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La tarantella che sfida il centro (e lo illumina).

La tarantella che sfida il centro (e lo illumina).
L'Editoriale di Luigi Palamara


La Calabria che non alza la voce e non chiede permesso. Avanza, semplicemente.

Entra a Reggio Calabria, Piazza Italia, a passo di tarantella, con la naturalezza delle cose necessarie, e fa ciò che ha sempre fatto: testimonia la propria esistenza. Luigi Palamara l’ha fermata in immagini che non cercano l’effetto, ma la verità.

Non folklore da cartolina, bensì una silenziosa dichiarazione civile. Una frecciata, se si vuole, ma di quelle che non feriscono il corpo: toccano la coscienza.

Perché la tarantella, abituata a vivere ai margini – delle città e delle idee – osa il centro, lo attraversa con passo antico e gli ricorda che una comunità non si misura con le pietre, ma con il respiro delle persone.

A guardarla con attenzione, questa danza non è rimpianto del passato. È ordine interiore che si fa movimento. C’è un giovane che guida danzando, altri che seguono senza perdere se stessi, come accade nelle società sane. I musicisti tengono il tempo con l’organetto, i bassi, il tamburello: strumenti poveri solo per chi non sa ascoltare. Nulla è lasciato al caso, nulla è confuso. La tradizione, quando è autentica, non è disordine: è una disciplina appresa vivendo. È una lingua del corpo che precede le parole e non ha bisogno di spiegarsi.

“I Peddaroti”, in questa vicenda che dura da più di quarant’anni, non sono un episodio, ma una presenza costante, come certi uomini che non fanno rumore e reggono il peso della storia. Fanno danzare adulti e bambini perché sanno che la musica popolare non seleziona: accoglie.

Nei loro canti c’è la vendemmia e c’è il mare, due lavori che insegnano la fatica e il rispetto del tempo. Mani sporche, schiene piegate, ma anche una dignità che non si proclama.

E poi quel poco che basta per stare insieme, per ritrovarsi dopo il lavoro, quando la gioia non è consumo ma riconoscimento reciproco. Così nascono le comunità: non nei discorsi, ma nei gesti condivisi.

Questa non è una danza qualunque. È un’eredità che viene da lontano, dal Kordax greco, dal caracollare rituale della Vara in processione. Cultura alta, anche se parla il linguaggio degli umili. E come tutte le cose vere, è esposta al rischio della deformazione: c’è sempre chi prova a ridurla a caricatura, a piegarla a significati estranei, a usarla per raccontare una Calabria comoda, semplificata, innocua.

Qui bisogna dirlo con chiarezza, senza indulgenza: questo patrimonio non si presta. Non si piega, non si vende, non si sporca.

E accade allora che, a Natale, Piazza Italia abbia una luce che non viene dalle luminarie e un suono che non arriva da fuori. La luce è nei volti, il suono è quello della tarantella e della muttetta. Tutto il resto passa. Qui resta l’essenziale: una musica che non distrae, ma unisce. Che non addormenta, ma ricorda. Che vive in ogni cuore calabrese e, più profondamente, in quello aspromontano, severo e fedele, abituato alla fatica e alla memoria.

Difenderlo non è nostalgia. È responsabilità. Perché ricordare chi siamo, in tempi di smemoratezza programmata, non è un lusso: è un atto di giustizia verso noi stessi e verso chi verrà dopo.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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