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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Eroi senza saperlo

Eroi senza saperlo.


Così li chiameremmo oggi, con quella parola che l’enfasi ha svuotato. Ma allora non lo sapevamo, e forse per questo lo eravamo davvero. La vita non chiedeva spiegazioni: si lasciava vivere. Bastava poco. L’aria del mattino, aspra e pulita, il gallo a segnare l’ora, le voci dei vicini che si rispondevano da una porta all’altra. Il paese parlava sottovoce, e noi imparavamo ad ascoltare.

«Alzati, è tardi», diceva mia madre.
Non era un ordine, era un richiamo. In quella voce c’era già il mondo, c’era la certezza che qualcuno ti aspettava. Finché una madre chiama, niente è davvero perduto.

Il tempo pareva fermo, ma non immobile. Aveva una sua misura, umana. Oggi gli stessi rumori fingono di essere uguali, ma mentono. Manca quella voce. «Mamma», la chiamerei ancora, se potessi. Il suo ricordo non consola: custodisce. Avvolge i sogni come si fa con i bambini quando dormono.

Ripercorro le strade di allora e prima dei volti tornano i nomi: Carmelo, Pietro, Ciccio, Desiano, Loy, Rocco,  Mimmo.
«Chi manca?»
«Nessuno, siamo tutti», rispondeva sempre qualcuno. E quella risposta bastava.

Le partite a pallone non finivano mai.
«Ancora dieci minuti!»
«L’ultimo gol vale la vittoria!»
E il sole calava senza che ce ne accorgessimo. Tornavamo a casa stanchi, ma non sazi di parole. Ci salutavamo sulla soglia.
«Domani alla stessa ora.»
«Sicuro.»
Nessuno chiedeva conferme. Il domani arrivava sempre, puntuale come una promessa mantenuta.

Avevamo poco, e proprio per questo avevamo tutto. Oggi quel poco è stato sepolto da una montagna di cose inutili, da promesse che nessuno ricorda di aver fatto. Allora bastava la pioggia.
«Ci bagniamo!»
«E che importa?»
Restavamo sotto l’acqua a ridere, sentendoci invincibili. Era così che si diventava eroi: senza saperlo.

Esplorare i confini del paese era un’avventura.
«Fin dove arriviamo?»
«Fin dove ci lasciano i piedi.»
Il mondo non faceva paura, invitava. Era grande, ma non ostile.

L’amicizia e l’affetto ci accompagnavano come una legge naturale. Nessuno la nominava. Eravamo bambini senza nulla da difendere e tutto da attendere. Il futuro aveva il passo delle fiabe.
«Da grandi cosa farai?»
«Non lo so. Ma resteremo amici.»
«Certo.»

Forse è questo che resta: una misura perduta del vivere. Un tempo in cui si cresceva senza strappi e si diventava uomini senza accorgersene. E se oggi chiamiamo eroi quei bambini, è solo perché il presente ha dimenticato quanto fosse naturale esserlo.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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