Aspromonte, cronaca di un’Italia che scende a valle.
Puoi dimenticarti di tutto e tutti, ma mai di te stesso.
L'Editoriale di Luigi Palamara
In Aspromonte le strade non finiscono: tornano. Tornano su se stesse come i pensieri degli uomini che hanno imparato a camminare leggeri, con uno zaino sulle spalle e tutto il resto dentro la testa. Qui il tempo non scorre, si appoggia. Si siede sui muretti a secco, guarda passare le nuvole e aspetta che qualcuno abbia ancora il coraggio di fermarsi a pensare.
Ritornare a casa, percorrendo la stessa strada, non è un’abitudine: è un atto di resistenza. Vivere di niente, in Aspromonte, non è una scelta ideologica, è una disciplina. Si impara presto che l’unica vera ricchezza sono i ricordi. Ti vestono meglio di qualsiasi cappotto, ti scaldano più del fuoco. E quando li indossi, brilli. Non come una lampadina al neon di una metropoli distratta, ma come una stella antica, testarda, che non ha mai chiesto il permesso di stare nel cielo.
Poi però il mondo ha deciso di correre. E noi con lui, o meglio dietro di lui, ansimanti. Un tempo viscido, scivoloso, che non si lascia afferrare. Un tempo misurato da calendari che non stanno più appesi ai muri delle cucine, ma lampeggiano sugli schermi, senza dire nulla. I numeri si inseguono, si divorano, e non raccontano più la vita. In cinquant’anni ci siamo mangiati la Terra come una rapina a mano armata. Il bottino? Il benessere di pochi. I resti? Popoli stanchi, paesi svuotati, dignità in saldo.
In Aspromonte i paesini invecchiano in silenzio. Restano i pensionati e i malati, sentinelle di un mondo che non c’è più. Camminano lenti nelle viuzze, e il loro passo incerto è una lezione che nessuno vuole ascoltare. Ci frustano il cuore con lo sguardo, ci illuminano la mente con la loro solitudine. Li abbiamo lasciati indietro in nome di un “mondo migliore”, dimenticando che migliore per chi spesso significa peggiore per molti.
E mentre l’Aspromonte resiste, Milano dimentica. Piazza San Babila, illuminata a giorno, è il contraltare perfetto di queste montagne scure e fiere. Lì vive Andrea. Ventotto anni. Laureato. Musicista. Clochard. Una contraddizione vivente che dovrebbe farci vergognare. La sua vita sembra già un racconto finito, e invece è appena cominciata. Porta tutto ciò che ha in una valigetta 24 ore: un maglione, una camicia, e un carico spropositato di sogni. L’essenziale per affrontare l’oggi. Il superfluo lo abbiamo perso noi.
Andrea aspetta. Come aspettano i vecchi dell’Aspromonte seduti al sole, come aspetta un Paese che ha smesso di interrogarsi. L’attesa consuma il tempo, lo sbriciola. Mangiare, dormire, coprirsi: la liturgia minima della sopravvivenza. Intorno, una città che non vede. Una somma di solitudini che fa zero. Zero umano, zero morale.
Qui la deriva non è economica, è prima di tutto dell’anima. Chi decide ha fame di potere e di denaro. La gente ha fame vera: di libertà, di valori, di felicità. Ma quella fame non fa rumore, non fa notizia. Si spegne in un pianto solitario, sotto le luci violente di una piazza che non conosce il buio, ma ha dimenticato la notte.
In Aspromonte il silenzio parla ancora. A Milano urla, ma nessuno ascolta. E forse il viaggio delle stelle, oggi, non è andare lontano. È ricordarsi chi siamo. Perché puoi dimenticarti di tutto e di tutti. Ma se dimentichi te stesso, non sei più in viaggio: sei perso.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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