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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Quando l’anno passa e resta la vita

Quando l’anno passa e resta la vita
L’Editoriale di Luigi Palamara


Fra poco inizia un nuovo anno. Lo si capisce dai rumori, dalle luci che cercano di vincere il buio, dalle tavole apparecchiate come per difendersi da qualcosa. Nelle strade ci si scambia auguri rapidi, parole leggere che spesso non arrivano al cuore. L’attesa è agitata, quasi ansiosa. Si cerca il divertimento come una tregua, lo si organizza con cura, affidandosi a luoghi dove la notte è già prevista e la gioia promessa.

Ma non per tutti il tempo cambia allo stesso modo. Per molti sarà un giorno uguale agli altri. Per qualcuno l’anno nuovo passerà senza essere nominato, come passano le stagioni nelle case dove il calendario conta poco e la vita molto.

Nell’Aspromonte il tempo non ha mai amato gli eccessi. La sera dell’ultimo giorno dell’anno scendeva come scende sempre, senza clamore. Le montagne restavano ferme, antiche, come se nulla dovesse davvero finire.

Luigi sedeva davanti al camino spento. Il freddo entrava dalle fessure, ma lui non se ne curava. Guardava fuori, verso il buio.

«È arrivato di nuovo», disse piano Ciccio, entrando senza bussare.
«Chi?»
«L’anno nuovo. Dicono così.»
Luigi sorrise appena. «Lo dicono sempre.»

Si sedettero l’uno accanto all’altro, senza fretta. Il silenzio non pesava: era fatto della stessa sostanza delle cose conosciute.

«Ti ricordi quando eravamo in tanti?» chiese Ciccio.
Luigi annuì. «Sì. E mi ricordo anche chi manca.»
«Io li conto ancora.»
«Anch’io. Ma non lo dico più.»

Fuori, in lontananza, un botto isolato annunciò un fuoco d’artificio. Sembrò fuori posto, come una risata in una stanza vuota.

«Una volta,» continuò Ciccio, «a fine anno non si restava mai soli.»
«Bastava bussare a una porta.»
«E nessuno chiedeva chi era.»
«Si apriva e basta.»

Tacquero. In quel silenzio c’erano i nomi non pronunciati, i volti che il tempo aveva portato via uno alla volta. Qualcuno era partito per necessità, qualcuno per illusione, qualcuno senza salutare. E qualcuno non aveva avuto il tempo di andare.

«Sai cosa mi fa più male?» disse Ciccio.
«Cosa?»
«Che li ricordiamo meglio adesso che quando c’erano.»

Luigi non rispose subito. Pensava alle stagioni passate, ai campi lavorati insieme, alle parole dette senza sapere che sarebbero state le ultime.

A fine anno siamo tutti contabili dell’anima. Mettiamo in fila i giorni come sacchi di grano, sperando che il raccolto basti a giustificare la fatica. Ma i bilanci sono sempre incompleti. Mancano le notti in cui si è resistito senza testimoni, le rinunce fatte per necessità, i dolori che non hanno trovato voce. Mancano le paure che ci hanno governato più delle decisioni. Mancano le persone.

«E adesso?» chiese Ciccio.
«Adesso niente,» rispose Luigi. «Si resta.»
«Anche se fa male?»
«Soprattutto allora.»

Oggi le case sono piene di voci, ma vuote di presenza. Si parla molto e si sta poco. Si racconta solo ciò che conviene, come se dire la verità fosse diventato un lusso. È un modo garbato per dirsi che va tutto bene, mentre dentro qualcosa continua a consumarsi lentamente.

Il tempo non si lascia ingannare. Passa uguale per tutti. Porta via ciò che può e lascia ciò che resiste.

«Alla fine,» disse Ciccio alzandosi, «l’anno nuovo è come il vecchio.»
Luigi lo guardò. «Sì. Cambia solo chi resta.»

Fuori, altri botti illuminarono il cielo. Le montagne non si mossero. Le case rimasero in silenzio.

I capodanni passano.
La vita resta.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

#capodanno
#aspromonte
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@luigi.palamara Quando l’anno passa e resta la vita L’Editoriale di Luigi Palamara Fra poco inizia un nuovo anno. Lo si capisce dai rumori, dalle luci che cercano di vincere il buio, dalle tavole apparecchiate come per difendersi da qualcosa. Nelle strade ci si scambia auguri rapidi, parole leggere che spesso non arrivano al cuore. L’attesa è agitata, quasi ansiosa. Si cerca il divertimento come una tregua, lo si organizza con cura, affidandosi a luoghi dove la notte è già prevista e la gioia promessa. Ma non per tutti il tempo cambia allo stesso modo. Per molti sarà un giorno uguale agli altri. Per qualcuno l’anno nuovo passerà senza essere nominato, come passano le stagioni nelle case dove il calendario conta poco e la vita molto. Nell’Aspromonte il tempo non ha mai amato gli eccessi. La sera dell’ultimo giorno dell’anno scendeva come scende sempre, senza clamore. Le montagne restavano ferme, antiche, come se nulla dovesse davvero finire. Luigi sedeva davanti al camino spento. Il freddo entrava dalle fessure, ma lui non se ne curava. Guardava fuori, verso il buio. «È arrivato di nuovo», disse piano Ciccio, entrando senza bussare. «Chi?» «L’anno nuovo. Dicono così.» Luigi sorrise appena. «Lo dicono sempre.» Si sedettero l’uno accanto all’altro, senza fretta. Il silenzio non pesava: era fatto della stessa sostanza delle cose conosciute. «Ti ricordi quando eravamo in tanti?» chiese Ciccio. Luigi annuì. «Sì. E mi ricordo anche chi manca.» «Io li conto ancora.» «Anch’io. Ma non lo dico più.» Fuori, in lontananza, un botto isolato annunciò un fuoco d’artificio. Sembrò fuori posto, come una risata in una stanza vuota. «Una volta,» continuò Ciccio, «a fine anno non si restava mai soli.» «Bastava bussare a una porta.» «E nessuno chiedeva chi era.» «Si apriva e basta.» Tacquero. In quel silenzio c’erano i nomi non pronunciati, i volti che il tempo aveva portato via uno alla volta. Qualcuno era partito per necessità, qualcuno per illusione, qualcuno senza salutare. E qualcuno non aveva avuto il tempo di andare. «Sai cosa mi fa più male?» disse Ciccio. «Cosa?» «Che li ricordiamo meglio adesso che quando c’erano.» Luigi non rispose subito. Pensava alle stagioni passate, ai campi lavorati insieme, alle parole dette senza sapere che sarebbero state le ultime. A fine anno siamo tutti contabili dell’anima. Mettiamo in fila i giorni come sacchi di grano, sperando che il raccolto basti a giustificare la fatica. Ma i bilanci sono sempre incompleti. Mancano le notti in cui si è resistito senza testimoni, le rinunce fatte per necessità, i dolori che non hanno trovato voce. Mancano le paure che ci hanno governato più delle decisioni. Mancano le persone. «E adesso?» chiese Ciccio. «Adesso niente,» rispose Luigi. «Si resta.» «Anche se fa male?» «Soprattutto allora.» Oggi le case sono piene di voci, ma vuote di presenza. Si parla molto e si sta poco. Si racconta solo ciò che conviene, come se dire la verità fosse diventato un lusso. È un modo garbato per dirsi che va tutto bene, mentre dentro qualcosa continua a consumarsi lentamente. Il tempo non si lascia ingannare. Passa uguale per tutti. Porta via ciò che può e lascia ciò che resiste. «Alla fine,» disse Ciccio alzandosi, «l’anno nuovo è come il vecchio.» Luigi lo guardò. «Sì. Cambia solo chi resta.» Fuori, altri botti illuminarono il cielo. Le montagne non si mossero. Le case rimasero in silenzio. I capodanni passano. La vita resta. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #capodanno #aspromonte #luigipalamara #editoriale #artista ♬ suono originale - Luigi Palamara

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