fotografie finiscono negli archivi.
I cittadini restano.
E il diritto a una città amministrata bene resta con loro.
E allora, caro sindaco, consentimi una considerazione.
Quella mattina, guardandoti tra i ragazzi, vedendo la determinazione con cui hai voluto rispettare la scadenza e la naturalezza con cui hai lasciato ai bambini il protagonismo del taglio del nastro, mi è venuta in mente un'espressione della nostra terra.
«Certu chi è forti Cannizzaru... avi 'na grinta!!!»
Ecco.
La grinta serve.
L'entusiasmo serve.
La determinazione serve.
Ma da sole non bastano.
Devono diventare metodo.
Devono produrre risultati duraturi.
Devono lasciare qualcosa che sopravviva a chi governa.
Perché la vera grandezza di un amministratore non consiste nel farsi applaudire per un'opera conclusa.
Consiste nel costruire una città nella quale il funzionamento delle cose non sia più motivo di incredulità.
Dove un ponte aperto nei tempi previsti non diventi una notizia eccezionale.
Dove una fontana che funziona non sembri un prodigio.
Dove un parco pulito non richieda una cerimonia.
Dove i giovani non debbano svegliarsi alle tre del mattino per assistere a qualcosa che finalmente si conclude.
E dove nessuno debba attendere altri sette anni per scoprire che una scadenza poteva essere rispettata.
Il ponte sul Calopinace è aperto.
Adesso vediamo se lo sarà anche il futuro.
Perché Reggio merita molto più di un giorno di festa.
Merita una normalità capace di durare.
Non chiamiamo miracolo ciò che deve diventare una regola. Non trasformiamo il dovere in un favore. E non chiediamo più a Reggio di accontentarsi.
Questa città ha già aspettato abbastanza.
E se davvero il 9 ottobre 2026 sarà ricordato come l'alba di una nuova era, lo sapremo soltanto quando, spenti i riflettori, continueranno ad arrivare risultati.
Senza fanfare.
Senza cornetti.
Senza nastri da tagliare.
Ma con quella serietà quotidiana che dovrebbe essere il fondamento di ogni amministrazione pubblica.
Perché la normalità, in una città civile, non deve essere un miracolo.
Deve essere un diritto.
E l'ultima frecciata, caro sindaco, è questa:
Hai dimostrato che si può fare. Adesso (Reggio) bisogna dimostrare che si può continuare a fare.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco
Detto L'Arciere
CartaStraccia.News
Nel nome la provocazione, nei contenuti la sostanza.
@luigi.palamara Il taglio del nastro. Il ponte sul Calopinace è un'opera fruibile per tutti. Finalmente. Reggio Calabria 9 ottobre 2026 #tagliodelnastro #reggiocalabria #luigipalamara #pontecalopinace #francescocannizzaro ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara La prima volta ... la passeggiata sul Ponte del Calopinace (nome provvisorio) Reggio Calabria 9 ottobre 2026 #pontecalopinace #passeggiata #bici #reggiocalabria #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Ugo e Valeria attraversano il Ponte del Calopinace (nome provvisorio) .... Reggio Calabria 9 ottobre 2026 Auguri Reggio ... oggi è una giornata meravigliosa. #pontecalopinace #reggiocalabria #ugoevaleria #luigipalamara #9ottobre2026 ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara HIGHLIGHTS inaugurazione. Il ponte sul Calopinace è un'opera fruibile per tutti. Finalmente. Reggio Calabria 9 ottobre 2026 #tagliodelnastro #reggiocalabria #luigipalamara #pontecalopinace #francescocannizzaro ♬ original sound - danslocombecountry
@luigi.palamara 🌉❤️ I RAGAZZI DEL PONTE! 🇮🇹 ✨ Un'alba speciale, un ponte nuovo e una città che guarda al futuro! 🔥 Tantissimi giovani presenti all'inaugurazione del ponte sul Calopinace a Reggio Calabria. Con loro abbiamo scambiato sorrisi, battute ed emozioni. Ma soprattutto abbiamo respirato entusiasmo, energia e speranza! ❤️ 💪 Grazie ragazzi! Siete voi il presente e il futuro di questa città! 🌉 E adesso… attraversatelo questo ponte! Fatelo vostro, vivetelo, perché Reggio Calabria appartiene soprattutto a voi! 💙 FIERI E ORGOGLIOSI DI ESSERE REGGINI! ❤️ 📍 Reggio Calabria | 9 ottobre 2026 #IRagazziDelPonte #ReggioCalabria #Calopinace #OrgoglioReggino #GiovaniReggini ♬ audio originale - Luigi Palamara
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