Certe domande sembrano sciocche soltanto a chi non sa ascoltarle.
Il 6 luglio 2026, a Reggio Calabria, durante una conferenza stampa, ad Antonio Tajani ne viene rivolta una sulle zucchine.
Sì, proprio le zucchine.
Non la guerra, non i massimi sistemi, non i destini dell’Europa. Le zucchine. Quelle che fino a ieri finivano in padella senza che nessuno sentisse il bisogno di convocare un economista. Quelle che appartenevano alla cucina quotidiana, povera e dignitosa, e che oggi possono arrivare a costare un euro l’una.
Un euro una zucchina.
A pronunciarla ad alta voce, questa cifra ha qualcosa di osceno.
Tajani risponde parlando della crisi energetica, dell’aumento dei costi, delle conseguenze che l’energia cara trascina con sé nell’intera economia del Paese. Una risposta istituzionale, ragionevole, persino ovvia.
Ma il punto non è la risposta.
Il punto è la zucchina.
Perché qualche mese dopo le zucchine arrivano sui giornali, nei telegiornali, nei discorsi del cosiddetto mainstream. Improvvisamente tutti scoprono ciò che al mercato, nei campi e nelle cucine molte famiglie avevano già capito da tempo: quando diventa caro il cibo povero, qualcosa si è rotto.
Le zucchine, come le patate, non sono soltanto ortaggi.
Sono un indicatore economico molto più sincero di certe tabelle ministeriali.
Sono il cibo di chi deve mettere insieme il pranzo con la cena. E, per uno dei tanti paradossi italiani, sono anche la delizia dei ristoranti raffinati, dove una zucchina può diventare “vellutata”, “composizione”, “esperienza” e costare quanto una giornata di spesa di una famiglia.
Ma al mercato resta una zucchina.
E quando una zucchina diventa un lusso, non serve un premio Nobel per capire che la febbre è alta.
Il problema, poi, non è soltanto quanto paga il consumatore. È quanto poco resta a chi quella zucchina l’ha seminata, irrigata, raccolta.
Pochi centesimi al produttore.
Tutto il resto si accumula lungo la strada: trasporto, energia, imballaggi, intermediazioni, distribuzione, margini. Un viaggio di pochi chilometri che qualche volta sembra costare più di una traversata oceanica.
Ed eccolo, il vero scandalo.
Non il contadino che chiede troppo.
Non la famiglia che si lamenta.
Ma un sistema nel quale chi produce il cibo incassa le briciole e chi lo compra paga il conto intero.
Le zucchine sono una spia rossa sul cruscotto.
Possiamo ignorarla. Possiamo continuare a discutere di percentuali, indici, PIL, spread, decimali e previsioni. Possiamo raccontarci che l’inflazione rallenta perché rallenta nei grafici.
Poi entriamo in un mercato.
Prendiamo in mano una zucchina.
Guardiamo il prezzo.
Ed ecco che tutta la retorica economica torna improvvisamente sulla terra.
Perché uno Stato non comincia a fallire quando qualcuno pronuncia la parola “default”.
Comincia a fallire molto prima.
Comincia quando il lavoro di chi produce non vale abbastanza per vivere.
Quando il salario di chi compra non basta più per mangiare.
Quando patate, zucchine, pane e frutta smettono di essere normalità e diventano voci da controllare con la calcolatrice.
Il fallimento di un Paese, prima di apparire nei bilanci dello Stato, appare nel cestino della spesa.
E forse è proprio per questo che quella domanda sulle zucchine, apparentemente così piccola, era una domanda enorme.
Perché le grandi crisi hanno spesso la cattiva educazione di presentarsi sotto forma di piccole cose.
Un litro di latte.
Un chilo di patate.
Una bolletta.
Una zucchina da un euro.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara L’Italia alla prova della zucchina Dietro la banalità di una zucchina si nasconde lo scandalo silenzioso di un'economia che ha smesso di funzionare. L'Editoriale di Luigi Palamara Certe domande sembrano sciocche soltanto a chi non sa ascoltarle. Il 6 luglio 2026, a Reggio Calabria, durante una conferenza stampa, ad Antonio Tajani ne viene rivolta una sulle zucchine. Sì, proprio le zucchine. Non la guerra, non i massimi sistemi, non i destini dell’Europa. Le zucchine. Quelle che fino a ieri finivano in padella senza che nessuno sentisse il bisogno di convocare un economista. Quelle che appartenevano alla cucina quotidiana, povera e dignitosa, e che oggi possono arrivare a costare un euro l’una. Un euro una zucchina. A pronunciarla ad alta voce, questa cifra ha qualcosa di osceno. Tajani risponde parlando della crisi energetica, dell’aumento dei costi, delle conseguenze che l’energia cara trascina con sé nell’intera economia del Paese. Una risposta istituzionale, ragionevole, persino ovvia. Ma il punto non è la risposta. Il punto è la zucchina. Perché qualche mese dopo le zucchine arrivano sui giornali, nei telegiornali, nei discorsi del cosiddetto mainstream. Improvvisamente tutti scoprono ciò che al mercato, nei campi e nelle cucine molte famiglie avevano già capito da tempo: quando diventa caro il cibo povero, qualcosa si è rotto. Le zucchine, come le patate, non sono soltanto ortaggi. Sono un indicatore economico molto più sincero di certe tabelle ministeriali. Sono il cibo di chi deve mettere insieme il pranzo con la cena. E, per uno dei tanti paradossi italiani, sono anche la delizia dei ristoranti raffinati, dove una zucchina può diventare “vellutata”, “composizione”, “esperienza” e costare quanto una giornata di spesa di una famiglia. Ma al mercato resta una zucchina. E quando una zucchina diventa un lusso, non serve un premio Nobel per capire che la febbre è alta. Il problema, poi, non è soltanto quanto paga il consumatore. È quanto poco resta a chi quella zucchina l’ha seminata, irrigata, raccolta. Pochi centesimi al produttore. Tutto il resto si accumula lungo la strada: trasporto, energia, imballaggi, intermediazioni, distribuzione, margini. Un viaggio di pochi chilometri che qualche volta sembra costare più di una traversata oceanica. Ed eccolo, il vero scandalo. Non il contadino che chiede troppo. Non la famiglia che si lamenta. Ma un sistema nel quale chi produce il cibo incassa le briciole e chi lo compra paga il conto intero. Le zucchine sono una spia rossa sul cruscotto. Possiamo ignorarla. Possiamo continuare a discutere di percentuali, indici, PIL, spread, decimali e previsioni. Possiamo raccontarci che l’inflazione rallenta perché rallenta nei grafici. Poi entriamo in un mercato. Prendiamo in mano una zucchina. Guardiamo il prezzo. Ed ecco che tutta la retorica economica torna improvvisamente sulla terra. Perché uno Stato non comincia a fallire quando qualcuno pronuncia la parola “default”. Comincia a fallire molto prima. Comincia quando il lavoro di chi produce non vale abbastanza per vivere. Quando il salario di chi compra non basta più per mangiare. Quando patate, zucchine, pane e frutta smettono di essere normalità e diventano voci da controllare con la calcolatrice. Il fallimento di un Paese, prima di apparire nei bilanci dello Stato, appare nel cestino della spesa. E forse è proprio per questo che quella domanda sulle zucchine, apparentemente così piccola, era una domanda enorme. Perché le grandi crisi hanno spesso la cattiva educazione di presentarsi sotto forma di piccole cose. Un litro di latte. Un chilo di patate. Una bolletta. Una zucchina da un euro. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere #economia #zucchine #antoniotajani #luigipalamara #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara
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