REGGIO CALABRIA, LA CITTÀ CHE SI SVEGLIA. E IL GIORNALISTA CHE NON VUOLE PIÙ DORMIRE
Tra i palazzi del potere, le illusioni della politica e le miserie del giornalismo, una riflessione senza sconti. Perché riconoscere i propri errori è un dovere. Continuare a commetterli, invece, diventa una colpa.
Editoriale di Luigi Palamara
REGGIO CALABRIA, 13 ottobre 2026.
Sono seduto in Piazza Italia. Quella che sulle carte porta il nome di Vittorio Emanuele II, ma che i reggini, con quella familiarità un po' irriverente che riservano alle cose proprie, continuano a chiamare Piazza Italia.
Davanti a me c'è Palazzo San Giorgio, sede del Comune. Poco più in là, Palazzo Alvaro e la Prefettura. In mezzo, il monumento all'Italia, immobile testimone di generazioni di amministratori, promesse elettorali, entusiasmi, delusioni e qualche rara conquista.
Qui si concentra una buona parte del potere cittadino.
E, come spesso accade dalle nostre parti, il potere cambia inquilini assai più facilmente di quanto cambi abitudini.
Eppure qualcosa, oggi, mi sembra diverso.
Non so ancora se sia l'inizio di una stagione nuova o soltanto l'ennesima illusione destinata a consumarsi alla prima prova dei fatti. So, però, che Reggio Calabria ha ricominciato a discutere di politica.
E già questo, dopo tanto torpore, è qualcosa.
La città è bella. Il problema siamo noi
Reggio Calabria possiede una bellezza che non ha bisogno di essere inventata da qualche assessore al turismo.
Ce l'ha già.
È nel suo mare, nel suo paesaggio, nelle sue piazze, nei suoi palazzi e perfino in quelle periferie che qualcuno considera soltanto un problema da amministrare.
Santa Caterina, Catona, Gallico, Gebbione, Ravagnese: quartieri che conosco, attraverso e racconto. Luoghi dove la bellezza convive con l'abbandono, dove le potenzialità spesso inciampano nella trascuratezza.
Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità alla politica.
Una città non è soltanto il risultato di chi la governa. È anche lo specchio di chi la abita.
Possiamo costruire strade, restaurare palazzi, inaugurare piazze e moltiplicare i comunicati stampa. Ma se manca il senso civico, se il diritto diventa favore, se il rispetto delle regole viene considerato un'inutile perdita di tempo, avremo soltanto una città più elegante nella sua disorganizzazione.
La bellezza è un dono. La civiltà, invece, è una conquista.
E noi, su questo terreno, abbiamo ancora parecchia strada da fare.
La politica ha cambiato marcia. Ma non è ancora arrivata da nessuna parte
Con la nuova fase politica che vede Francesco Cannizzaro tra i protagonisti, Reggio sembra aver ritrovato una vitalità che da tempo non percepivo.
Si discute, si polemizza, ci si divide.
Qualcuno storce il naso.
Io, invece, ne sono contento.
Perché una città nella quale si litiga sulle idee è comunque più viva di una città nella quale nessuno ha più voglia di discutere.
Il silenzio politico non è necessariamente segno di concordia. A volte è soltanto rassegnazione.
Per anni ho avuto la sensazione che Reggio procedesse in prima marcia, con il motore acceso e il freno a mano tirato.
Adesso, forse, siamo passati alla seconda. Qualcuno sostiene addirittura alla terza.
Bene.
Ma prima di applaudire aspetterei di vedere come affrontiamo le salite.
Perché la politica non si misura dal numero delle dichiarazioni, dalla folla che accompagna un personaggio o dalla capacità di occupare le pagine dei giornali.
La politica si misura dai risultati. Tutto il resto è propaganda, più o meno ben confezionata.
E dunque nessuna cambiale in bianco.
A Cannizzaro, come a chiunque altro.
La mia cantonata. E il dovere di dirlo
Adesso devo parlare di una questione meno comoda.
Me stesso.
Sì, perché sarebbe fin troppo facile pretendere dagli altri quella severità che non siamo disposti ad applicare alle nostre convinzioni.
Ho sbagliato.
Non una virgola, non un aggettivo, non una valutazione marginale.
Ho preso una cantonata pazzesca.
Per troppo tempo ho probabilmente finito anch'io per considerare normale ciò che normale non era. Mi sono abituato a una politica che procedeva senza slanci, a un'amministrazione della quotidianità scambiata per visione del futuro.
E quando ci si abitua alla mediocrità, il rischio più grande è cominciare a chiamarla eccellenza.
È una malattia sottile.
Colpisce i cittadini, ma può contagiare anche i giornalisti.
Anzi, soprattutto i giornalisti.
Perché chi dovrebbe osservare il potere con occhio critico finisce talvolta per adottarne il metro di giudizio.
Non cerco attenuanti.
E non pretendo una medaglia per averlo riconosciuto.
Ammettere un errore non è un atto di eroismo. È il minimo sindacale dell'onestà intellettuale.
Il difficile viene dopo.
Quando bisogna dimostrare, con i fatti, di aver imparato qualcosa.
Io intendo provarci.
Non sono con Cannizzaro. Non ero con Falcomatà. Sono con i fatti
C'è sempre qualcuno che sente il bisogno di appiccicarti un'etichetta.
Se racconti un amministratore, sei suo amico.
Se ne riconosci un merito, sei diventato un sostenitore.
Se lo critichi, sei passato all'opposizione.
È la logica infantile di una società che fatica a distinguere il giornalismo dal tifo.
Mi chiedono se oggi sto con Cannizzaro, mentre ieri stavo con Falcomatà.
La risposta è semplice.
Io sto con il mio mestiere.
Quando Falcomatà era protagonista della vita amministrativa, raccontavo Falcomatà. Quando lo era Scopelliti, raccontavo Scopelliti. Oggi racconto i protagonisti della nuova stagione politica.
Che cosa dovrei fare? Intervistare soltanto gli sconfitti per dimostrare la mia indipendenza?
Sarebbe ridicolo.
Il giornalista non deve essere né il portavoce del potere né il suo oppositore per professione. Deve essere il suo controllore.
Se un sindaco fa bene, lo scrivo.
Se fa male, lo scrivo ugualmente.
Se non capisco, faccio domande.
E se mi raccontano una sciocchezza, non sono obbligato a pubblicarla come fosse una verità rivelata.
Non è una questione di simpatie.
È una questione di dignità professionale.
Il giornalismo non è un ufficio postale
Veniamo a un altro argomento che mi sta particolarmente a cuore.
Il giornalismo.
O meglio, quello che troppo spesso viene spacciato per giornalismo.
Abbiamo trasformato una professione che dovrebbe vivere di domande, verifiche e approfondimenti in una catena di montaggio di comunicati stampa.
Arriva la dichiarazione del politico.
Si copia.
Si pubblica.
E il gioco è fatto.
Nessuno domanda perché. Nessuno chiede come. Nessuno verifica se le promesse corrispondano ai fatti.
Poi ci meravigliamo se i cittadini perdono fiducia nell'informazione.
Ma che fiducia dovrebbero avere?
Il giornalista non è un impiegato addetto allo smistamento delle dichiarazioni altrui.
Non è un microfono con le gambe.
Non è un figurante convocato per completare la scenografia di una conferenza stampa.
Il giornalista deve disturbare. Non per maleducazione, ma per dovere.
Deve fare la domanda che manca.
Deve chiedere conto delle contraddizioni.
Deve tornare su una vicenda quando gli altri l'hanno dimenticata.
E soprattutto deve saper dire: questa risposta non mi convince.
Anche sulle interviste credo sia arrivato il momento di cambiare metodo.
Non voglio più partecipare a quelle ammucchiate di microfoni nelle quali tutti chiedono qualcosa, nessuno approfondisce nulla e l'intervistato riesce spesso a dire esattamente ciò che aveva già deciso di dire.
Un'intervista seria richiede preparazione, tempo e capacità di ascolto.
E richiede anche il coraggio di insistere.
Perché la notizia non sempre si trova nella prima risposta.
A volte si nasconde proprio nella domanda che qualcuno preferirebbe non ricevere.
Non pretendo di insegnare il mestiere a nessuno.
Ma rivendico il diritto di esercitarlo come ritengo giusto.
E se questo significa perdere qualche intervista, pazienza.
Meglio una notizia in meno che una domanda mancata per compiacenza.
Il giornalista non deve chiedere permesso per fare il giornalista
Ricordo un confronto avuto proprio qui a Reggio Calabria, in Piazza Duomo, con Roberto Vannacci.
In quella circostanza ho percepito un tentativo di limitare il mio diritto di porre domande.
Ho reagito.
E lo rifarei.
Non perché Luigi Palamara abbia bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno.
Ma perché il rispetto dovuto al giornalista, quando svolge correttamente il proprio lavoro, non riguarda soltanto la sua persona.
Riguarda i cittadini.
Riguarda il loro diritto di sapere.
Riguarda la possibilità di interrogare chi esercita il potere o aspira a esercitarlo.
Un politico può non gradire una domanda. Non può pretendere che quella domanda non venga posta.
Naturalmente il giornalista deve essere corretto, preparato e responsabile.
Ma non deve essere addomesticato.
E soprattutto non deve confondere l'accesso ai potenti con la propria importanza.
Perché la vicinanza al potere è spesso il primo passo verso la perdita dell'indipendenza.
Il favore è il nemico del diritto
C'è poi una questione antica quanto le nostre cattive abitudini.
In Calabria, troppo spesso, ciò che dovrebbe essere un diritto viene trattato come un favore.
Lo sentiamo ripetere da anni.
Ma non basta denunciarlo.
Bisogna smettere di praticarlo.
Perché il favore non è sempre un gesto di generosità.
Quando serve ad aggirare una regola o a scavalcare una graduatoria, può diventare un privilegio concesso a qualcuno a spese di qualcun altro.
Dietro ogni porta aperta illegittimamente per conoscenza personale, può esserci una porta chiusa in faccia a chi avrebbe avuto lo stesso diritto, o magari un diritto maggiore.
È questa la cultura che dobbiamo combattere.
Non soltanto nei palazzi della politica.
Anche nella vita quotidiana.
Io stesso, per quanto possibile, cerco di non approfittare della mia visibilità professionale.
Non sempre è semplice.
Ma il principio è chiaro.
Se pretendiamo regole uguali per tutti, dobbiamo essere i primi a rispettarle quando potrebbero risultarci scomode.
Altrimenti la legalità diventa soltanto una bella parola da pronunciare nei convegni.
Una democrazia senza elettori è una democrazia malata
Mi preoccupa anche la crescente disaffezione verso il voto.
Sempre più persone rinunciano a partecipare.
Qualcuno lo fa per protesta, qualcuno per sfiducia, qualcuno perché considera inutile scegliere tra alternative che non lo rappresentano.
Non possiamo liquidare tutto con la solita predica sul dovere civico.
Io ho sempre votato, salvo quando mi è stato materialmente impossibile.
E continuerò a farlo.
Ma non basta invitare la gente alle urne.
Bisogna chiedersi perché tanta gente non ci vada più.
Forse dobbiamo ripensare le modalità di partecipazione, valutare strumenti nuovi e rendere il voto più accessibile, senza sacrificarne libertà e segretezza.
Soprattutto, dobbiamo restituire credibilità alla rappresentanza politica.
Perché una democrazia nella quale i cittadini smettono di credere al proprio voto conserva le procedure, ma rischia di perdere l'anima.
E quando la democrazia perde l'anima, non basta contare le schede per dichiararla in buona salute.
La gente ha bisogno di essere ascoltata, non utilizzata
Durante le mie dirette incontro persone che mi raccontano problemi, ingiustizie, difficoltà.
Qualcuno chiede un consiglio.
Qualcuno segnala una situazione che ritiene grave.
Qualcun altro cerca semplicemente qualcuno disposto ad ascoltare.
A queste persone voglio dire una cosa.
Continuate a scrivermi.
Segnalatemi ciò che non funziona.
Non posso promettere di risolvere ogni problema. Non sono un amministratore pubblico e non dispongo di poteri che non mi appartengono.
Posso però ascoltare, verificare, raccontare e, quando ci sono le condizioni, portare una vicenda all'attenzione di chi ha il dovere di intervenire.
Nel rispetto della riservatezza delle fonti e delle regole professionali.
L'ho fatto in passato, spesso senza pubblicizzarlo.
Continuerò a farlo.
Perché non considero il giornalismo un palcoscenico sul quale esibire la propria bravura.
Lo considero anche un servizio.
Il giornalista non deve sostituirsi alle istituzioni. Deve ricordare alle istituzioni le proprie responsabilità.
E deve farlo soprattutto quando dall'altra parte c'è qualcuno che non ha voce, conoscenze o strumenti per farsi ascoltare.
Le piccole miserie dell'invidia
Non voglio fingere che il mondo del giornalismo sia un'oasi di solidarietà.
Non lo è.
Come in tante altre professioni, esistono rivalità, incomprensioni, gelosie e comportamenti che lasciano amareggiati.
Ne ho sperimentati anch'io.
E qualche volta ho reagito con durezza.
Forse persino troppa.
Ma con il passare degli anni ho imparato che il tempo è una risorsa troppo preziosa per sprecarla in dispute sterili.
Non pretendo di piacere a tutti.
E non tutti devono piacere a me.
Il rispetto professionale, però, dovrebbe sopravvivere anche all'antipatia personale.
Non ho bisogno di essere amato dai colleghi.
Ho bisogno di poter lavorare senza inutili interferenze.
E credo che lo stesso diritto spetti a loro.
L'invidia, del resto, è una pessima consigliera.
Non migliora chi la prova e non diminuisce il valore di chi la subisce.
Produce soltanto amarezza.
Preferisco impiegare le mie energie altrove.
La città, i libri e il tempo che resta
Continuo a raccontare Reggio Calabria attraverso gli articoli, le interviste, le dirette e i libri.
Dopo Il figlio delle mie radici, è prevista per dicembre l'uscita di Aspromonte, dove l'anima non muore.
Anche la scrittura letteraria è un modo per restituire qualcosa alla terra nella quale vivo.
Perché una città non è fatta soltanto di cronaca.
È fatta di memoria.
Di storie familiari.
Di persone che non finiranno mai sulle prime pagine, ma che hanno contribuito a costruire ciò che siamo.
Mi piace fermarmi a parlare con la gente, ascoltare chi incontro al bar, per strada, durante la spesa.
È lì che spesso si comprende una città meglio che in cento conferenze stampa.
Nelle conversazioni spontanee.
Nelle lamentele.
Nelle speranze.
Nei piccoli racconti di chi vive ogni giorno la realtà che noi giornalisti pretendiamo di spiegare.
E ogni tanto dovremmo ricordarci che la realtà non ha bisogno del nostro permesso per esistere.
Siamo noi ad avere bisogno di conoscerla.
Non voglio avere sempre ragione. Voglio continuare a cercarla
Torno con lo sguardo alla piazza.
Palazzo San Giorgio è sempre lì.
Anche Palazzo Alvaro.
La Prefettura.
Il monumento all'Italia.
Cambiano i protagonisti della politica, cambiano le amministrazioni, cambiano gli slogan.
I palazzi restano.
E resta la città, con le sue ferite, le sue contraddizioni e quella bellezza ostinata che nessuna cattiva amministrazione è ancora riuscita a cancellare.
A questo punto della mia vita non sento il bisogno di conquistare simpatie a ogni costo.
Non cerco patenti di indipendenza rilasciate da chi vorrebbe decidere come devo pensare.
E non pretendo di essere considerato il migliore.
Voglio soltanto fare bene il mio mestiere.
Meglio di ieri, possibilmente.
Con maggiore rigore.
Con meno ingenuità.
Con la consapevolezza che una verità scomoda vale più di cento complimenti interessati.
Ho sbagliato e probabilmente sbaglierò ancora.
Ma una cosa non voglio più permettermi: scambiare la comodità del silenzio per prudenza, la vicinanza al potere per autorevolezza e l'abitudine alla mediocrità per realismo.
Non voglio essere il giornalista che piace al sindaco di turno. Non voglio nemmeno essere quello che lo attacca per partito preso. Voglio essere quello che gli fa le domande che i cittadini hanno diritto di sentirsi porre.
Se poi le risposte saranno convincenti, sarò il primo a riconoscerlo.
Altrimenti continuerò a domandare.
È un mestiere semplice da spiegare.
Molto meno semplice da praticare.
E adesso, da questa Piazza Italia che continua a essere uno dei luoghi più belli e simbolici di Reggio Calabria, vi saluto.
Con un sorriso, sì.
Ma senza chiudere gli occhi.
Perché Reggio Calabria ha bisogno di cittadini che partecipino, di politici che rispondano delle proprie scelte e di giornalisti che non rinuncino a fare domande.
La città non ha bisogno di altri cortigiani. Ha bisogno di coscienze libere.
E se davvero qualcosa sta cambiando, il nostro compito non è applaudire in anticipo.
È vigilare.
Perché il potere passa.
La città resta.
E la dignità, quando si perde, è molto più difficile da riconquistare di una poltrona.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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Reggio Calabria, 13 ottobre 2026

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