Quando i giovani scendono nelle piazze lontane da noi, li chiamiamo coraggiosi. Quando sfidano governi autoritari, li celebriamo come simboli di libertà. Quando reclamano democrazia, ne ammiriamo la determinazione.
Ma quando protestano nelle nostre città, il linguaggio cambia.
Diventano un problema di ordine pubblico. Un fastidio. Una generazione inquieta, alla quale si chiede soprattutto di non disturbare.
È una contraddizione che merita di essere osservata senza ipocrisie.
Perché una democrazia non dimostra la propria forza soltanto quando consente ai cittadini di votare. La dimostra anche quando accetta di essere contestata.
La storia ci insegna che i giovani non hanno sempre ragione. Ma ci insegna anche che molte conquiste civili sarebbero arrivate più tardi, o forse non sarebbero arrivate affatto, se qualcuno non avesse avuto il coraggio di mettere in discussione l'ordine esistente.
Dalle mobilitazioni democratiche nei Balcani alle grandi manifestazioni dell'America Latina, le nuove generazioni hanno mostrato, in contesti storici e politici differenti, quanto la partecipazione possa incidere sulla vita pubblica.
La Bosnia, con la sua storia complessa e le sue persistenti tensioni istituzionali, racconta quanto sia difficile costruire una democrazia stabile. Il Brasile ha conosciuto, nella contrapposizione tra Lula e Bolsonaro, una stagione di intensa mobilitazione politica, nella quale anche i giovani hanno fatto sentire la propria voce.
Non sono vicende identiche. Né possono essere ridotte alla favola di una gioventù che, da sola, sconfigge ogni potere.
Ma pongono una questione comune.
Che cosa accade quando una generazione smette di considerare inevitabile il futuro che altri hanno deciso per lei?
Accade che la politica è costretta ad ascoltare. O almeno a confrontarsi con domande che avrebbe preferito rinviare.
E veniamo all'Italia.
Le immagini delle violenze e delle devastazioni a Milano non possono essere liquidate come un dettaglio.
Distruggere beni pubblici o privati, aggredire persone, trasformare una manifestazione in un'occasione di violenza non significa esercitare un diritto democratico. Significa violare la legge e danneggiare anche le ragioni di chi protesta pacificamente.
Su questo non dovrebbero esserci ambiguità.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare quelle violenze per cancellare tutto il resto.
Perché una vetrina infranta si fotografa facilmente. Una speranza infranta è più difficile da raccontare.
Eppure esiste.
Esiste nei giovani che studiano e temono di non trovare un lavoro dignitoso. Nei laureati che guardano all'estero non per avventura, ma perché non intravedono opportunità. Nei lavoratori che, pur avendo un'occupazione, faticano a costruirsi una vita autonoma.
Esiste in chi non riesce a permettersi una casa, in chi rinvia la scelta di avere figli, in chi considera la stabilità economica un privilegio anziché una prospettiva ragionevole.
Naturalmente non tutti i giovani vivono la stessa condizione. E non tutte le proteste nascono dalle medesime rivendicazioni.
Ma il disagio sociale non scompare soltanto perché una parte della discussione pubblica preferisce occuparsi degli scontri.
Il problema dell'ordine pubblico esiste e deve essere affrontato.
Il problema del futuro esiste e non può essere ignorato.
Una democrazia responsabile deve saper fare entrambe le cose.
La novità che la politica rischia di non vedere.
C'è poi un elemento che rende queste mobilitazioni particolarmente significativo e che merita una riflessione più profonda.
Accanto ai giovani sono scesi in piazza anche lavoratori, rappresentanti di categorie essenziali e genitori.
Non soltanto per solidarietà.
Ma perché molte delle preoccupazioni espresse dai figli riguardano direttamente anche loro.
Per anni abbiamo raccontato il rapporto tra generazioni come una contrapposizione.
I giovani accusavano gli adulti di avere consumato opportunità e risorse. Gli adulti rimproveravano ai giovani di non conoscere il sacrificio, di pretendere troppo, di non avere pazienza.
Due generazioni che sembravano parlarsi senza ascoltarsi.
Oggi, in alcune piazze, emerge qualcosa di diverso.
Un padre che manifesta accanto al figlio non sta necessariamente difendendo soltanto il presente di quel ragazzo.
Sta riconoscendo che il proprio lavoro, i propri sacrifici e le proprie rinunce potrebbero non bastare più a garantirgli un avvenire.
Una madre che partecipa alla protesta non sta semplicemente accompagnando una generazione inquieta.
Sta condividendo una domanda alla quale, forse, neppure lei riesce a dare risposta.
Come si costruisce una vita dignitosa quando il lavoro non assicura stabilità, la casa diventa inaccessibile e l'istruzione non sempre apre le porte che promette?
È qui che il conflitto generazionale può trasformarsi in una richiesta comune di cambiamento.
Non più i figli contro i padri. Ma padri e figli davanti alle stesse incertezze.
Non è un fenomeno da idealizzare. Le differenze tra generazioni rimangono, così come le diverse condizioni economiche e sociali.
Ma quando esperienze differenti trovano un linguaggio comune, la politica dovrebbe interrogarsi sul loro significato.
Perché una società nella quale i genitori non riescono più a immaginare per i figli un futuro migliore del proprio ha un problema che nessuna polemica televisiva può risolvere.
Il diritto di protestare e il dovere di ascoltare.
C'è una differenza sostanziale tra governare il dissenso e volerlo eliminare.
Il primo è un compito delle istituzioni democratiche. Il secondo è una tentazione dalla quale ogni potere dovrebbe guardarsi.
Le manifestazioni possono creare disagi. Possono esprimere rivendicazioni contraddittorie. Possono avanzare proposte discutibili.
Non per questo perdono la propria legittimità.
Il diritto di manifestare pacificamente non dipende dall'approvazione del governo, né dal gradimento dell'opinione pubblica.
Allo stesso tempo, chi protesta deve assumersi la responsabilità dei propri comportamenti e rispettare i diritti degli altri.
Non esiste una libertà autentica che possa fondarsi sulla violenza.
Ma non esiste neppure una democrazia pienamente vitale che consideri ogni manifestazione di dissenso una minaccia.
Il compito della politica non è applaudire indistintamente le piazze.
È comprendere ciò che esprimono, distinguere le richieste fondate da quelle irrealistiche e offrire risposte verificabili.
La sicurezza e la giustizia sociale non sono necessariamente valori contrapposti.
Diventano antagonisti quando vengono utilizzati come slogan per evitare il confronto.
Il passaggio generazionale che non possiamo più rinviare.
Da decenni in Italia si parla di ricambio generazionale.
Lo si promette nei congressi, lo si invoca nei programmi elettorali, lo si celebra nei discorsi ufficiali.
Poi, troppo spesso, il ricambio rimane una formula.
Si chiede ai giovani di partecipare, ma non sempre si offre loro la possibilità di incidere. Si invoca il merito, ma le opportunità non sono distribuite in modo uniforme. Si parla di futuro, ma molte decisioni continuano a essere prese senza un confronto adeguato con chi dovrà viverne le conseguenze.
Il passaggio generazionale non consiste semplicemente nel sostituire una classe dirigente anziana con una più giovane.
L'età, da sola, non garantisce né competenza né lungimiranza.
Consiste nel trasferire responsabilità, aprire spazi di partecipazione, riconoscere nuove esigenze e costruire istituzioni capaci di guardare oltre il ciclo elettorale.
E proprio l'incontro tra generazioni potrebbe rendere questo passaggio meno traumatico.
Gli adulti possono portare esperienza e memoria. I giovani possono contribuire con nuove competenze, sensibilità e prospettive.
Nessuna delle due generazioni possiede da sola tutte le risposte.
Ma entrambe hanno interesse a non consegnare al futuro gli stessi problemi irrisolti.
E la sinistra?
Qui si apre una questione politica che non può essere elusa.
La sinistra italiana ha storicamente costruito una parte importante della propria identità attorno al lavoro, ai diritti sociali, all'istruzione e alla partecipazione democratica.
Oggi le mobilitazioni giovanili e intergenerazionali ripropongono proprio molte di queste questioni.
Per la sinistra rappresentano dunque un banco di prova significativo.
Non perché ogni giovane che protesta appartenga a quell'area politica. Sarebbe una semplificazione ingiustificata.
E neppure perché una manifestazione possa essere considerata automaticamente il patrimonio elettorale di un partito.
Le piazze non appartengono a nessuno.
Ma le domande che emergono dalle proteste interrogano inevitabilmente le forze politiche che dichiarano di voler rappresentare il disagio sociale.
La sinistra dovrà confrontarsi con la distanza tra il proprio linguaggio e le condizioni concrete di studenti, lavoratori e famiglie.
Con il rapporto tra tutela dei diritti e possibilità di crescita economica.
Con la difficoltà di trasformare rivendicazioni generali in proposte amministrative e legislative credibili.
E con una domanda che riguarda anche le altre forze politiche: quanto spazio reale viene riconosciuto alle nuove generazioni nei luoghi dove si decide?
La tentazione di ogni partito è interpretare una mobilitazione come un'occasione per rafforzare la propria identità.
Ma ascoltare non significa appropriarsi.
Significa accettare che le richieste dei cittadini possano mettere in discussione anche le proprie convinzioni.
Il futuro non aspetta i tempi della politica.
Forse il punto più importante è proprio questo.
La politica ragiona spesso secondo il calendario delle elezioni. Le persone vivono secondo quello della propria esistenza.
Un giovane non può rinviare indefinitamente la propria autonomia. Una famiglia non può attendere per sempre una stabilità economica. Un lavoratore non può vivere soltanto di promesse.
Le istituzioni devono affrontare vincoli di bilancio, complessità normative e interessi differenti. Nessuna risposta seria può ignorarli.
Ma neppure questi vincoli possono diventare una spiegazione sufficiente per ogni ritardo.
Occorrono scelte, priorità, responsabilità.
E occorre un confronto pubblico che non si esaurisca nella contrapposizione tra chi difende le proteste senza riserve e chi le condanna senza distinguere.
Le violenze devono essere perseguite.
Le rivendicazioni devono essere esaminate.
Le istituzioni devono rispondere.
È un equilibrio difficile, ma è precisamente ciò che distingue la democrazia dalla semplice amministrazione del potere.
Alla fine resta un'immagine.
Un ragazzo in piazza. Accanto a lui suo padre, o sua madre.
Forse non condividono ogni parola d'ordine. Forse hanno idee politiche diverse. Forse discutono anche tra loro.
Ma sono lì perché entrambi avvertono che qualcosa deve essere affrontato.
Non sappiamo se quella piazza produrrà una riforma, una nuova stagione politica o soltanto un dibattito destinato a spegnersi.
Sappiamo però che la domanda di futuro non può essere archiviata con una fotografia degli scontri.
E che una società dovrebbe preoccuparsi non soltanto quando i giovani protestano, ma anche quando smettono di credere che partecipare possa servire a qualcosa.
Il vero problema non è una generazione che alza la voce. È una democrazia che rischia di non ascoltare.
Perché i giovani non chiedono soltanto di essere rassicurati.
Chiedono di poter costruire la propria vita.
E i genitori che oggi camminano accanto a loro sembrano porre una domanda ancora più semplice, e forse più dolorosa:
che cosa abbiamo fatto del futuro che avremmo voluto consegnare ai nostri figli?
È una domanda alla quale non può rispondere una carica di polizia. Non può rispondere uno slogan. E non può rispondere, da sola, una manifestazione.
Deve rispondere la politica.
Tutta la politica.
Con i fatti.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere

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