Sanità calabrese, il coraggio che manca.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Il presidente Roberto Occhiuto parla di sanità come chi osserva la realtà da lontano. Troppo lontano. Conosce i numeri, cita riforme, annuncia svolte. Ma la sanità reale, quella vissuta ogni giorno dai cittadini calabresi, resta fuori dal suo racconto.
Non è una questione di opinioni. È una questione di fatti. E i fatti parlano di un sistema che chiude invece di curare, che rinvia invece di garantire diritti. Liste d’attesa fuori controllo: fino a due anni per una visita negli ambulatori pubblici, mentre i tempi previsti dalla U.B.D.P. restano sulla carta. Nel frattempo, cresce un fenomeno silenzioso ma drammatico: la rinuncia alle cure.
Si rinuncia perché l’attesa è interminabile. Si rinuncia perché le liste sono chiuse. Si rinuncia perché, per curarsi, bisogna percorrere centinaia di chilometri. Una sanità commissariata da anni, sempre sotto la stessa guida, che costringe i pazienti a scegliere tra salute e sopravvivenza.
Secondo i dati e l’esperienza quotidiana, aumenta la percentuale di cittadini che rinunciano alle cure non per scelta, ma per sfinimento. Un fallimento politico prima ancora che sanitario. E allora, presidente, prima delle dichiarazioni, servirebbe un gesto semplice e concreto: entrare nei pronto soccorso, osservare le condizioni di lavoro del personale, verificare il reale funzionamento degli ambulatori nelle ore previste. E soprattutto ascoltare le associazioni che difendono i diritti dei malati, non i comunicati stampa.
C’è molto altro da dire. Ma da Aspromontàno, prima ancora che da cittadino, la richiesta è una sola: affrontare la realtà nei luoghi dove la sanità oggi fallisce, non nei salotti della propaganda. Perché la sanità non si racconta. Si vive. E chi non la vive difficilmente può governarla.
Eppure, il presidente Occhiuto ama citare Zàpata:
“È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.”
Parole forti. Peccato che, in Calabria, con questa sanità, si muoia in piedi senza essere mai stati visitati. Pronto soccorso al collasso, ambulatori chiusi, liste d’attesa che somigliano a sentenze. Qui non si vive in ginocchio: si rinuncia alle cure. È l’unica scorciatoia rimasta per non attendere anni una visita.
Zàpata parlava di ribellione. Qui, invece, domina la rassegnazione istituzionalizzata. C’è chi cade per strada, chi percorre 300 chilometri per curarsi, chi paga di tasca propria e chi chiude definitivamente la speranza.
Forse quella frase non è stata dimenticata.
Forse è stata semplicemente stravolta:
meglio morire in piedi, tanto seduti in sala d’attesa non serve a nulla.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
#editoriale #luigipalamara #sanità #robertoocchiuto #calabria
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.