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QUANDO ERAVAMO LIBERI E NON LO SAPEVAMO

QUANDO ERAVAMO LIBERI E NON LO SAPEVAMO

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Gli anni Settanta, l'infanzia senza guinzaglio e quella libertà che abbiamo sacrificato sull'altare della sicurezza.

C'era una volta un Paese nel quale i bambini uscivano di casa senza che i genitori sapessero esattamente dove andassero. Non era l'Albania di Enver Hoxha, né una sperduta tribù dell'Amazzonia. Era l'Italia. Quella degli anni Settanta, delle cabine telefoniche, delle ginocchia sbucciate e delle madri che, affacciate al balcone, esercitavano l'unica forma di geolocalizzazione allora conosciuta: un urlo capace di attraversare tre isolati.

Si chiamava infanzia. Oggi, probabilmente, la chiamerebbero abbandono di minore.

A quei tempi si poteva uscire la mattina e tornare all'ora di cena. Nessuno pretendeva un resoconto minuto per minuto. Nessuno telefonava ogni dieci minuti per sapere dove fossi, con chi stessi e che cosa stessi facendo. Anche perché il telefono, quando c'era, era uno solo, attaccato al muro, e rispondeva quasi sempre la persona meno indicata.

La libertà cominciava dal portone di casa e finiva quando tua madre pronunciava il tuo nome con quel tono che non ammetteva ricorsi in Cassazione.

In mezzo c'era la vita.

Una vita fatta di partite di pallone nei cortili, biciclette senza casco, amicizie nate per strada, litigi risolti senza convocare psicologi, pedagogisti e avvocati. Se cadevi, ti rialzavi. Se ti sbucciavi un ginocchio, ci mettevi sopra un po' di saliva, magari un cerotto, e riprendevi a correre. Nessuno parlava di trauma. Il trauma, semmai, arrivava quando rincasavi con i pantaloni nuovi ridotti come una bandiera dopo una battaglia.

Non eravamo eroi. Eravamo bambini.

E soprattutto non eravamo il centro dell'universo.

I nostri genitori avevano altro da fare. Lavoravano, si preoccupavano delle bollette, cercavano di arrivare alla fine del mese. Ci volevano bene, naturalmente. Ma non ritenevano necessario dimostrarcelo organizzandoci ogni singolo minuto della giornata.

Oggi il bambino è diventato un progetto aziendale. Ha un'agenda più fitta di quella di un ministro, un calendario di attività extrascolastiche, un telefono che ne registra gli spostamenti e due genitori che confondono la presenza con il controllo.

Lo accompagnano a scuola, in palestra, al corso d'inglese, alla lezione di musica. Gli controllano i compiti, gli risolvono i problemi, gli anticipano le difficoltà. Se prende un brutto voto, spesso non è lui a dover spiegare qualcosa: è l'insegnante.

Abbiamo inventato una generazione di figli sorvegliati speciali e ci meravigliamo quando scopriamo che alcuni di loro faticano a muovere un passo da soli.

Il paradosso è tutto qui: non abbiamo mai avuto tanti strumenti per comunicare e forse non siamo mai stati così incapaci di lasciarci in pace.

Negli anni Settanta, per vedere un amico, bisognava andarlo a cercare. Si suonava al citofono, quando c'era, oppure si gridava sotto la finestra. Se non era in casa, pazienza. Si andava avanti. Si imparava che il mondo non era obbligato a essere sempre disponibile.

Oggi sappiamo se qualcuno ha letto un messaggio, quando si è collegato l'ultima volta e perfino dove si trova. E tuttavia basta una risposta che non arriva per scatenare drammi degni di una tragedia greca.

Abbiamo abolito l'attesa, ma non l'angoscia. Anzi, l'abbiamo moltiplicata.

E poi c'era la responsabilità.

Se rompevi un vetro giocando a pallone, non cercavi un esperto di comunicazione per costruire una narrazione alternativa. Cercavi di capire come confessarlo ai tuoi genitori senza perdere il diritto di uscire fino alla maggiore età.

Se dimenticavi i compiti, il problema era tuo. Se perdevi una puntata del tuo cartone preferito, l'avevi persa. Punto. Nessuna replica, nessuna piattaforma, nessun algoritmo pronto a restituirti ciò che avevi mancato.

Era una scuola severa, spesso involontaria, ma insegnava una cosa fondamentale: non tutto si può recuperare, non tutto ci è dovuto, non tutto dipende dalla nostra volontà.

Naturalmente sarebbe sciocco trasformare quegli anni in un paradiso perduto.

L'Italia degli anni Settanta non era un quadro idilliaco. C'erano violenze, ingiustizie, povertà, autoritarismi familiari e silenzi che oggi, giustamente, non siamo più disposti ad accettare. La libertà di cui godono i bambini di allora non era uguale per tutti. E non tutto ciò che veniva considerato normale meritava di esserlo.

Ma sarebbe altrettanto sciocco fingere che, nel correggere gli errori di quel mondo, non abbiamo smarrito anche qualcosa di prezioso.

Abbiamo sostituito l'autonomia con la protezione, il rischio con la prevenzione, l'esperienza con la supervisione.

E abbiamo chiamato tutto questo progresso.

Forse lo è, almeno in parte. Un casco può salvare una vita. Un telefono può consentire di chiedere aiuto. Una maggiore attenzione degli adulti può impedire sofferenze che un tempo venivano ignorate. Nessuna persona ragionevole dovrebbe rimpiangere i pericoli soltanto perché appartengono alla propria giovinezza.

Ma il progresso diventa una caricatura di se stesso quando pretende di eliminare dalla vita ogni incertezza.

Perché vivere significa anche sbagliare. Significa perdersi, ritrovare la strada, affrontare un piccolo fallimento senza che qualcuno intervenga immediatamente per cancellarlo. Significa imparare che un ginocchio sbucciato guarisce e che qualche delusione, anziché distruggerci, ci rende più forti.

E qui sta la vera differenza tra ieri e oggi.

Noi non sapevamo sempre dove fossero i nostri amici, ma sapevamo come andarli a cercare. Non avevamo migliaia di fotografie, ma quelle poche che possedevamo avevano una storia. Non potevamo rivedere tutto, acquistare tutto, raggiungere tutti. E proprio per questo imparavamo a scegliere, aspettare, desiderare.

Oggi abbiamo consegnato ai nostri figli un mondo infinitamente più comodo, tecnologico e accessibile. Ma rischiamo di sottrarre loro il diritto più importante: quello di misurarsi con la realtà senza avere continuamente un adulto alle spalle.

La questione, dunque, non è rimpiangere gli anni Settanta. Sarebbe troppo facile. E anche piuttosto ridicolo, visto che molti di coloro che oggi celebrano la libertà di allora sono gli stessi che controllano ossessivamente i propri figli attraverso lo smartphone.

La vera questione è avere il coraggio di restituire ai ragazzi una parte di quella libertà, adattandola al presente.

Lasciarli scegliere. Lasciarli sbagliare. Lasciarli risolvere qualche problema. Accettare che crescere comporti inevitabilmente un margine di rischio.

Soprattutto, smettere di considerare ogni difficoltà un'emergenza e ogni ostacolo un'ingiustizia.

Perché un figlio non è un oggetto fragile da conservare sotto vetro. È una persona che deve imparare a stare in piedi anche quando noi non saremo lì a sorreggerla.

E forse il problema più grande della nostra epoca è proprio questo: siamo talmente impegnati a proteggere i figli dal mondo da dimenticarci che il nostro compito sarebbe prepararli ad affrontarlo.

Negli anni Settanta, quando un bambino usciva di casa, sua madre gli diceva quasi sempre una frase semplicissima:

«Stai attento. E torna per cena».

Non gli chiedeva di mandare la posizione. Non pretendeva fotografie a dimostrazione che fosse vivo. Non gli organizzava la libertà.

Gli dava fiducia.

Ecco, forse non abbiamo bisogno di tornare agli anni Settanta.

Abbiamo soltanto bisogno di ricordarci che la fiducia educa, mentre il controllo, quando diventa una gabbia, finisce per impedire di crescere.

Perché la libertà non era avere tutto.

Era uscire da quel portone, guardare la strada davanti a sé e sapere che, almeno per qualche ora, il mondo era ancora tutto da scoprire.

E nessuno poteva farlo al posto nostro.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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