Cent’anni di Banca d’Italia. Ma la fiducia non si celebra: si merita.
Dal terremoto del 1908 alle sfide economiche del 2026, il palazzo di Corso Garibaldi racconta una storia di istituzioni che resistono e di una Calabria che continua a inseguire il proprio futuro. Perché un secolo di presenza dello Stato è un patrimonio. Ma un secolo di promesse incompiute resta una domanda alla quale la politica deve rispondere.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Qualcosa di profondamente italiano nel celebrare i cent’anni di un palazzo. Soprattutto quando quel palazzo appartiene allo Stato, ha una facciata imponente, saloni monumentali e una storia abbastanza lunga da sopravvivere alle promesse degli uomini.
A Reggio Calabria, in Corso Garibaldi, la Banca d’Italia ha compiuto cent’anni. Un secolo di storia, di economia, di speranze. E anche di delusioni. Perché in questa terra, diciamolo senza troppi riguardi, le speranze hanno sempre avuto una vita più lunga dei risultati.
La cerimonia del 24 ottobre 2026, alla presenza del vicedirettore generale e membro del Direttorio Gian Luca Trequattrini, del direttore della Filiale Riziero Bruno e delle autorità cittadine, tra i quali il Sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro, ha restituito alla città un luogo che non è soltanto architettura. È memoria collettiva. È il racconto di uno Stato che, almeno in quel momento della storia, decise di non arretrare davanti alla tragedia.
Era il 1926 quando quell’edificio aprì le sue porte. Reggio portava ancora addosso le ferite del terremoto del 28 dicembre 1908. Una città che aveva conosciuto la distruzione cercava di ricostruire non soltanto le case, ma la propria dignità.
E qui la storia offre un particolare che vale più di molti discorsi ufficiali.
Dopo il terremoto, la Filiale della Banca d’Italia aveva continuato a operare in una costruzione provvisoria di legno. Un padiglione, come tanti altri sorti nella città ferita, dove lo Stato cercava di mantenere in vita i propri servizi mentre intorno si ricostruiva.
Nell’agosto del 1925 quel padiglione venne distrutto da un incendio.
Il terremoto prima. Il fuoco poi.
Eppure la Banca rimase.
Il nuovo edificio, realizzato tra il 1922 e il 1926, su un’area acquisita nel 1920, prese forma secondo i criteri antisismici introdotti dopo la catastrofe. Un palazzo neoclassico, progettato per durare, mentre Reggio cercava faticosamente di tornare a essere una città.
Inaugurarlo significava qualcosa di più che collocare funzionari dietro eleganti scrivanie. Significava affermare che lo Stato c’era. Che credeva in quella città. Che intendeva restarci.
Un atto di fiducia, lo ha definito Trequattrini.
Ed è un’espressione giusta.
Ma la fiducia, a differenza dei palazzi, non si conserva restaurando le facciate. Bisogna conquistarla ogni giorno. E soprattutto bisogna meritarsela.
Perché cento anni di presenza istituzionale sono un fatto importante. Cento anni di problemi irrisolti sono, invece, una domanda alla quale qualcuno dovrebbe finalmente rispondere.
C’è un’altra coincidenza storica che merita attenzione. Proprio nel 1926 la Banca d’Italia otteneva il monopolio dell’emissione delle banconote, superando il sistema precedente nel quale più istituti partecipavano all’emissione monetaria. Due anni dopo, nel 1928, sarebbe arrivato il nuovo Statuto, con la figura del Governatore.
La Banca centrale moderna prendeva forma mentre Reggio cercava di rialzarsi dalle macerie.
Due ricostruzioni diverse. Una istituzionale, l’altra materiale. Entrambe fondate sulla stessa parola: stabilità.
Eppure, a distanza di un secolo, quella stabilità economica e sociale resta per molti calabresi un traguardo incompiuto.
I numeri raccontati dalla Banca d’Italia sono impietosi proprio perché non hanno bisogno di alzare la voce.
Nel 2025 l’economia calabrese è cresciuta dell’1,1 per cento, più della media nazionale e meridionale. L’occupazione è aumentata del 3,8 per cento. La disoccupazione è scesa al 9,8 per cento.
Bene. Anzi, benissimo.
Ma poi arriva il resto della fotografia. Quella che nelle celebrazioni ufficiali si preferisce osservare di sfuggita.
Il tasso di attività è fermo al 51,7 per cento, contro il 66,7 della media italiana. Sono 558 mila le persone tra i quindici e i sessantaquattro anni che restano fuori dal mercato del lavoro. Il reddito pro capite delle famiglie calabresi è di 16.800 euro, oltre un quarto in meno rispetto alla media nazionale. E circa una famiglia su quattro vive in condizioni di povertà relativa.
Fermiamoci su quest’ultimo dato.
Una famiglia su quattro.
Dietro questa statistica non ci sono percentuali. Ci sono padri che fanno i conti alla fine del mese. Madri che rinunciano a qualcosa perché i figli possano avere il necessario. Giovani che studiano, si laureano e poi comprano un biglietto di sola andata. Anziani che dividono pensioni modeste con figli e nipoti.
Questa è la Calabria che non entra nei saloni monumentali. Non perché non ne abbia diritto, ma perché troppo spesso nessuno la invita.
Eppure è proprio a questa Calabria che le istituzioni dovrebbero rivolgersi.
Non per offrirle l’ennesima consolazione, ma per restituirle una prospettiva.
Cento anni fa l’economia reggina viveva del bergamotto, delle essenze richieste dall’industria profumiera internazionale, dei commerci del porto. Le attività manifatturiere erano modeste. La grande industria praticamente assente. Il risparmio faticava a diventare investimento e l’emigrazione portava lontano le energie migliori.
Cento anni dopo il bergamotto è ancora un’eccellenza, un simbolo, una possibilità. Il porto di Gioia Tauro è diventato un protagonista del traffico container nel Mediterraneo, raggiungendo nel 2025 un nuovo massimo storico. Le esportazioni regionali hanno superato il miliardo di euro e il turismo registra una crescita significativa delle presenze, soprattutto straniere.
Segnali incoraggianti, certamente.
Ma viene spontanea una domanda: possibile che una terra tanto ricca di risorse debba continuare a considerare straordinario ciò che altrove è semplicemente normale?
Un lavoro stabile. Un’impresa che non venga soffocata dalla burocrazia. Un giovane che possa scegliere di restare senza sentirsi un eroe o uno sconfitto. Una famiglia che non debba dipendere dalla fortuna, dalle conoscenze o dall’assistenza.
Non è chiedere la luna. È chiedere una società civile.
Perché il dramma della Calabria non è soltanto la povertà economica. È il progressivo impoverimento delle sue energie migliori.
Un tempo partivano i contadini e gli operai, diretti verso le Americhe o verso le fabbriche del Nord. Oggi partono laureati, ricercatori, professionisti, giovani preparati nelle università meridionali e troppo spesso destinati a produrre ricchezza altrove.
Cambiano le valigie. Cambiano i treni. Cambiano le destinazioni.
Ma la domanda rimane la stessa: perché per costruirsi una vita bisogna così spesso andare via?
E non basta rispondere che oggi il mondo è globale e che muoversi rappresenta un’opportunità. Certo che lo è. Ma una cosa è partire per scelta. Un’altra è partire perché restare significa rinunciare.
È una differenza enorme.
Ed è una differenza che nessuna statistica sulla crescita del prodotto interno lordo può cancellare.
C’è poi un capitolo che meriterebbe meno cerimonie e molte più spiegazioni: quello delle risorse pubbliche.
Alla Calabria sono stati assegnati 5,7 miliardi di euro nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo i dati richiamati durante il centenario, i pagamenti avevano raggiunto il 40 per cento del totale. A queste risorse si aggiungono 5,1 miliardi delle politiche di coesione per il periodo 2021-2027.
Sono cifre imponenti.
Miliardi.
Una parola che pronunciata durante un convegno sembra quasi astratta, ma che nella vita reale dovrebbe significare infrastrutture, servizi, scuole, collegamenti, innovazione, lavoro.
E allora la domanda non può essere soltanto quanti soldi arrivano.
Deve essere soprattutto come vengono spesi, con quali risultati, in quali tempi e con quale beneficio concreto per i cittadini.
Perché il Mezzogiorno ha conosciuto troppe stagioni di finanziamenti straordinari accompagnate da risultati ordinari.
La storia della Cassa per il Mezzogiorno, delle grandi promesse industriali, dei progetti rimasti incompiuti dovrebbe aver insegnato qualcosa. Basti ricordare il sogno del Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, mai realizzato, simbolo di una stagione in cui si pensava di poter programmare lo sviluppo dall’alto senza sempre costruire le condizioni perché durasse.
Il problema non è soltanto ottenere risorse. È trasformarle in ricchezza che rimanga sul territorio.
Durante la cerimonia si è parlato di turismo, investimenti, sviluppo, collaborazione istituzionale. Parole necessarie, certamente. Ma parole che il Mezzogiorno ascolta da decenni, spesso pronunciate con la stessa convinzione con cui vengono dimenticate.
Il turismo può essere una risorsa. Non può diventare un alibi. Una città non vive soltanto di visitatori, fotografie sul lungomare e stagioni fortunate. Vive di servizi, infrastrutture, imprese, scuole, sicurezza, competenze e opportunità.
Vive, soprattutto, della possibilità di costruire un futuro senza doverlo cercare altrove.
La Banca d’Italia non è un governo, né un municipio. Non le si possono attribuire responsabilità che appartengono alla politica. La sua funzione è diversa: osservare, analizzare, contribuire alla stabilità economica e alla conoscenza dei fenomeni.
Ed è proprio questa diversità a renderla preziosa.
Perché in un Paese dove la politica ama raccontare ciò che vorrebbe fosse vero, c’è bisogno di istituzioni capaci di documentare ciò che è vero davvero.
Anche quando è scomodo.
Soprattutto quando è scomodo.
Nel suo intervento, Trequattrini ha ricordato anche come la Filiale reggina abbia saputo adattarsi ai cambiamenti dell’Istituto. Dopo la riorganizzazione del 2009 si è specializzata nei servizi ai cittadini; dal 2015 ha rafforzato nuovamente il proprio ruolo nella gestione del contante. Da quasi dieci anni contribuisce inoltre alle attività del Numero Verde della Banca d’Italia, offrendo informazioni e orientamento sui servizi bancari e finanziari.
È un aspetto meno appariscente delle volte monumentali e delle facciate neoclassiche. Ma forse è ancora più importante.
Perché un’istituzione non dimostra la propria utilità soltanto quando riceve le autorità. La dimostra quando risponde a un cittadino.
Quando aiuta una persona a comprendere i propri diritti nei confronti di una banca. Quando rende più accessibili le informazioni economiche. Quando promuove l’educazione finanziaria in un territorio nel quale la fragilità sociale può trasformarsi facilmente anche in vulnerabilità economica.
È lì che la fiducia smette di essere una parola da cerimonia e diventa un servizio.
Il direttore Riziero Bruno ha ricordato che il palazzo rappresenta la presenza della banca centrale sul territorio nazionale. Ed è difficile dargli torto. La presenza conta. La continuità conta. La memoria conta.
Ma la storia non deve trasformarsi in una comoda poltrona sulla quale sedersi a contemplare il passato.
Deve diventare una responsabilità.
La Reggio del 1926 aveva davanti a sé una città da ricostruire materialmente. La Reggio di oggi ha davanti una sfida forse meno visibile, ma non meno impegnativa: ricostruire la fiducia nel lavoro, nel merito, nelle istituzioni, nella possibilità di cambiare il proprio destino.
Il terremoto distrusse edifici e strade. La rassegnazione rischia di distruggere qualcosa di ancora più difficile da ricostruire: la volontà di credere nel domani.
E allora ben vengano le celebrazioni. Ben vengano la musica, l’arte, il ricordo, il concerto per archi e pianoforte che ha concluso la giornata. Una città senza memoria è una città senza identità.
Purché la memoria non diventi retorica.
Purché gli applausi non coprano le domande.
Purché, una volta spente le luci del salone e congedate le autorità, resti qualcosa di più di una bella fotografia.
Il palazzo della Banca d’Italia è sopravvissuto a un secolo di cambiamenti. Ha visto passare governi, crisi economiche, guerre, ricostruzioni, illusioni e ripartenze. Ha visto una Calabria cambiare e, per certi aspetti, restare drammaticamente uguale a se stessa.
Le sue mura raccontano una storia di solidità.
Adesso occorre che anche la società che le circonda possa raccontarne una di progresso.
E c’è un’ultima considerazione che questo anniversario suggerisce.
Nel 1926, costruire un palazzo stabile in una città devastata era una dimostrazione di coraggio istituzionale. Nel 2026, il coraggio dovrebbe consistere nel dire ai cittadini la verità, anche quando non coincide con le narrazioni rassicuranti della politica.
Dire che la Calabria cresce, ma non abbastanza.
Che il lavoro aumenta, ma troppe persone ne restano escluse.
Che arrivano miliardi, ma non basta annunciarli.
Che il turismo avanza, ma non può sostituire una politica industriale e produttiva.
Che il futuro non si costruisce soltanto inaugurando opere, ma facendo funzionare quelle che esistono.
E soprattutto riconoscere che nessuna terra può dirsi davvero sviluppata finché continua a perdere i suoi figli migliori.
Perché il vero successo di un’istituzione non si misura soltanto dagli anni che attraversa, ma dalla fiducia che riesce a generare.
E il vero compleanno di una città non arriva quando un palazzo compie cent’anni.
Arriva quando un giovane può finalmente dire: «Resto qui. Perché qui ho un futuro».
Quel giorno, forse, Reggio Calabria avrà qualcosa di più importante da festeggiare.
Non un anniversario.
Una conquista.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere

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