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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La reputazione che non crolla: l’ondata di affetto che mi ha commosso e reso più forte.

La reputazione che non crolla: l’ondata di affetto che mi ha commosso e reso più forte.
L'Editoriale di Luigi Palamara


Ci sono momenti, nella vita di un giornalista, in cui la penna pesa più del piombo. Non per ciò che scrive, ma per ciò che rappresenta. È allora che comprendi quanto fragili siano le corazze degli uomini e quanto, invece, sappiano essere resistenti le parole. Io l’ho capito non nei giorni sereni, ma in quelli in cui la diffamazione tenta di trasformarsi in destino, e l’intimidazione in catena.

Eppure — ed è qui che cade l’inganno dei miei detrattori — è proprio nel fango che si vede quanto pulita sappia essere una coscienza.

Mentre gli attacchi tentavano di sporcare il mio nome, ho visto muoversi nella direzione opposta una folla silenziosa ma autentica, con la forza calma di chi non si lascia accecare dalla menzogna. E così, in mezzo alla tempesta, è accaduto il miracolo più umano: la stima che non cerchi ma che arriva; l’affetto che non programmi ma che sorprende; la gratitudine che non pretendi ma che ti emoziona, quasi ti spiazza.

C’è la voce di Ketty D’Atena, che parla della mia penna come di un’anima. Un riconoscimento raro, di quelli che non si afferrano con la mano ma con il cuore. Conserva un mio scritto come si conserva una reliquia, perché in quelle parole ha ritrovato il proprio lutto. Lo ha visto tradotto, decifrato, persino consolato. E quando un lettore ti affida la sua ferita e riconosce nella tua scrittura il suo dolore, capisci che il giornalismo non è un mestiere: è un sacramento laico.

C’è poi l’augurio sobrio e necessario di Nicola Pulcini: “Buon viaggio verso la verità e la giustizia.” Non un incoraggiamento, ma un promemoria: la strada giusta è sempre la più scomoda. E proprio per questo è la sola che vale la pena percorrere.

Poi arriva Pietro Comito, con la freddezza lucida di chi conosce il mondo: la reputazione non la perdi quando sei diffamato. La perdi quando ti arrendi. Il processo, semmai, serve a purgare chi l’ha violata, non chi l’ha custodita.

E poi c’è Cettina Bevacqua, che non parla di diritto o di strategia, ma di attesa. Un’attesa affettuosa, commossa, ostinata. L’attesa di chi sa che una persona pulita non torna: riemerge. E quando riemerge, lo fa più forte di prima, come chi ha respirato il sottosuolo senza lasciarsene contaminare.

Infine Caterina De Stefano, che mi ricorda una verità che né intimazioni né falsità possono scalfire: la verità — quella terrena e quella superiore — prima o poi salta fuori. Sempre. E quando lo fa, non esiste diffamazione che tenga, né ombra che possa soffocarla. A un uomo che difende la propria dignità con la stessa forza con cui difende chi ama, restano accanto il coraggio, l’onore e la pazienza. Compagni severi, sì, ma fedeli.

E così, tra tutte queste voci (ne ho evidenziato solo una parte, ma ovviamente la mia gratitudine va a tutti), ho scoperto ciò che non immaginavo: che la mia penna non è sola. Che la tempesta che voleva piegarmi mi ha invece restituito un popolo. Un popolo vero, non di follower: di persone. Persone che riconoscono il valore quando lo vedono, che non si lasciano spaventare dal fango né confondere dal rumore.

È questa la vittoria che i miei intimidatori non avevano previsto: non essere riusciti a zittirmi, ma avermi reso orgoglioso. Non di me stesso: degli altri. Di chi mi ha detto, con parole semplici e potenti: “Io sono qui. Aspetto. Torna.”
E questo, per un giornalista, vale più di qualsiasi assoluzione.

Perché la reputazione non è ciò che dicono di te.
È ciò che resta in piedi quando gli altri hanno finito di parlare.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

Grazieeeeeee!!!

#editoriale #luigipalamara #censura #libertàdistampa #reggiocalabria

@luigi.palamara La reputazione che non crolla: l’ondata di affetto che mi ha commosso e reso più forte. L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono momenti, nella vita di un giornalista, in cui la penna pesa più del piombo. Non per ciò che scrive, ma per ciò che rappresenta. È allora che comprendi quanto fragili siano le corazze degli uomini e quanto, invece, sappiano essere resistenti le parole. Io l’ho capito non nei giorni sereni, ma in quelli in cui la diffamazione tenta di trasformarsi in destino, e l’intimidazione in catena. Eppure — ed è qui che cade l’inganno dei miei detrattori — è proprio nel fango che si vede quanto pulita sappia essere una coscienza. Mentre gli attacchi tentavano di sporcare il mio nome, ho visto muoversi nella direzione opposta una folla silenziosa ma autentica, con la forza calma di chi non si lascia accecare dalla menzogna. E così, in mezzo alla tempesta, è accaduto il miracolo più umano: la stima che non cerchi ma che arriva; l’affetto che non programmi ma che sorprende; la gratitudine che non pretendi ma che ti emoziona, quasi ti spiazza. C’è la voce di Ketty D’Atena, che parla della mia penna come di un’anima. Un riconoscimento raro, di quelli che non si afferrano con la mano ma con il cuore. Conserva un mio scritto come si conserva una reliquia, perché in quelle parole ha ritrovato il proprio lutto. Lo ha visto tradotto, decifrato, persino consolato. E quando un lettore ti affida la sua ferita e riconosce nella tua scrittura il suo dolore, capisci che il giornalismo non è un mestiere: è un sacramento laico. C’è poi l’augurio sobrio e necessario di Nicola Pulcini: “Buon viaggio verso la verità e la giustizia.” Non un incoraggiamento, ma un promemoria: la strada giusta è sempre la più scomoda. E proprio per questo è la sola che vale la pena percorrere. Poi arriva Pietro Comito, con la freddezza lucida di chi conosce il mondo: la reputazione non la perdi quando sei diffamato. La perdi quando ti arrendi. Il processo, semmai, serve a purgare chi l’ha violata, non chi l’ha custodita. E poi c’è Cettina Bevacqua, che non parla di diritto o di strategia, ma di attesa. Un’attesa affettuosa, commossa, ostinata. L’attesa di chi sa che una persona pulita non torna: riemerge. E quando riemerge, lo fa più forte di prima, come chi ha respirato il sottosuolo senza lasciarsene contaminare. Infine Caterina De Stefano, che mi ricorda una verità che né intimazioni né falsità possono scalfire: la verità — quella terrena e quella superiore — prima o poi salta fuori. Sempre. E quando lo fa, non esiste diffamazione che tenga, né ombra che possa soffocarla. A un uomo che difende la propria dignità con la stessa forza con cui difende chi ama, restano accanto il coraggio, l’onore e la pazienza. Compagni severi, sì, ma fedeli. E così, tra tutte queste voci (ne ho evidenziato solo una parte, ma ovviamente la mia gratitudine va a tutti), ho scoperto ciò che non immaginavo: che la mia penna non è sola. Che la tempesta che voleva piegarmi mi ha invece restituito un popolo. Un popolo vero, non di follower: di persone. Persone che riconoscono il valore quando lo vedono, che non si lasciano spaventare dal fango né confondere dal rumore. È questa la vittoria che i miei intimidatori non avevano previsto: non essere riusciti a zittirmi, ma avermi reso orgoglioso. Non di me stesso: degli altri. Di chi mi ha detto, con parole semplici e potenti: “Io sono qui. Aspetto. Torna.” E questo, per un giornalista, vale più di qualsiasi assoluzione. Perché la reputazione non è ciò che dicono di te. È ciò che resta in piedi quando gli altri hanno finito di parlare. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno Grazieeeeeee!!! #editoriale #luigipalamara #censura #libertàdistampa #reggiocalabria ♬ suono originale - Luigi Palamara

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