Reggio Calabria, la dialisi della vergogna. Quando la burocrazia diventa più pericolosa della malattia
Editoriale di Luigi Palamara
Piazza Italia, Reggio Calabria – 8 ottobre 2026
Una cosa peggiore della malattia: dover implorare il diritto di curarsi.
E qualcosa di ancora più intollerabile: scoprire che, in un Paese che si proclama civile, il destino di un essere umano può dipendere da un'autorizzazione amministrativa, da un accreditamento che non arriva, da un posto letto che manca o da una scrivania sulla quale qualche pratica attende di essere esaminata.
A Reggio Calabria, in questo tardo pomeriggio dell'8 ottobre 2026, la vergogna ha un indirizzo preciso: Piazza Italia.
Qui, davanti ai palazzi delle istituzioni, ci sono uomini e donne che non chiedono privilegi. Non chiedono pensioni d'oro, incarichi, favori o raccomandazioni. Chiedono di poter continuare a vivere.
Sono malati sottoposti a dialisi. Persone i cui reni non riescono più a svolgere adeguatamente la loro funzione. Persone per le quali la dialisi non è una prestazione facoltativa, un appuntamento da rinviare o una terapia della quale si possa fare a meno.
È una questione di sopravvivenza.
Eppure, dopo la sospensione dei trattamenti presso il centro dialisi privato San Giorgio, una trentina di pazienti si ritrova improvvisamente senza il proprio abituale punto di riferimento terapeutico.
Senza certezze.
Senza una soluzione stabile.
Con la prospettiva di sottoporsi alla dialisi in orari notturni al Grande Ospedale Metropolitano oppure di raggiungere Melito Porto Salvo o Scilla.
Come se la malattia potesse adattarsi ai turni della burocrazia. Come se un organismo debilitato dovesse rispettare le convenienze dell'amministrazione.
Ho ascoltato queste persone. Ho guardato i loro volti. Ho sentito la rabbia, l'amarezza, la disperazione. Ma soprattutto ho riconosciuto una cosa che dovrebbe far vergognare chiunque abbia responsabilità pubbliche: la dignità ferita di chi, per essere ascoltato, è costretto a raccontare davanti a un microfono la propria sofferenza.
Una donna mi dice che suo marito, dopo il trattamento, è tornato a casa con la glicemia altissima. Ha anche una figlia di sedici anni, una famiglia da seguire, una quotidianità da mandare avanti.
«Non ce la faccio più. Voglio risposte, cose concrete».
E ha ragione.
Perché non si vive soltanto di dialisi. Si vive anche di figli da accompagnare a scuola, di lavoro, di affetti, di notti trascorse nel proprio letto. Si vive di quella normalità che chi sta bene considera scontata e che per un malato diventa una conquista quotidiana.
Ora anche quella conquista rischia di essere cancellata.
Il terzo turno della civiltà.
La soluzione immediata individuata per affrontare l'emergenza prevede il ricorso al Grande Ospedale Metropolitano, con ulteriori turni di dialisi che possono cominciare alle 21 e terminare all'una di notte.
All'una di notte.
Proviamo a immaginare che cosa significhi per una persona anziana, diabetica, cardiopatica, già provata da una malattia cronica, affrontare un trattamento salvavita in quelle ore.
E proviamo a immaginare chi deve accompagnarla, aspettarla, riportarla a casa. Magari una moglie anziana. Magari un figlio che il mattino seguente deve lavorare. Magari una donna che da anni assiste da sola un familiare non autosufficiente.
Siamo arrivati al punto che una terapia destinata a prolungare la vita rischia di rendere la vita quotidiana un calvario.
Attenzione, però. Sarebbe profondamente ingiusto indirizzare questa indignazione contro i medici e gli infermieri del GOM.
Anzi.
Se oggi esiste una risposta all'emergenza, per quanto difficile e provvisoria, è anche grazie alla loro disponibilità.
Il dottor Catalano, nefrologo del Grande Ospedale Metropolitano, è venuto in piazza. Ha parlato con i pazienti. Non si è nascosto dietro una porta, una circolare o una formula di circostanza.
E ha pronunciato parole che dovrebbero scuotere molto più di qualsiasi comunicato politico.
«L'altra sera, per me, è stato un trauma dover scegliere chi sottoporre alla dialisi e chi no».
Fermiamoci sul significato di questa dichiarazione.
Un medico che deve decidere chi trattare per primo, in una situazione di emergenza, mentre davanti a lui ci sono persone che necessitano tutte di una terapia salvavita.
Non siamo davanti a una normale difficoltà organizzativa.
Siamo davanti a una situazione che mette sotto una pressione intollerabile medici, infermieri, pazienti e famiglie.
Per fortuna, come ha spiegato Catalano, quella sera è stato possibile assistere anche gli ultimi pazienti ricorrendo a un ulteriore sanitario reperibile.
Ma resta la domanda: può il diritto alla salute dipendere, giorno dopo giorno, da uno sforzo straordinario di chi lavora in ospedale?
No.
Gli straordinari non sono una politica sanitaria. La buona volontà non è una programmazione. E l'abnegazione dei medici non può diventare l'alibi delle istituzioni.
Il mistero dei posti che esistono sulla carta.
Poi c'è la questione del centro San Giorgio.
Una struttura che, secondo le testimonianze raccolte, funzionava, accoglieva i pazienti e consentiva loro di sottoporsi ai trattamenti in condizioni considerate soddisfacenti.
Oggi il servizio è sospeso e al centro della controversia viene indicato il problema dell'accreditamento.
Non spetta a chi scrive fingere di conoscere documenti amministrativi che non ha esaminato, né stabilire responsabilità giuridiche senza aver ascoltato tutte le parti interessate.
Ma una domanda è legittima. Anzi, doverosa.
Com'è possibile che si arrivi alla sospensione di un servizio tanto delicato senza avere predisposto per tempo una soluzione stabile e sostenibile per tutti i pazienti coinvolti?
Chi conosceva la situazione? Da quando? Quali provvedimenti sono stati adottati? Quali ostacoli impediscono l'accreditamento? E quali strumenti alternativi sono concretamente percorribili?
Non bastano risposte generiche.
Servono documenti, date, responsabilità, atti amministrativi.
Il rappresentante dell'associazione dei pazienti racconta di interlocuzioni con la Prefettura e con la direzione dell'ASP. Parla di una richiesta di incremento dei posti per la dialisi, ma anche di incertezze sulla sua effettiva realizzazione.
Ecco il punto.
L'emergenza è oggi. La risposta strutturale è rinviata a un domani che nessuno sembra in grado di indicare con precisione.
Il dottor Catalano ha spiegato che l'apertura di un nuovo centro dialitico è una delle ipotesi considerate, ma che realizzare una struttura di questa dimensione può richiedere molti mesi, forse anche più di un anno.
E nel frattempo?
I pazienti devono continuare a sottoporsi alla dialisi. Non possono sospendere la malattia in attesa della conclusione dei procedimenti amministrativi.
La burocrazia, quando diventa incapace di accompagnare i bisogni fondamentali delle persone, smette di essere uno strumento dello Stato e rischia di trasformarsi nel suo contrario.
La donna che non poteva accompagnare la madre.
Fra le testimonianze ascoltate ce n'è una che mi ha colpito particolarmente.
Una figlia si occupa da sola della madre, affetta da numerose patologie: un tumore al seno, demenza, ischemia, epilessia e una malattia autoimmune che ha compromesso la funzionalità renale.
Racconta che, quando la madre aveva bisogno di iniziare la dialisi, non riusciva ad accompagnarla fino a Melito. Dice di aver chiesto una soluzione per il trasporto, senza ottenerla.
La risposta che riferisce di aver ricevuto è di quelle che dovrebbero pesare sulla coscienza di un'intera amministrazione:
«Signora, è un problema suo».
Un problema suo.
Come se la fragilità di un anziano fosse una questione privata. Come se l'impossibilità materiale di raggiungere un centro terapeutico non avesse nulla a che fare con l'effettiva garanzia del diritto alla cura.
Poi, racconta, è arrivato il centro San Giorgio. Sua madre è stata tra le prime pazienti. Le condizioni cliniche sono migliorate, la famiglia ha trovato un punto di riferimento.
E oggi quella sicurezza è venuta meno.
La figlia continua a ringraziare chi si è preso cura della madre.
Non chiede vendetta. Non invoca privilegi.
Chiede che non venga distrutto ciò che aveva consentito alla sua famiglia di affrontare la malattia con un minimo di serenità.
E questa, a mio giudizio, è una delle accuse più pesanti che si possano rivolgere a un sistema: costringere una persona a sentirsi fortunata soltanto perché riesce a ottenere una cura indispensabile.
La politica delle inaugurazioni e la sanità delle attese.
A un certo punto, dalla piazza si leva una domanda.
«Quanti milioni ci sono per il porto, per questo e per quell'altro? E poi per la salute non ci sono soldi?».
È una domanda polemica, certo. Non è un bilancio pubblico e non pretende di esserlo.
Ma esprime una percezione devastante: quella di cittadini che vedono risorse e attenzione per molte iniziative e non riescono a comprendere perché, quando si tratta di garantire la loro sopravvivenza, tutto diventi improvvisamente complicato.
Sia chiaro: non sostengo che le risorse destinate a un'infrastruttura possano essere automaticamente trasferite alla sanità. So bene che esistono capitoli di bilancio, vincoli e competenze differenti.
Ma la politica non può limitarsi a spiegare perché una cosa sia difficile.
La politica esiste per assumersi la responsabilità di trovare soluzioni.
Al presidente della Regione Calabria, alla direzione dell'ASP, alle autorità sanitarie e a tutti i soggetti istituzionali coinvolti occorre chiedere una cosa molto semplice: chi garantisce, concretamente e senza interruzioni, il percorso terapeutico di questi pazienti?
Non bastano le riunioni.
Non bastano i tavoli tecnici.
Non bastano le rassicurazioni prive di tempi verificabili.
I tavoli tecnici sono necessari, naturalmente. Ma dovrebbero servire a risolvere i problemi, non a prendere atto della loro gravità quando i cittadini sono ormai costretti a scendere in piazza.
Qui non si tratta di destra, di sinistra, di maggioranza o di opposizione.
Un paziente dializzato non ha un colore politico quando viene collegato alla macchina che gli consente di vivere.
Ha un nome. Una famiglia. Una storia.
E ha diritti riconosciuti dalla Costituzione.
L'articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. Non dice che quel diritto vale soltanto quando la burocrazia ha terminato il proprio lavoro.
«Assolutamente sì»: le due parole che accusano tutti.
Prima di concludere l'intervista, ho rivolto al dottor Catalano una domanda precisa.
«Saltare una seduta di dialisi può mettere a rischio la vita?».
La risposta è stata altrettanto precisa.
«Assolutamente sì. Assolutamente sì».
Non serve aggiungere altro sul piano medico.
Ma sul piano civile, politico e morale bisogna aggiungere moltissimo.
Perché quelle due parole trasformano la vicenda da controversia organizzativa in un'emergenza che riguarda la tutela stessa della vita umana.
Non è accettabile che un anziano debba temere di non ricevere il trattamento nei tempi necessari. Non è accettabile che una moglie debba scegliere fra le esigenze della propria famiglia e la necessità di accompagnare il marito a dialisi. Non è accettabile che una figlia, già schiacciata dal peso dell'assistenza alla madre, debba sentirsi rispondere che raggiungere un luogo di cura è soltanto un problema suo.
E non è accettabile che un medico debba ritrovarsi emotivamente segnato dalla necessità di stabilire priorità fra persone gravemente malate a causa di una situazione emergenziale che richiede risposte organizzative adeguate.
A Piazza Italia ho incontrato anche un uomo di settantotto anni, già dirigente dell'azienda ospedaliera.
Ha ricordato che un tempo esistevano sprechi e inefficienze, ma anche una maggiore percezione di vicinanza fra istituzioni e cittadini.
Non so se il passato fosse davvero migliore. Diffido sempre della nostalgia, soprattutto quando diventa un alibi per non affrontare il presente.
So però che oggi, in questa piazza, c'è chi non chiede neppure più che il futuro sia migliore.
Chiede soltanto che non diventi peggiore.
Ed è una differenza terribile.
Non chiedono pietà. Pretendono giustizia.
La cosa che più mi ha impressionato di queste interviste non è stata la rabbia.
La rabbia è comprensibile. A volte è perfino salutare, quando serve a impedire che un'ingiustizia venga accettata come inevitabile.
Mi ha impressionato la mortificazione.
Una familiare ha posto una domanda che dovrebbe essere scritta sulle pareti di ogni assessorato alla Sanità:
«Perché dobbiamo raccontare i nostri dati sensibili e i nostri problemi per smuovere la pietà di qualcuno?».
Già. Perché?
Perché per ottenere attenzione bisogna esibire una cartella clinica, raccontare una patologia, descrivere la propria sofferenza davanti a una telecamera?
Perché il cittadino ammalato deve trasformarsi in supplicante?
La risposta dovrebbe essere una sola: non deve.
Il malato non è un suddito. Non è un numero da spostare da un centro all'altro. Non è un inconveniente amministrativo.
E chi lo assiste non può essere considerato una risorsa inesauribile, sempre disponibile a colmare con il sacrificio personale le insufficienze del sistema.
A Reggio Calabria, in questo 8 ottobre, il problema non è soltanto trovare una macchina per la dialisi.
È restituire a queste persone la certezza delle cure, la dignità del tempo, il diritto di programmare la propria esistenza senza vivere nell'angoscia del trattamento successivo.
Occorre garantire immediatamente la continuità terapeutica, individuare soluzioni compatibili con le condizioni cliniche e familiari dei pazienti, chiarire pubblicamente gli ostacoli amministrativi e rendere noto un percorso concreto per uscire dall'emergenza.
Con responsabili identificabili e tempi verificabili.
Il GOM sta compiendo uno sforzo straordinario. Il dottor Catalano e i suoi collaboratori stanno cercando di impedire che l'emergenza travolga i pazienti.
Ma non si può chiedere alla coscienza di un medico di compensare all'infinito ciò che deve essere garantito dall'organizzazione sanitaria.
E non si può chiedere ai malati di ringraziare eternamente per ciò che dovrebbe spettare loro di diritto.
Fra le persone radunate in piazza qualcuno ha invocato l'aiuto di Dio.
Rispetto profondamente quella fede.
Ma permettetemi una considerazione.
Dio, per chi crede, può dare conforto, speranza e forza. Non può essere chiamato a sostituire un direttore generale, un assessore, un'amministrazione o una decisione che le istituzioni hanno il dovere di assumere.
La dialisi non aspetta la politica. La malattia non conosce la burocrazia. E il diritto alla vita non può essere subordinato al calendario di un ufficio.
Se questo non viene compreso, se anche stavolta tutto finirà in promesse, riunioni e dichiarazioni di buona volontà, allora il problema non sarà soltanto la crisi della sanità reggina.
Sarà la crisi del nostro stesso concetto di civiltà.
Perché uno Stato che costringe i suoi cittadini più fragili a combattere per ricevere una terapia salvavita ha già perso qualcosa di essenziale.
Ha perso il senso della propria ragione d'essere.
E a chi governa, oggi, resta una domanda.
Una sola.
Quanto deve soffrire ancora un malato perché qualcuno si decida ad agire?
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspormontàno
@luigi.palamara Reggio Calabria, la dialisi della vergogna. Quando la burocrazia diventa più pericolosa della malattia Editoriale di Luigi Palamara Piazza Italia, Reggio Calabria – 8 ottobre 2026 Una cosa peggiore della malattia: dover implorare il diritto di curarsi. E qualcosa di ancora più intollerabile: scoprire che, in un Paese che si proclama civile, il destino di un essere umano può dipendere da un'autorizzazione amministrativa, da un accreditamento che non arriva, da un posto letto che manca o da una scrivania sulla quale qualche pratica attende di essere esaminata. A Reggio Calabria, in questo tardo pomeriggio dell'8 ottobre 2026, la vergogna ha un indirizzo preciso: Piazza Italia. Qui, davanti ai palazzi delle istituzioni, ci sono uomini e donne che non chiedono privilegi. Non chiedono pensioni d'oro, incarichi, favori o raccomandazioni. Chiedono di poter continuare a vivere. Sono malati sottoposti a dialisi. Persone i cui reni non riescono più a svolgere adeguatamente la loro funzione. Persone per le quali la dialisi non è una prestazione facoltativa, un appuntamento da rinviare o una terapia della quale si possa fare a meno. È una questione di sopravvivenza. Eppure, dopo la sospensione dei trattamenti presso il centro dialisi privato San Giorgio, una trentina di pazienti si ritrova improvvisamente senza il proprio abituale punto di riferimento terapeutico. Senza certezze. Senza una soluzione stabile. Con la prospettiva di sottoporsi alla dialisi in orari notturni al Grande Ospedale Metropolitano oppure di raggiungere Melito Porto Salvo o Scilla. Come se la malattia potesse adattarsi ai turni della burocrazia. Come se un organismo debilitato dovesse rispettare le convenienze dell'amministrazione. Ho ascoltato queste persone. Ho guardato i loro volti. Ho sentito la rabbia, l'amarezza, la disperazione. Ma soprattutto ho riconosciuto una cosa che dovrebbe far vergognare chiunque abbia responsabilità pubbliche: la dignità ferita di chi, per essere ascoltato, è costretto a raccontare davanti a un microfono la propria sofferenza. Una donna mi dice che suo marito, dopo il trattamento, è tornato a casa con la glicemia altissima. Ha anche una figlia di sedici anni, una famiglia da seguire, una quotidianità da mandare avanti. «Non ce la faccio più. Voglio risposte, cose concrete». E ha ragione. Perché non si vive soltanto di dialisi. Si vive anche di figli da accompagnare a scuola, di lavoro, di affetti, di notti trascorse nel proprio letto. Si vive di quella normalità che chi sta bene considera scontata e che per un malato diventa una conquista quotidiana. Ora anche quella conquista rischia di essere cancellata. Il terzo turno della civiltà. La soluzione immediata individuata per affrontare l'emergenza prevede il ricorso al Grande Ospedale Metropolitano, con ulteriori turni di dialisi che possono cominciare alle 21 e terminare all'una di notte. All'una di notte. Proviamo a immaginare che cosa significhi per una persona anziana, diabetica, cardiopatica, già provata da una malattia cronica, affrontare un trattamento salvavita in quelle ore. E proviamo a immaginare chi deve accompagnarla, aspettarla, riportarla a casa. Magari una moglie anziana. Magari un figlio che il mattino seguente deve lavorare. Magari una donna che da anni assiste da sola un familiare non autosufficiente. Siamo arrivati al punto che una terapia destinata a prolungare la vita rischia di rendere la vita quotidiana un calvario. Attenzione, però. Sarebbe profondamente ingiusto indirizzare questa indignazione contro i medici e gli infermieri del GOM. Anzi. Se oggi esiste una risposta all'emergenza, per quanto difficile e provvisoria, è anche grazie alla loro disponibilità. Il dottor Catalano, nefrologo del Grande Ospedale Metropolitano, è venuto in piazza. Ha parlato con i pazienti. Non si è nascosto dietro una porta, una circolare o una formula di circostanza. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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