Elezioni Comunali. La corsa per Palazzo San Giorgio è già iniziata
L’editoriale di Luigi Palamara
Si respira una strana aria a Reggio Calabria. Non è il vento dello Stretto, quello no: è un vento politico, più subdolo, che non rinfresca ma agita. La città è già in campagna elettorale, anche se nessuno ha ancora avuto il coraggio – o l’incoscienza – di dirlo apertamente. E come spesso accade da queste parti, il problema non è tanto se si voterà, ma chi avrà il fegato, il consenso e la pelle abbastanza spessa per metterci la faccia.
C’è però una verità che tutti fingono di ignorare e che invece sarà decisiva: a Reggio Calabria non vincono i candidati sindaco, vincono le liste. È sempre stato così e difficilmente questa volta farà eccezione. Perché sotto la retorica del “progetto per la città”, sotto gli appelli alla responsabilità e al bene comune, si muove una realtà molto più concreta e molto più terrena: la corsa al seggio.
Palazzo San Giorgio dal 10 gennaio 2026 è in mano a un sindaco facente funzioni, Mimmetto Battaglia, e la Città metropolitana a Carmelo Versace. È la gestione dell’ordinario che segue la fine di un’epoca: quasi dodici anni di centrosinistra, targato PD, chiusi con l’ascesa di Giuseppe Falcomatà a consigliere regionale. Un ciclo che si chiude senza clamore, ma con molte crepe. E quando le crepe diventano troppe, la politica smette di essere amministrazione e torna a essere lotta. Una lotta che, sempre più spesso, non è per governare ma per sopravvivere.
Il centrodestra, sulla carta, è favorito. Ma la carta, a Reggio, serve più per incartare il pesce che per vincere le elezioni. Il nodo è uno solo, antico e mai risolto: il nome. Francesco Cannizzaro più che scendere in campo sembra impegnato a cercare un candidato che possa essere accettato da tutti. Il che, tradotto dal politichese, significa una cosa sola: nessuno vuole fare il passo se non ha la certezza di non essere pugnalato alle spalle il giorno dopo. E soprattutto se non ha la certezza che le liste lo seguano.
Giusi Princi dovrebbe rinunciare a Bruxelles. Non è escluso, se davvero il centrodestra vuole vincere. Perché la politica è anche sacrificio, parola ormai desueta come “coerenza”. E poi c’è Giuseppe Scopelliti. Il ritorno. Forse il nodo più difficile da sciogliere. Dopo il “test” Sarica con la Lega alle Regionali, Scopelliti vuole tornare a contare. Non necessariamente candidandosi, ma facendo ciò che gli riesce meglio: muovere fili, mediare, garantire. A Reggio, piaccia o no, resta un punto di riferimento. Uno di quelli che non si possono ignorare senza pagarne il prezzo, soprattutto quando si tratta di pacchetti di voti.
La Lega, dal canto suo, non fa mistero di voler pesare. Vuole essere decisiva, protagonista, non comprimaria. E in questo gioco di equilibri rientra anche il ritorno dell’Udc, lo scudo crociato riesumato dopo quindici anni, che rivendica il centrodestra e guarda soprattutto alle periferie, dove la politica arriva sempre per ultima ma il voto arriva sempre puntuale. È lì che si costruiscono le liste vere, quelle che contano più dei programmi.
Nel frattempo, i consiglieri si muovono. Mario Cardia lascia la Lega e approda in Noi Moderati. Una scelta personale, si dice. Come se in politica esistessero ancora le scelte personali. In realtà è l’anticipo di un fenomeno più ampio: il riposizionamento di chi sa che questa volta il posto in lista sarà una guerra senza prigionieri.
Perché c’è un altro elemento, raramente dichiarato ma ben presente a tutti: fare il consigliere comunale oggi non significa più soltanto un gettone di presenza. Significa uno “stipendio” che sfiora i 3.500 euro lordi al mese. Una cifra che, in una città stremata dalla disoccupazione e dal precariato, diventa un potentissimo incentivo. Altro che vocazione civica. Questo stuzzicherà molti appetiti e renderà le liste il vero campo di battaglia. Chi ha voti se li terrà stretti, non per sostenere un candidato sindaco, ma per provare a “sistemarsi”. È una variabile tutt’altro che secondaria, e chi finge di non vederla mente sapendo di mentire.
Di conseguenza, gli uscenti che si sentono statisticamente al sicuro dovranno fare i conti con il nuovo che avanza e che vuole entrare a Palazzo San Giorgio. Non per cambiare la città, ma per entrarci. E spesso, a Reggio, entrare è già una vittoria.
Se il centrodestra cerca il nome giusto, il centrosinistra cerca se stesso. E non è detto che lo trovi. Le dimissioni di Pino Cuzzocrea dalla presidenza della Commissione Bilancio non sono un incidente di percorso: sono un atto d’accusa. Parlano di scarsa coesione, di mancanza di ascolto. In una parola: di logoramento. Il potere stanca chi non lo gestisce più e irrita chi lo subisce ancora, soprattutto quando si avvicina il momento di rifare le liste.
Nel campo progressista torna Massimo Canale. Torna sempre, verrebbe da dire. Non ha mai vinto, figuriamoci adesso. È un nome di passaggio, più utile a occupare uno spazio che a conquistare Palazzo San Giorgio. Parla di rinnovamento, di classe dirigente nuova, di politica come servizio. Belle parole, spesso sentite, raramente viste. Ma se ci saranno le primarie, Canale ci sarà. Perché in politica non conta vincere: conta esserci, soprattutto per contarsi.
Anna Nucera si mette a disposizione. Senza velleità, dice. E forse è proprio questo il suo punto di forza e insieme il suo limite. Una candidatura che nasce dal basso, dalle associazioni, dalla scuola, dall’idea di una politica partecipata e gentile. Ma Reggio, storicamente, non è una città gentile con chi non alza la voce. E soprattutto non è indulgente con chi non porta voti organizzati.
Poi ci sono gli “out”. Saverio Pazzano ci riprova con La Strada. Una politica di prossimità, di comunità, di resistenza civile. Stavolta però rischia di non farcela. Perché restare è un valore, ma vincere è un’altra cosa. E la città sembra sempre più attratta da chi promette potere, non da chi pratica coerenza.
E infine c’è il Polo Civico, con a capo Eduardo Lamberti Castronuovo. Un progetto partito da oltre un anno e che, forse proprio per questo, appare già logoro. Lamberti occupa quotidianamente il suo spazio mediatico, utilizzando la propria televisione come cassa di risonanza permanente: una continua autosponsorizzazione che scivola facilmente nell’autoreferenzialità. Ma i numeri, finora, non lo hanno mai premiato. Non ha uno schieramento predefinito, resta in attesa di una chiamata che difficilmente arriverà. E questa volta potrebbe persino decidere di candidarsi a sindaco. Con ogni probabilità per incassare una sonora batosta. Perché a Reggio la visibilità non si traduce automaticamente in consenso, e il telecomando non porta voti nell’urna.
Al solito Klaus Davi cerca una collocazione. Ma il suo momento è passato. La politica non è un palcoscenico permanente e chi ha voti, di certo, non li regalerà a lui solo per consentirgli di fare il consigliere comunale e soddisfare il proprio ego. A Reggio l’ego abbonda, i voti no. E quando i voti diventano merce rara, nessuno li spreca.
Il quadro che emerge è quello di una città politicamente irrequieta, stanca e nervosa. Dopo oltre un decennio di centrosinistra, nulla è scontato. Il centrodestra può vincere, ma deve decidere chi è davvero disposto a perdere, se necessario. Il centrosinistra può resistere, ma deve spiegare perché dovrebbe continuare. Ma soprattutto, entrambi dovranno fare i conti con una realtà semplice e brutale: saranno le liste a decidere tutto.
La campagna elettorale è già cominciata. E come sempre, non vincerà chi urla di più, ma chi saprà mettere insieme più nomi, più pacchetti di voti e più interessi. Reggio Calabria aspetta ancora qualcuno che la prenda sul serio. Ma intanto, Palazzo San Giorgio fa gola. Eccome se la fa.
Luigi Palamara
Reggio Calabria, 11 gennaio 2026
1 Commenti
Sembra un'analisi scontata ma ha il pregio della chiarezza ...... e della libertà di pensiero. Bravo
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