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Aurelio Chizzoniti e la dignità della politica. Un figlio dello Jonio, un servitore delle regole

Aurelio Chizzoniti e la dignità della politica
Un figlio dello Jonio, un servitore delle regole
L’Editoriale di Luigi Palamara
Abbiamo voluto accompagnare Aurelio per l’ultimo saluto alla Cattedrale di Reggio Calabria.
Fuori faceva freddo, quel freddo che viene dal mare d’inverno e che non è solo temperatura, ma memoria dei giorni duri e delle attese lunghe. Dentro, invece, c’era il calore antico della preghiera, quello che non scalda il corpo ma tiene in piedi le comunità. La città, raccolta, salutava uno dei suoi figli. Un figlio dello Jonio. Aurelio Chizzoniti.

Ci sono morti che fanno rumore. Trombe, titoli, dichiarazioni di circostanza. E poi ci sono morti che obbligano al silenzio. Non perché nessuno abbia qualcosa da dire, ma perché tutto ciò che si potrebbe dire rischierebbe di essere superfluo.
Aurelio Chizzoniti è morto così: senza clamore, ma con un peso che si è avvertito subito. Come quando cade una colonna antica e ti accorgi, solo allora, che reggeva il tetto da decenni, invisibile ma essenziale.

La città lo ha compreso prima delle istituzioni. Reggio Calabria si è fermata non per decreto, ma per istinto. Come fanno i paesi del Sud quando muore uno che non era soltanto una persona, ma una misura. L’Aula Consiliare Pietro Battaglia — il luogo dove Chizzoniti aveva presieduto, moderato, arbitrato senza mai alzare la voce più del necessario — è diventata camera ardente. Non un gesto protocollare. Un atto di riconoscimento, quasi una restituzione.

Fuori, nei corridoi, nei mormorii, si parlava sottovoce. È così che parlano le città quando ricordano chi le ha rispettate.
«È stato il mio presidente in Consiglio comunale», dice Peppe Sergi, quasi a giustificare l’emozione. «Un uomo capace, colto, ironico. Per me è stato un onore condividere quell’aula. L’ho salutato lì, per l’ultima volta».
Non c’è enfasi. Non serve. Il Sud diffida delle parole grandi quando il sentimento è vero, e lo custodisce dentro, come si custodisce l’acqua nei secchi di terracotta.

Qualcuno sorride amaramente ricordando che sì, ogni tanto, “a ragione, lanciava anche delle gridate”, come nota Andreana Illiano. Ma erano rare, misurate, quasi educative. Gridava quando il silenzio non bastava più. E oggi, paradossalmente, è proprio quel silenzio che manca. Perché non era mutismo: era ascolto.

Giuseppe Falcomatà lo ha definito «un figlio nobile di questa città». Giovanni Nucera ha scelto una parola più netta: «un gigante».
Due definizioni diverse, ma compatibili. Perché al Sud la nobiltà non è mai ostentazione: è comportamento. E la grandezza non sta nell’altezza della voce, ma nella profondità delle radici, in quell’intima conoscenza della terra e della gente.

Era un uomo antico, nel senso migliore del termine. Nome romano, spirito classico. Credeva nelle istituzioni come si crede nelle cose che durano: non perché siano perfette, ma perché senza di esse tutto diventa provvisorio. Non scambiava l’autorità con l’arroganza — vizio dei tempi poveri di contenuti — e non confondeva la politica con il palcoscenico. Sapeva che governare significa spesso rinunciare a piacere, perché la responsabilità non conosce applausi.

Da Presidente del Consiglio comunale fu garante di tutti. Tutti davvero. Non della maggioranza, non degli amici, non della convenienza del momento. Delle regole. Quelle che oggi vengono vissute come intralci, ma che sono, in realtà, la grammatica della convivenza civile. Senza regole, il Sud non diventa più libero: diventa solo più fragile.

Nei corridoi qualcuno ricorda gli anni lontani.
«Una vita assieme», dice Candeloro Imbalzano, e l’elenco sembra non finire mai: Lume di Pellaro, le case di studio, le scuole, l’università, il Consiglio comunale, quello regionale. «Una vita assieme».
È una frase che dice più di mille biografie, perché racconta la continuità, quella cosa rara che lega gli uomini ai luoghi e fa respirare le comunità.

Renato Meduri parla come si parla di un fratello: «Una notizia sconvolgente. Un amico vero, un professionista straordinario, un vanto per Reggio». E poi quell’immagine finale, che sembra venire da una terra che conosce il cielo meglio dei palazzi: “i cieli azzurri ti accolgono”.
Non è retorica quando nasce da una perdita condivisa. È la memoria di chi sa guardare oltre le cose immediate, oltre il rumore.

Chizzoniti veniva dalla Democrazia Cristiana degli anni Sessanta e Settanta, quando la politica era ancora militanza e fatica quotidiana. Reggio era una città ferita, inquieta, sospesa tra ciò che poteva essere e ciò che le veniva negato. Lui lo aveva capito presto. Sapeva che senza aeroporto una città resta isola. Che la Reggina non era solo una squadra, ma un modo di riconoscersi. Che voltare le spalle allo Stretto significa rinnegare se stessi. Che il bergamotto e l’agricoltura non erano nostalgia, ma futuro possibile.

Ma il tratto che oggi appare quasi incomprensibile — e per questo prezioso — era un altro: la gratuità.
Giurista raffinato, avvocato stimato, metteva la propria competenza al servizio della città senza chiedere nulla. In un Sud spesso accusato di chiedere troppo, lui dava. In silenzio. Come fanno le cose solide, come la pietra buona dei cortili antichi.

«Grande avvocato e grande uomo», ricorda Domenico Campolo. «Ho avuto l’onore di fare la pratica nel suo studio». E poi il pensiero va alla moglie Liliana, ai figli. Perché alla fine la politica passa, le famiglie restano. E sono loro a pagare il prezzo più alto della discrezione, della misura e della dignità.

I giovani lo osservavano durante le assemblee come si osserva chi non bara. Chizzoniti non prometteva miracoli. Spiegava limiti. Non rassicurava: responsabilizzava. Non urlava: argomentava. In un tempo che premia il rumore, lui sceglieva la sostanza.

Dedicargli una strada sarà giusto. Necessario.
Ma la vera eredità non si intitola. Si pratica.
È uno stile di vita pubblica. È la misura delle parole. È il rispetto del confronto. È il silenzio che insegna più di qualsiasi proclama.

Aurelio Chizzoniti non riempiva le piazze.
Riempiva il vuoto.
E quando uno così se ne va, il vuoto non fa rumore.
Ma pesa. Come pesa la terra buona quando la si perde.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

Reggio Calabria 7 gennaio 2026
@luigi.palamara

Aurelio Chizzoniti e la dignità della politica Un figlio dello Jonio, un servitore delle regole L’Editoriale di Luigi Palamara Abbiamo voluto accompagnare Aurelio per l’ultimo saluto alla Cattedrale di Reggio Calabria. Fuori faceva freddo, quel freddo che viene dal mare d’inverno e che non è solo temperatura, ma memoria dei giorni duri e delle attese lunghe. Dentro, invece, c’era il calore antico della preghiera, quello che non scalda il corpo ma tiene in piedi le comunità. La città, raccolta, salutava uno dei suoi figli. Un figlio dello Jonio. Aurelio Chizzoniti. Ci sono morti che fanno rumore. Trombe, titoli, dichiarazioni di circostanza. E poi ci sono morti che obbligano al silenzio. Non perché nessuno abbia qualcosa da dire, ma perché tutto ciò che si potrebbe dire rischierebbe di essere superfluo. Aurelio Chizzoniti è morto così: senza clamore, ma con un peso che si è avvertito subito. Come quando cade una colonna antica e ti accorgi, solo allora, che reggeva il tetto da decenni, invisibile ma essenziale. La città lo ha compreso prima delle istituzioni. Reggio Calabria si è fermata non per decreto, ma per istinto. Come fanno i paesi del Sud quando muore uno che non era soltanto una persona, ma una misura. L’Aula Consiliare Pietro Battaglia — il luogo dove Chizzoniti aveva presieduto, moderato, arbitrato senza mai alzare la voce più del necessario — è diventata camera ardente. Non un gesto protocollare. Un atto di riconoscimento, quasi una restituzione. Fuori, nei corridoi, nei mormorii, si parlava sottovoce. È così che parlano le città quando ricordano chi le ha rispettate. «È stato il mio presidente in Consiglio comunale», dice Peppe Sergi, quasi a giustificare l’emozione. «Un uomo capace, colto, ironico. Per me è stato un onore condividere quell’aula. L’ho salutato lì, per l’ultima volta». Non c’è enfasi. Non serve. Il Sud diffida delle parole grandi quando il sentimento è vero, e lo custodisce dentro, come si custodisce l’acqua nei secchi di terracotta. Qualcuno sorride amaramente ricordando che sì, ogni tanto, “a ragione, lanciava anche delle gridate”, come nota Andreana Illiano. Ma erano rare, misurate, quasi educative. Gridava quando il silenzio non bastava più. E oggi, paradossalmente, è proprio quel silenzio che manca. Perché non era mutismo: era ascolto. Giuseppe Falcomatà lo ha definito «un figlio nobile di questa città». Giovanni Nucera ha scelto una parola più netta: «un gigante». Due definizioni diverse, ma compatibili. Perché al Sud la nobiltà non è mai ostentazione: è comportamento. E la grandezza non sta nell’altezza della voce, ma nella profondità delle radici, in quell’intima conoscenza della terra e della gente. Era un uomo antico, nel senso migliore del termine. Nome romano, spirito classico. Credeva nelle istituzioni come si crede nelle cose che durano: non perché siano perfette, ma perché senza di esse tutto diventa provvisorio. Non scambiava l’autorità con l’arroganza — vizio dei tempi poveri di contenuti — e non confondeva la politica con il palcoscenico. Sapeva che governare significa spesso rinunciare a piacere, perché la responsabilità non conosce applausi. Da Presidente del Consiglio comunale fu garante di tutti. Tutti davvero. Non della maggioranza, non degli amici, non della convenienza del momento. Delle regole. Quelle che oggi vengono vissute come intralci, ma che sono, in realtà, la grammatica della convivenza civile. Senza regole, il Sud non diventa più libero: diventa solo più fragile. Nei corridoi qualcuno ricorda gli anni lontani. «Una vita assieme», dice Candeloro Imbalzano, e l’elenco sembra non finire mai: Lume di Pellaro, le case di studio, le scuole, l’università, il Consiglio comunale, quello regionale. «Una vita assieme». È una frase che dice più di mille biografie, perché racconta la continuità, quella cosa rara che lega gli uomini ai luoghi e fa respirare le comunità. Renato Meduri parla come si parla di un fratello: «Una notizia sconvolgente. Un a

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