La Sindrome di Italo: quando il padre diventa un’arma e il figlio un bersaglio.
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria accade una cosa che meriterebbe di essere studiata non nei convegni di partito, ma nei reparti di psichiatria politica. Una patologia subdola, cronica, apparentemente incurabile. L’ho chiamata — e non per caso — la Sindrome di Italo.
Colpisce soprattutto chi ebbe l’onore e l’onere di sedere nella Giunta di Italo Falcomatà, ai tempi della mitica, irripetibile “Primavera di Reggio”. Onore, sì. Onere, anche. Ma oggi, a distanza di anni, quella stagione viene sbandierata come una reliquia buona per tutte le stagioni, mentre il suo spirito viene sistematicamente tradito.
E qui una prima riflessione è doverosa: abbiate almeno il pudore di non portare come vanto l’aver fatto parte della Primavera di Reggio. Quella Primavera non era una foto ingiallita da esibire, ma un’etica, un modo di stare nella città, una tensione morale quotidiana. E voi quello spirito lo avete tradito. Lo avete svuotato. Lo avete piegato a convenienza.
I sintomi della sindrome sono sempre gli stessi. Non sbaglia mai diagnosi.
Il primo: una devozione postuma, ostentata, quasi teatrale verso Italo Falcomatà. Il secondo: una insofferenza viscerale, malcelata, rancorosa verso il figlio, Giuseppe.
Ed è qui che la malattia diventa indecente.
Perché il colmo — il colmo vero — è sentire questi signori proclamarsi “orgogliosi” di essere stati al fianco di Italo, mentre lavorano con zelo certosino per osteggiare il figlio Giuseppe. Non per divergenze politiche autentiche, ma per livore, per risentimento, per quella miscela tossica di invidia e frustrazione che produce solo cinismo becero.
Usano il padre come una clava per ferire il figlio. Ne evocano il nome come uno scudo morale, mentre ne calpestano l’eredità politica e umana. Qualcosa di inaccettabile. Qualcosa di inconcepibile.
Perché il percorso da seguire era un altro. Non quello della demolizione sistematica, non quello del tiro al bersaglio permanente contro Giuseppe Falcomatà. Italo non ha mai insegnato l’odio, né il regolamento di conti. Ha insegnato il rispetto, la compostezza, la responsabilità del potere. E chi oggi si accanisce sul figlio dimostra, nei fatti, di non aver capito nulla del padre.
Qui non siamo davanti alla dialettica democratica, né al conflitto delle idee. Qui siamo davanti a una forma di cattiveria organizzata, a una strumentalizzazione che rasenta lo sciacallaggio morale.
Continuate a farlo senza vergogna, senza rispetto alcuno. Ma sappiatelo: a voi Italo purtroppo non ha insegnato nulla. Siete l’opposto di ciò che rappresentava. Siete il contrario della bellezza civile, della gentilezza politica, di quella Primavera che oggi profanate evocandola a sproposito.
Almeno abbiate il pudore del silenzio. Almeno il rossore del rispetto verso chi non c’è più.
Italo Falcomatà — non abbiate dubbi — vi avrebbe schifato. Per quello che siete diventati. Per l’uso meschino che fate del suo nome. Per la mediocrità travestita da memoria storica.
E non chiamatela politica. La politica è altra cosa: è visione, è coraggio, è assunzione di responsabilità. Questa, invece, è solo una cosa: miseria umana.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno.
#italofalcomatà #primavera #reggiocalabria #giuseppefalcomatà #luigipalamara
@luigi.palamara La Sindrome di Italo: quando il padre diventa un’arma e il figlio un bersaglio. L'Editoriale di Luigi Palamara A Reggio Calabria accade una cosa che meriterebbe di essere studiata non nei convegni di partito, ma nei reparti di psichiatria politica. Una patologia subdola, cronica, apparentemente incurabile. L’ho chiamata — e non per caso — la Sindrome di Italo. Colpisce soprattutto chi ebbe l’onore e l’onere di sedere nella Giunta di Italo Falcomatà, ai tempi della mitica, irripetibile “Primavera di Reggio”. Onore, sì. Onere, anche. Ma oggi, a distanza di anni, quella stagione viene sbandierata come una reliquia buona per tutte le stagioni, mentre il suo spirito viene sistematicamente tradito. E qui una prima riflessione è doverosa: abbiate almeno il pudore di non portare come vanto l’aver fatto parte della Primavera di Reggio. Perché quella Primavera non era una foto ingiallita da esibire, ma un’etica, un modo di stare nella città, una tensione morale quotidiana. E voi quello spirito lo avete tradito. Lo avete svuotato. Lo avete piegato a convenienza. I sintomi della sindrome sono sempre gli stessi. Non sbaglia mai diagnosi. Il primo: una devozione postuma, ostentata, quasi teatrale verso Italo Falcomatà. Il secondo: una insofferenza viscerale, malcelata, rancorosa verso il figlio, Giuseppe. Ed è qui che la malattia diventa indecente. Perché il colmo — il colmo vero — è sentire questi signori proclamarsi “orgogliosi” di essere stati al fianco di Italo, mentre lavorano con zelo certosino per osteggiare il figlio Giuseppe. Non per divergenze politiche autentiche, ma per livore, per risentimento, per quella miscela tossica di invidia e frustrazione che produce solo cinismo becero. Usano il padre come una clava per ferire il figlio. Ne evocano il nome come uno scudo morale, mentre ne calpestano l’eredità politica e umana. Qualcosa di inaccettabile. Qualcosa di inconcepibile. Perché il percorso da seguire era un altro. Non quello della demolizione sistematica, non quello del tiro al bersaglio permanente contro Giuseppe Falcomatà. Italo non ha mai insegnato l’odio, né il regolamento di conti. Ha insegnato il rispetto, la compostezza, la responsabilità del potere. E chi oggi si accanisce sul figlio dimostra, nei fatti, di non aver capito nulla del padre. Qui non siamo davanti alla dialettica democratica, né al conflitto delle idee. Qui siamo davanti a una forma di cattiveria organizzata, a una strumentalizzazione che rasenta lo sciacallaggio morale. Continuate a farlo senza vergogna, senza rispetto alcuno. Ma sappiatelo: a voi Italo purtroppo non ha insegnato nulla. Siete l’opposto di ciò che rappresentava. Siete il contrario della bellezza civile, della gentilezza politica, di quella Primavera che oggi profanate evocandola a sproposito. Almeno abbiate il pudore del silenzio. Almeno il rossore del rispetto verso chi non c’è più. Italo Falcomatà — non abbiate dubbi — vi avrebbe schifato. Per quello che siete diventati. Per l’uso meschino che fate del suo nome. Per la mediocrità travestita da memoria storica. E non chiamatela politica. La politica è altra cosa: è visione, è coraggio, è assunzione di responsabilità. Questa, invece, è solo una cosa: miseria umana. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno.
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1 Commenti
Confesso, scusandomi, di essere sorpreso, ma anche ammirato per l'acume e l''efficacia di questa riflessione, anche se anch'io, da tempo, sono diventato insofferente alle adulazioni postume e spesso di pura convenienza. Bravo
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