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Aspromonte. Dove la montagna non tradisce.

Aspromonte. Dove la montagna non tradisce.
L'Editoriale di Luigi Palamara 


La pioggia scendeva lenta sull’Aspromonte, come se anche il cielo avesse imparato a non avere fretta. Non cadeva: si posava. Goccia dopo goccia, come una mano antica che accarezza senza chiedere nulla in cambio. Le pietre dei sentieri, lisce per secoli di passi e di silenzi, riflettevano un grigio profondo, lo stesso che si annidava negli occhi degli uomini che ancora salivano quassù senza più sapere bene perché.

Compare Rocco si fermò sotto un castagno secolare. Le sue radici affioravano dalla terra come vene di un corpo stanco ma vivo. Si tolse il cappello, gesto che non faceva per educazione ma per rispetto, e guardò la valle. Laggiù le case erano puntini confusi, come un presepe dimenticato dopo l’Epifania.

— Questa terra non parla più, disse piano, quasi avesse paura di farsi sentire. — E quando una terra tace, vuol dire che è stanca.

Peppino arrivò qualche passo dopo. Era più giovane, ma la montagna non fa sconti all’età: aveva le mani screpolate, il fiato corto e negli occhi una rabbia che non trovava riposo. Sorrise, ma fu un sorriso amaro, senza denti.

— La terra parla ancora, compare, rispose. — Siamo noi che non la capiamo più. Ci hanno insegnato a guardare altrove. Sempre altrove.

Rocco non replicò subito. Guardò il cielo, poi il fango sotto gli scarponi. Pensò a quando da ragazzo saliva con suo padre, senza domande, senza illusioni. Allora si faticava, sì, ma la fatica aveva un nome e un senso.

Arrivarono alla casa bassa poco dopo. Era una costruzione di pietra scura, con il tetto che resisteva più per ostinazione che per manutenzione. Dal camino usciva un fumo storto, piegato dal vento, come se anche quello avesse perso la strada.

Maria uscì sulla soglia stringendo uno scialle nero sulle spalle. Aveva il volto segnato, ma non spento. Gli occhi di chi ha pianto e poi ha continuato.

— Entrate, disse semplicemente. — Piove anche dentro, oggi.

Dentro la casa l’aria era calda, densa di legna bruciata e di silenzi trattenuti. Si sedettero attorno al tavolo: Rocco, Peppino, Maria e il vecchio don Saverio, che stava in disparte, come una roccia che nessuno nota ma che tiene insieme il pendio. Non parlava quasi mai, ma quando lo faceva le parole cadevano pesanti, come sentenze non scritte.

Maria versò il vino in bicchieri scompagnati.

— Mio padre diceva che l’Aspromonte non perdona, mormorò. — Ma non tradisce.

Don Saverio alzò lo sguardo lentamente. I suoi occhi erano chiari, sorprendentemente vivi.

— Sono gli uomini che tradiscono, disse. — Sempre loro. La montagna resta. Non promette niente e mantiene tutto.

Peppino batté il pugno sul tavolo. Il rumore fu secco, improvviso.

— E noi? — disse. — Noi cosa facciamo?

Rocco lo guardò, stanco ma presente.

— Noi restiamo fermi mentre ci portano via tutto, rispose. — Le regole, le promesse, le parole. Tutto deciso lontano da qui, da gente che non sa neanche come si chiama questo vento.

Sospirò.

— Una volta si soffriva, ma si capiva perché. Oggi soffri e basta. E ti dicono pure che è colpa tua.

Maria si voltò verso la stanza accanto. Da lì arrivava il respiro regolare del figlio che dormiva. Un suono piccolo, fragile, eppure più forte di qualsiasi discorso.

— Io ho paura, disse a bassa voce. — Non della fame. Quella l’abbiamo sempre conosciuta. Ho paura di crescere mio figlio senza verità.

Don Saverio si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone. Ogni suo movimento sembrava una decisione ponderata.

— La verità non ce la daranno, disse. — Ma possiamo non perderla. Questo è già resistere. Non gridare, non scappare, non vendersi.

In quel momento, come se avesse ascoltato, la pioggia smise. Di colpo. Un silenzio quasi irreale calò sulla casa. Un raggio di luce bucò le nuvole e colpì i pendii, facendo brillare l’erba giovane, ostinata nel suo verde.

Peppino si avvicinò alla porta e la aprì.

— Guardate, disse. — La montagna respira ancora.

Rocco annuì. Aveva gli occhi lucidi, ma non pianse.

— E finché respira lei, respiriamo anche noi, disse. — Non siamo ricchi, non siamo potenti… ma siamo vivi. E liberi abbastanza da dirlo.

Maria sorrise appena, un sorriso che non prometteva felicità, ma continuità.

— Allora restiamo, disse. — Qui. A fare le cose come vanno fatte. Con il cuore, anche quando pesa.

Don Saverio concluse, quasi parlando a se stesso:

— L’Aspromonte non salva nessuno. Ma insegna a non vendersi.

Fuori il vento tornò a muovere le foglie. Un fruscio lento, profondo, come un respiro antico. E nel silenzio che seguì, parve davvero che la montagna stesse ascoltando.
E che, a modo suo, approvasse.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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