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RISPOSTA A UNA LETTERA PIENA DI NUMERI E DI MEMORIA SELETTIVA

RISPOSTA A UNA LETTERA PIENA DI NUMERI E DI MEMORIA SELETTIVA

Caro Pino (Falduto),
ti rispondo con il rispetto dovuto a un imprenditore e qmico che ama questa città e che ha scelto di intervenire nel dibattito pubblico. Ma anche con la franchezza di chi, da giornalista, segue ogni giorno, da anni, la politica reggina, le sue dinamiche interne, i suoi vincoli, le sue contraddizioni.

Non per difendere una parte. Non per attaccarne un’altra. Ma per aggiungere contesto, che nella tua lunga lettera – pur ricca di dati – spesso manca.
Perché i numeri, se estratti dalla storia che li ha generati, rischiano di diventare armi contundenti più che strumenti di comprensione. E allora la domanda è inevitabile: sì, ma rispetto a cosa?

Proviamo dunque a entrare nel merito delle accuse. Una per una. Senza slogan. Senza contrapposizioni politiche. Con i fatti.

1. “Dodici anni sono abbastanza per cambiare il destino di una città”

È una frase ad effetto. Ma è una semplificazione.
Dodici anni non bastano a sanare problemi strutturali che Reggio Calabria si trascina da decenni, aggravati da:
lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del 2012,
un dissesto finanziario di fatto,
un Comune tecnicamente fallito,
uffici svuotati di competenze,
una capacità di spesa praticamente azzerata.
Falcomatà non ha ereditato una città “normale”. Ha ereditato un ente commissariato, umiliato, bloccato, sotto osservazione permanente dello Stato.
Chi confonde la stabilizzazione con il miracolo non fa analisi: fa propaganda.

2. “Reggio è ultima in Italia per qualità della vita”.
Il dato è reale. L’attribuzione è discutibile.
Reggio Calabria era in fondo alle classifiche prima, durante e dopo Falcomatà, come molte città del Mezzogiorno. Gli indicatori del Sole 24 Ore:
misurano condizioni strutturali (redditi, lavoro, servizi),
non valutano l’azione amministrativa in sé,
non tengono conto del punto di partenza.
Attribuire a un sindaco locale il sottosviluppo storico del Sud equivale ad accusare un medico di non aver inventato la penicillina mentre tenta di evitare che il paziente muoia.

3. Spopolamento ed emigrazione.
Qui l’accusa rischia di diventare fuorviante.
Reggio perde abitanti come tutto il Sud, da Palermo a Napoli, da Taranto a Crotone. È un fenomeno:
nazionale,
demografico,
economico,
figlio dell’assenza di politiche industriali statali.
Pensare che un sindaco possa fermare da solo l’emigrazione giovanile è retorica da comizio, non analisi di governo.
Falcomatà non ha creato la fuga. Ha provato, con strumenti limitati, a rendere la città meno invivibile, non a trasformarla in una capitale europea.

4. “Solo interventi simbolici: nidi, parchi, estetica”.
Questa è una delle critiche più ingenerose.
I nidi non sono simboli.
I parchi non sono propaganda.
Sono servizi essenziali, soprattutto in una città dove per anni non c’era nulla.
Liquidarli come “spazi vuoti” rivela una visione antiquata della politica: prima il PIL, poi le persone.
Qui, invece, si è provato – giusto o sbagliato che sia – a ripartire dalla dignità urbana.

5. “Fondi persi, gare deserte, immobilismo”.
Qui manca un passaggio fondamentale.
I Comuni in predissesto e dissesto:
hanno vincoli rigidissimi,
non possono assumere,
progettano con difficoltà estrema.
Le gare vanno deserte quando il mercato non risponde, non perché un sindaco dorme.
I PINQUA sono stati rimodulati a livello nazionale, non persi per incapacità locale.
Confondere la burocrazia statale con l’inerzia politica è una forzatura. E chi frequenta questi dossier lo sa.

6. “Instabilità amministrativa e continui cambi”.
Il fatto è vero. La lettura è parziale.
L’instabilità non nasce da capricci personali, ma da:
norme strangolanti,
carenze croniche di dirigenti,
controlli ministeriali continui,
un ente costantemente sotto tutela.
Governare Reggio non è come governare una città del Centro-Nord.
È come guidare un camion con tre ruote e il freno a mano tirato.

7. “Politica dell’apparenza”.
È un’accusa facile. E incompleta.
La comunicazione non è apparenza se serve a:
ricostruire l’immagine di una città ferita,
rompere l’autonarrazione del fallimento,
restituire un minimo di orgoglio civico.
Raccontare una città non significa negarne i problemi.
Significa evitare che venga sepolta dalla rassegnazione.

8. Ponte sullo Stretto.
Qui la critica diventa ideologica.
Difendere il territorio non equivale a sabotare lo sviluppo.
Chiedere tutele, garanzie e compensazioni non è “mettersi di traverso”: è fare il proprio mestiere.
La storia italiana è piena di territori sacrificati in nome delle grandi opere.
La prudenza, in questo caso, non è viltà. È responsabilità.

9. Mediterranean Life.
Tema complesso, ridotto a slogan.
Non è vero che “non si è fatto nulla”.
È vero che il progetto presentava:
nodi giuridici,
problemi di sostenibilità,
necessità di accordi multilivello.
Trasformare una difficoltà amministrativa in colpa morale è una scorciatoia polemica.

10. “Era giusto che questa stagione finisse”.
Qui tocchi un punto legittimo.
Una stagione politica può finire senza essere un fallimento.
Falcomatà non lascia una città risolta.
Ma non lascia nemmeno una città distrutta.
Lascia:
un Comune in equilibrio finanziario,
una città uscita dall’isolamento istituzionale,
un’amministrazione che ha rimesso in piedi ciò che era crollato.
Non è poco.
Non è tutto.
È la realtà.

La tua lettera è elegante, ma selettiva.
Ricca di numeri, ma povera di contesto.
Severa, ma parziale.
Falcomatà non è stato un taumaturgo.
Ma non è nemmeno il responsabile di tutto ciò che Reggio Calabria non è riuscita a diventare.

E qui basta una riga sola:
La verità non sta mai tutta da una parte sola. Di solito sta nel mezzo, dove pochi hanno il coraggio di guardare.
E aggiungo, da cronista prima ancora che da cittadino:
Il coraggio non è accusare. È capire prima di giudicare.

Reggio Calabria ha bisogno di futuro, sì.
Ma anche di onestà intellettuale.
Soprattutto da chi dice di amarla.

Luigi Palamara
Giornalista e artista aspromontano

DI SEGUITO LA LETTERA DI PINO FALDUTO.

𝗟𝗘𝗧𝗧𝗘𝗥𝗔 𝗔𝗣𝗘𝗥𝗧𝗔 𝗔 𝗚𝗜𝗨𝗦𝗘𝗣𝗣𝗘 𝗙𝗔𝗟𝗖𝗢𝗠𝗔𝗧𝗔̀

Caro Giuseppe ,
scrivo questa lettera 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗼𝘃𝘂𝘁𝗼 𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝗵𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗮𝘀𝗶 𝗱𝗼𝗱𝗶𝗰𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗿𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗦𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮,
ma anche 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗱𝗶 affetto 𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼,e dal legame che è sempre esistito con la tua famiglia.

Proprio per questo, 𝗿𝗶𝘁𝗲𝗻𝗴𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿𝗼𝘀𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲𝘇𝘇𝗮, perché alla città non si rende un buon servizio né con il silenzio né con le mezze verità, quando i fatti non possono più essere nascosti, attenuati o raccontati diversamente da ciò che sono.

𝗗𝗼𝗱𝗶𝗰𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘂𝗻 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼.
Abbastanza lungo 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗻𝗰𝗶𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼.
Abbastanza lungo 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁à.
Abbastanza lungo, soprattutto, 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝘀𝘀𝘂𝗺𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝘁𝗶.

Oggi quei risultati 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗽𝗶ù 𝘂𝗻𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗼𝗽𝗶𝗻𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲, di narrazioni o di post sui social.
Sono 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 u𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶, utilizzati da banche, imprese, fondi di investimento, organismi nazionali e internazionali.

𝗘 𝗾𝘂𝗲𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗲 𝗱𝘂𝗿𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮:
𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮 è 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮.

Ultima nei servizi.
Ultima nel lavoro.
Ultima nelle opportunità per i giovani.
Ultima nella capacità amministrativa.
Ultima proprio 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶𝘀𝘂𝗿𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗲 𝘂𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 è 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝗿𝗿𝗲 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗼 è 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗲𝗿𝗹𝗼.

𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗲𝘀𝗮 𝗽𝗶ù 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝘀𝗶𝗮𝘀𝗶 𝗶𝗻𝗮𝘂𝗴u𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, più di qualsiasi evento, più di qualsiasi slogan.

𝗗𝗮𝗹 𝟮𝟬𝟭𝟰 𝗮𝗱 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮 𝗵𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟭𝟱.𝟬𝟬𝟬 𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶, passando da circa 184.000 abitanti a meno di 169.000, 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝘁𝗿𝗲𝗻𝗱 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗺𝗶𝗻𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
Non si tratta solo di denatalità: 𝗲̀ 𝗲𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲.

𝗦𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗱𝗮𝘁𝗶 𝘃𝗶𝗮 𝗶 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶, ma anche 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗲𝘁𝗮̀ 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮, svuotando la città di capitale umano, competenze, lavoro e futuro.

𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗮𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮.
𝗘̀ 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗱𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝘀𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗿𝗲𝘀𝗰𝗲.

E mentre Reggio Calabria perde popolazione reale, 𝗹’𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝘀𝗶 𝗲̀ 𝘀𝗽𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝗮 𝘀𝘂 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝗶𝗺𝗯𝗼𝗹𝗶𝗰𝗶, come l’apertura di 𝗦𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗻𝗶𝗱𝗼 𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗰𝗼, privi però di 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗰𝗼, 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲𝗱 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗼 che ne garantisse utilizzo, manutenzione e continuità.
Strutture che, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶 𝘃𝗲𝗿𝗶, rischiano inevitabilmente 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼, trasformandosi da annunci politici in spazi vuoti.

Negli stessi anni la città ha perso 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗶, come i 𝗣𝗜𝗡𝗤𝘂𝗔, ha assistito a 𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝘀𝗲𝗿𝘁𝗲, bandi senza partecipanti, 𝗶𝗺𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 𝘀𝘂𝗹 𝗣𝗦𝗖, 𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗶𝗱𝗿𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝘁𝗲, e ha trasformato 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝘁𝗮𝗿𝗶 in strumenti di bilancio anziché di giustizia.

Ha messo in vendita 𝗯𝗲𝗻𝗶 𝘀𝗶𝗺𝗯𝗼𝗹𝗶𝗰𝗶 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗶, come 𝗶𝗹 𝗠𝗶𝗿𝗮𝗺𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶 𝗻𝗮𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶.

Nel frattempo la macchina comunale ha vissuto 𝘂𝗻’𝗶𝗻𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮, incompatibile 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗣𝗡𝗥𝗥, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶𝗮.
A questa instabilità si è sommato 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗼 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗔𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗱𝗶 𝗩𝗶𝗰𝗲 𝗦𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗶,
una rotazione costante che 𝗵𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗱𝗶𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗹𝘀𝗶𝗮𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮,
svuotando di senso le deleghe
e rendendo la Giunta comunale 𝘂𝗻 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗲𝗻𝗻𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘃𝘃𝗶𝘀𝗼𝗿𝗶𝗼.

In dodici anni 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗿𝗶𝗺𝗮𝘀𝘁𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗮,
non è rimasta una linea di governo,
𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗿𝗶𝗺𝗮𝘀𝘁𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲.

Il risultato è evidente: 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗚𝗶𝘂𝗻𝘁𝗮, 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼 𝗲 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗲, 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗿𝗶𝗺𝗮𝘀𝘁𝗼 𝗻𝘂𝗹𝗹𝗮.
E una città complessa come Reggio Calabria 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶𝘁𝗮̀, 𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲.

E mentre si accumulavano ritardi e occasioni perse, la città veniva accompagnata verso 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮: eventi, luminarie, inaugurazioni ripetute, 𝗲𝘀𝘁𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, comunicazione continua e risultati assenti.

𝗜 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗼𝗹𝗲 𝟮𝟰 𝗢𝗿𝗲 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗼.

Nemmeno il dato, pure positivo, dei 𝟵𝟬𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗲𝗿𝗼𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 riesce a cambiare il quadro, perché racconta 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗱𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝘀𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, non una città che cresce.

A rendere tutto ancora più grave è 𝗹’𝗶𝗽𝗼𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶𝗮 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗶𝗮𝘁𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼𝗿𝗮 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼.
Cerimonie, parole solenni, narrazioni autocelebrative, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼.

𝗠𝗮 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗹𝗮𝗺𝗮: 𝘀𝗶 𝗺𝗶𝘀𝘂𝗿𝗮.
E quando i dati ufficiali collocano Reggio Calabria 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, continuare a raccontare una normalità inesistente significa 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀.

𝗟𝗲 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲, 𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀.
Perché 𝗰𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮, e 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼.

A tutto questo si aggiunge 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗮:
𝗻𝗼𝗻 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗮𝗴𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗹𝗲𝗴𝗮𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗣𝗼𝗻𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼, anzi 𝗽𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼, rinunciando a difendere fino in fondo l’interesse di Reggio Calabria in un passaggio storico che poteva rappresentare 𝘂𝗻’𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗿𝗿𝗶𝗽𝗲𝘁𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼.

𝗟𝗲 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲: 𝘀𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼.
E scegliere di non farlo 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗻𝗲𝘂𝘁𝗿𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝗲̀ 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮.

Ancora più grave è quanto accaduto con 𝗠𝗲𝗱𝗶𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮𝗻 𝗟𝗶𝗳𝗲.
𝗜𝗹 𝗖𝗼𝗻𝘀𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲 𝘁𝗶 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗿𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗔𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗿𝗼𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗺𝗮𝗶 𝗮𝘃𝘂𝘁𝗼 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼.
Nessun accordo.
Nessuna conclusione.
𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗮𝘀𝘀𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀.

Così non è stato solo bloccato 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀, ma sono stati bruciati 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀, di investimenti, di lavoro, di programmazione e di credibilità.

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻’𝗔𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗮̀ 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝗻𝘀𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗿𝘂𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮: 𝗲̀ 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗲𝗿𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.

𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.
𝗘̀ 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮.

Ed è qui 𝗶𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗹𝗲, 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗼𝗻𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗲:
𝗲𝗿𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝘀𝗲.

Non per rivalsa, non per spirito di contrapposizione, ma perché 𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮 𝗵𝗮 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶𝘁𝗮̀ 𝘃𝗲𝗿𝗮, 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮, 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮.

La storia recente della città dimostra che Reggio sa rialzarsi quando viene governata 𝗰𝗼𝗻 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲.
Lo ha fatto negli anni della 𝗣𝗿𝗶𝗺𝗮𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮, l’unico periodo che ancora oggi viene indicato come fase di reale risalita.

Oggi serve tornare a quello spirito:
𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶;
𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗲𝘀𝘁𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶𝗻𝗳𝗿𝗮𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗲;
𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗲𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶;
𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀.

Oggi, dopo dodici anni da Sindaco, 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗲̀ 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝘁𝗼.
Sei stato eletto a rappresentare Reggio Calabria in Consiglio Regionale, e questo avrebbe richiesto 𝘂𝗻 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘂𝗺𝗶𝗹𝗲, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗱𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶.

Nel nuovo ruolo che ti è stato affidato dai tuoi elettori 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀.
𝗟’𝗮𝘂𝘀𝗽𝗶𝗰𝗶𝗼 𝗲̀ 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝘂 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮 𝘂𝘀𝗮𝗿𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗮𝗱𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗲 𝗮𝗶 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀,
anche come gesto di rispetto verso una comunità che merita verità e serietà.

Questa lettera non nasce da ostilità personale, né cancella i rapporti umani e familiari che hanno sempre accompagnato il nostro confronto.
Nasce dalla convinzione che 𝗮𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗥𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗖𝗮𝗹𝗮𝗯𝗿𝗶𝗮 𝘃𝘂𝗼𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀, anche quando è scomoda.

Reggio Calabria non ha bisogno di apparire.
𝗛𝗮 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼, 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗿𝗶𝗮.

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1 Commenti

  1. Le critiche fanno bene ad ogni confronto così come le repliche motivate!
    Sono pero' ininfluenti sulla soluzione dei problemi di una citta' capoluogo che aspira ad essere un'attrazione culturale (la sua storie) e turistica (la sua posizione).
    Voi siete una risorsa.
    Un imprenditore di qualità e un giornalista-artista perché vi sprecate su quanto è "passato" invece di mettere insieme le vostre energie su quanto bisognerebbe fare.
    La città si appresta ad andare al voto. Quale migliore occasione di spogliarvi entrambi delle vostre appartenenze,elaborate una proposta di pochi punti e lanciate una sfida ai reggini vogliosi di cambiamento.
    I pochi che vanno a votare sono già "imbrigliati" nei due schemi che si giocano la partita. Lo avete capito che se continua così Reggio non vedrà mai la luce?
    Ho sentito che l'on. Cannizzaro vuole fare di Reggio la "Montecarlo" del Mediterraneo! Lo sa che a Montecarlo l'acqua nelle case e nelle strutture ricettive non manca mai? Che il problema dei rifiuti è risolto a monte e soprattutto che non ci sono periferie degradate?
    Ecco tre temi che meriterebbero una proposta tecnica-finanziaria risolutiva(non le solite banali idee e impegni)di soluzione da porre in discussione con i cittadini.
    Per favore non perdete tempo tanto la gente non vi segue se continuate a parlare(polemizzare sul passato) al 30% che già vota.
    Mettetevi (mettiamoci) in comunicazione con l'altro 70% che aspetta di avvertire facce nuove che si muovono per fare non per rivendicare!

    Salvatore Zoccali

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