I fondi vincolati: la bugia che assolve tutti
Morire di fame con il bilancio in ordine
L’editoriale di Luigi Palamara
Eccola, una domanda che ritorna, ostinata, come una zanzara nella notte: chi maneggia il denaro pubblico lo governa davvero o ne è soltanto il custode impaurito?
Perché ogni volta la risposta è la stessa, recitata come una preghiera stanca: questi fondi sono vincolati. Non si possono toccare. Non si possono spostare. Se non li spendiamo così, tornano indietro. Come se il denaro avesse una volontà propria, come se fosse dotato di una morale superiore a quella di chi lo amministra.
E allora viene da chiedersi: chi li ha messi, questi vincoli? Chi li ha decisi? E soprattutto: sono davvero tavole della legge o solo comodi alibi?
Domande retoriche, certo. Ma non per questo innocue. Perché le risposte, quando arrivano, sono sempre le stesse. E sempre inaccettabili.
Chiariamo, però, di cosa stiamo parlando.
I fondi vincolati sono risorse finanziarie destinate obbligatoriamente a scopi specifici: un’opera pubblica, un progetto, un intervento programmato. Nel settore pubblico esiste persino uno strumento contabile dedicato, il Fondo Pluriennale Vincolato (FPV), che serve a garantire che le somme stanziate per spese che si protraggono su più anni non vadano disperse, ma vengano “traghettate” da un esercizio finanziario all’altro fino al completamento dell’opera.
Sono fondi tracciabili, contabilmente blindati, distinti dai cosiddetti fondi liberi. Hanno priorità di pagamento, non subiscono decurtazioni e, persino in caso di dissesto finanziario, vengono tutelati integralmente, perché distrarli significherebbe tradire lo scopo per cui sono stati erogati.
Tutto giusto. Tutto corretto. Tutto legittimo.
Ma è proprio qui che nasce l’inganno.
Perché uno strumento pensato per garantire serietà e continuità amministrativa è diventato, troppo spesso, una foglia di fico dietro cui nascondere l’inerzia politica. Il vincolo contabile si è trasformato in vincolo mentale. La regola in dogma. Il mezzo nel fine.
Immaginiamo una famiglia. Una famiglia qualsiasi. In casa non c’è più nulla da mangiare. Il frigorifero è vuoto, la dispensa pure. Ma sul conto c’è una somma, messa da parte per comprare un televisore più grande, più moderno, più inutile.
Secondo voi quella famiglia muore di fame perché “i soldi erano destinati a un altro capitolo di spesa”? Oppure va al supermercato e fa la spesa, rimandando il televisore a tempi migliori?
La risposta è così ovvia che fa quasi vergogna doverla scrivere. Eppure, quando si passa dalla cucina di casa ai palazzi del potere, la logica si rovescia. Lì l’assurdo diventa regola, l’irresponsabilità diventa procedura, l’ottusità diventa virtù amministrativa.
Ci raccontano la favola dei fondi vincolati come se fosse una legge naturale. Come la pioggia che cade o il sole che tramonta. Non si può fare nulla, dicono. Le regole ce lo impediscono.
Ma le regole non cadono dal cielo. Le scrivono gli uomini. E gli uomini possono cambiarle, rimodularle, riprogrammarle, se hanno il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il denaro pubblico non è sacro. Sacri dovrebbero essere i bisogni reali dei cittadini. Le scuole che cadono a pezzi, gli ospedali che mancano di personale, le famiglie che non arrivano a fine mese.
I soldi e le risorse dovrebbero andare dove servono di più. Sempre. Anche quando questo significa rimettere mano a priorità decise male o superate dal tempo.
E invece no.
Si preferisce continuare a recitare la litania dei fondi vincolati. Perché è comoda. Perché assolve. Perché permette di non scegliere.
E non c’è niente di più colpevole, in politica, che la rinuncia a scegliere.
Perché governare non significa custodire capitoli di bilancio, ma rispondere ai bisogni reali delle persone.
E un potere che si rifugia dietro i vincoli non è prudente: è solo vigliacco.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista aspromontano
E tu come la pensi?
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@luigi.palamara I fondi vincolati: la bugia che assolve tutti Morire di fame con il bilancio in ordine L’editoriale di Luigi Palamara Eccola, una domanda che ritorna, ostinata, come una zanzara nella notte: chi maneggia il denaro pubblico lo governa davvero o ne è soltanto il custode impaurito? Perché ogni volta la risposta è la stessa, recitata come una preghiera stanca: questi fondi sono vincolati. Non si possono toccare. Non si possono spostare. Se non li spendiamo così, tornano indietro. Come se il denaro avesse una volontà propria, come se fosse dotato di una morale superiore a quella di chi lo amministra. E allora viene da chiedersi: chi li ha messi, questi vincoli? Chi li ha decisi? E soprattutto: sono davvero tavole della legge o solo comodi alibi? Domande retoriche, certo. Ma non per questo innocue. Perché le risposte, quando arrivano, sono sempre le stesse. E sempre inaccettabili. Chiariamo, però, di cosa stiamo parlando. I fondi vincolati sono risorse finanziarie destinate obbligatoriamente a scopi specifici: un’opera pubblica, un progetto, un intervento programmato. Nel settore pubblico esiste persino uno strumento contabile dedicato, il Fondo Pluriennale Vincolato (FPV), che serve a garantire che le somme stanziate per spese che si protraggono su più anni non vadano disperse, ma vengano “traghettate” da un esercizio finanziario all’altro fino al completamento dell’opera. Sono fondi tracciabili, contabilmente blindati, distinti dai cosiddetti fondi liberi. Hanno priorità di pagamento, non subiscono decurtazioni e, persino in caso di dissesto finanziario, vengono tutelati integralmente, perché distrarli significherebbe tradire lo scopo per cui sono stati erogati. Tutto giusto. Tutto corretto. Tutto legittimo. Ma è proprio qui che nasce l’inganno. Perché uno strumento pensato per garantire serietà e continuità amministrativa è diventato, troppo spesso, una foglia di fico dietro cui nascondere l’inerzia politica. Il vincolo contabile si è trasformato in vincolo mentale. La regola in dogma. Il mezzo nel fine. Immaginiamo una famiglia. Una famiglia qualsiasi. In casa non c’è più nulla da mangiare. Il frigorifero è vuoto, la dispensa pure. Ma sul conto c’è una somma, messa da parte per comprare un televisore più grande, più moderno, più inutile. Secondo voi quella famiglia muore di fame perché “i soldi erano destinati a un altro capitolo di spesa”? Oppure va al supermercato e fa la spesa, rimandando il televisore a tempi migliori? La risposta è così ovvia che fa quasi vergogna doverla scrivere. Eppure, quando si passa dalla cucina di casa ai palazzi del potere, la logica si rovescia. Lì l’assurdo diventa regola, l’irresponsabilità diventa procedura, l’ottusità diventa virtù amministrativa. Ci raccontano la favola dei fondi vincolati come se fosse una legge naturale. Come la pioggia che cade o il sole che tramonta. Non si può fare nulla, dicono. Le regole ce lo impediscono. Ma le regole non cadono dal cielo. Le scrivono gli uomini. E gli uomini possono cambiarle, rimodularle, riprogrammarle, se hanno il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Il denaro pubblico non è sacro. Sacri dovrebbero essere i bisogni reali dei cittadini. Le scuole che cadono a pezzi, gli ospedali che mancano di personale, le famiglie che non arrivano a fine mese. I soldi e le risorse dovrebbero andare dove servono di più. Sempre. Anche quando questo significa rimettere mano a priorità decise male o superate dal tempo. E invece no. Si preferisce continuare a recitare la litania dei fondi vincolati. Perché è comoda. Perché assolve. Perché permette di non scegliere. E non c’è niente di più colpevole, in politica, che la rinuncia a scegliere. Perché governare non significa custodire capitoli di bilancio, ma rispondere ai bisogni reali delle persone. E un potere che si rifugia dietro i vincoli non è prudente: è solo vigliacco. Luigi Palamara Giornalista e Artista aspromontano E tu come la pensi? Lascia la tua opinione nei commenti. #editoriale #luigipalamara #politica ♬ suono originale - Luigi Palamara
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