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Il sindaco, il cuore e l’attesa di Godot. La fascia si ferma i primi giorni di gennaio 2026.

Il sindaco, il cuore e l’attesa di Godot.
La fascia si ferma i primi giorni di gennaio 2026.

L'Editoriale di Luigi Palamara



Una frase che Giuseppe Falcomatà pronuncia quasi sottovoce, ma che pesa più di un comizio: «Il distacco dal ruolo di sindaco, più passano i giorni, più diventa difficile».
E già qui si capisce che non siamo davanti al solito politico che fa finta di non sentire il rumore della porta che si chiude alle spalle.

Il 2025 finisce così, tra bilanci, polemiche e quella sensazione tutta reggina di essere sempre in attesa di qualcosa che non arriva mai. L’attesa di Godot, la chiama Falcomatà. E come dargli torto. In Calabria l’attesa è una disciplina olimpica: si aspetta la sanità che funzioni, le funzioni che arrivino, lo Stato che mantenga le promesse. Si aspetta, e intanto si vive.

Falcomatà rivendica passi avanti: lavoro, servizi, opere pubbliche. Non miracoli, ma passi. Ed è già molto in una terra dove spesso si resta fermi per paura di muoversi. Poi ammette ciò che tutti sanno e pochi dicono senza ipocrisia: la sanità resta la ferita aperta, il diritto alla salute una promessa non mantenuta. Qui non c’è propaganda, c’è realtà.

Ma il cuore dell’intervista non è il bilancio amministrativo. È il bilancio umano. Ed è qui che la politica smette di essere mestiere e torna ad essere carne. Falcomatà parla di testa dura, di spirito battagliero, di non arrendersi all’idea — terribile e comodissima — che tanto non cambierà nulla. È un discorso che sa di Sud, di fatica e di orgoglio, di quella testardaggine che non è virtù ma necessità.

«La politica è vita», dice. E non è una frase fatta. Perché chi pensa che si possa uscire da Palazzo San Giorgio e spegnere tutto con un tasto off non ha mai governato nulla, nemmeno se stesso. La politica ti entra addosso, ti resta nelle ossa, ti segue a casa. E quando finisce — perché per legge deve finire — non finisce davvero.

Falcomatà dice cosa lascia: polemiche, cattiverie, colpi bassi, strumentalizzazioni. E dice cosa porta con sé: abbracci, sorrisi, occhi lucidi. Roba che non fa curriculum, ma fa uomo. E forse è questo che dà fastidio a qualcuno: l’idea che un sindaco possa commuoversi senza vergognarsene.

Qualcuno ironizzerà, qualcuno speculerà. Succede sempre. Ma i sentimenti non sono una debolezza, sono una colpa solo per chi non ne ha. E la politica senza umanità è solo amministrazione del nulla.

Falcomatà non chiede indulgenza, non chiede applausi. Chiede rispetto. E soprattutto lancia un augurio che è anche un avvertimento: non abbassare la testa, tenere la schiena dritta, affrontare il bene e il male con lo stesso coraggio. Perché molto di ciò che accade — nel bene e nel male — dipende da come lo guardiamo.

Il 2026 arriverà con nuove elezioni e un nuovo sindaco. Ma Reggio Calabria resterà la stessa: difficile, bellissima, testarda. In attesa di Godot, sì. Ma con qualcuno che, almeno, continua a bussare alla porta invece di sedersi ad aspettare.

E in tempi di cinismo obbligatorio, non è poco.

Luigi Palamara

Giornalista e Artista Aspromontàno

#giuseppefalcomatà #reggiocalabria
#sindaco
#politica #luigipalamara

@luigi.palamara Il sindaco, il cuore e l’attesa di Godot. La fascia si ferma i primi giorni di gennaioduemilaventisei. L'Editoriale di Luigi Palamara Una frase che Giuseppe Falcomatà pronuncia quasi sottovoce, ma che pesa più di un comizio: «Il distacco dal ruolo di sindaco, più passano i giorni, più diventa difficile». E già qui si capisce che non siamo davanti al solito politico che fa finta di non sentire il rumore della porta che si chiude alle spalle. Il 2025 finisce così, tra bilanci, polemiche e quella sensazione tutta reggina di essere sempre in attesa di qualcosa che non arriva mai. L’attesa di Godot, la chiama Falcomatà. E come dargli torto. In Calabria l’attesa è una disciplina olimpica: si aspetta la sanità che funzioni, le funzioni che arrivino, lo Stato che mantenga le promesse. Si aspetta, e intanto si vive. Falcomatà rivendica passi avanti: lavoro, servizi, opere pubbliche. Non miracoli, ma passi. Ed è già molto in una terra dove spesso si resta fermi per paura di muoversi. Poi ammette ciò che tutti sanno e pochi dicono senza ipocrisia: la sanità resta la ferita aperta, il diritto alla salute una promessa non mantenuta. Qui non c’è propaganda, c’è realtà. Ma il cuore dell’intervista non è il bilancio amministrativo. È il bilancio umano. Ed è qui che la politica smette di essere mestiere e torna ad essere carne. Falcomatà parla di testa dura, di spirito battagliero, di non arrendersi all’idea — terribile e comodissima — che tanto non cambierà nulla. È un discorso che sa di Sud, di fatica e di orgoglio, di quella testardaggine che non è virtù ma necessità. «La politica è vita», dice. E non è una frase fatta. Perché chi pensa che si possa uscire da Palazzo San Giorgio e spegnere tutto con un tasto off non ha mai governato nulla, nemmeno se stesso. La politica ti entra addosso, ti resta nelle ossa, ti segue a casa. E quando finisce — perché per legge deve finire — non finisce davvero. Falcomatà dice cosa lascia: polemiche, cattiverie, colpi bassi, strumentalizzazioni. E dice cosa porta con sé: abbracci, sorrisi, occhi lucidi. Roba che non fa curriculum, ma fa uomo. E forse è questo che dà fastidio a qualcuno: l’idea che un sindaco possa commuoversi senza vergognarsene. Qualcuno ironizzerà, qualcuno speculerà. Succede sempre. Ma i sentimenti non sono una debolezza, sono una colpa solo per chi non ne ha. E la politica senza umanità è solo amministrazione del nulla. Falcomatà non chiede indulgenza, non chiede applausi. Chiede rispetto. E soprattutto lancia un augurio che è anche un avvertimento: non abbassare la testa, tenere la schiena dritta, affrontare il bene e il male con lo stesso coraggio. Perché molto di ciò che accade — nel bene e nel male — dipende da come lo guardiamo. Il 2026 arriverà con nuove elezioni e un nuovo sindaco. Ma Reggio Calabria resterà la stessa: difficile, bellissima, testarda. In attesa di Godot, sì. Ma con qualcuno che, almeno, continua a bussare alla porta invece di sedersi ad aspettare. E in tempi di cinismo obbligatorio, non è poco. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #giuseppefalcomatà #reggiocalabria #sindaco #politica #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Il sindaco, il cuore e l’attesa di Godot. La fascia si ferma i primi giorni di gennaioduemilaventisei. L'Editoriale di Luigi Palamara Una frase che Giuseppe Falcomatà pronuncia quasi sottovoce, ma che pesa più di un comizio: «Il distacco dal ruolo di sindaco, più passano i giorni, più diventa difficile». E già qui si capisce che non siamo davanti al solito politico che fa finta di non sentire il rumore della porta che si chiude alle spalle. Il 2025 finisce così, tra bilanci, polemiche e quella sensazione tutta reggina di essere sempre in attesa di qualcosa che non arriva mai. L’attesa di Godot, la chiama Falcomatà. E come dargli torto. In Calabria l’attesa è una disciplina olimpica: si aspetta la sanità che funzioni, le funzioni che arrivino, lo Stato che mantenga le promesse. Si aspetta, e intanto si vive. Falcomatà rivendica passi avanti: lavoro, servizi, opere pubbliche. Non miracoli, ma passi. Ed è già molto in una terra dove spesso si resta fermi per paura di muoversi. Poi ammette ciò che tutti sanno e pochi dicono senza ipocrisia: la sanità resta la ferita aperta, il diritto alla salute una promessa non mantenuta. Qui non c’è propaganda, c’è realtà. Ma il cuore dell’intervista non è il bilancio amministrativo. È il bilancio umano. Ed è qui che la politica smette di essere mestiere e torna ad essere carne. Falcomatà parla di testa dura, di spirito battagliero, di non arrendersi all’idea — terribile e comodissima — che tanto non cambierà nulla. È un discorso che sa di Sud, di fatica e di orgoglio, di quella testardaggine che non è virtù ma necessità. «La politica è vita», dice. E non è una frase fatta. Perché chi pensa che si possa uscire da Palazzo San Giorgio e spegnere tutto con un tasto off non ha mai governato nulla, nemmeno se stesso. La politica ti entra addosso, ti resta nelle ossa, ti segue a casa. E quando finisce — perché per legge deve finire — non finisce davvero. Falcomatà dice cosa lascia: polemiche, cattiverie, colpi bassi, strumentalizzazioni. E dice cosa porta con sé: abbracci, sorrisi, occhi lucidi. Roba che non fa curriculum, ma fa uomo. E forse è questo che dà fastidio a qualcuno: l’idea che un sindaco possa commuoversi senza vergognarsene. Qualcuno ironizzerà, qualcuno speculerà. Succede sempre. Ma i sentimenti non sono una debolezza, sono una colpa solo per chi non ne ha. E la politica senza umanità è solo amministrazione del nulla. Falcomatà non chiede indulgenza, non chiede applausi. Chiede rispetto. E soprattutto lancia un augurio che è anche un avvertimento: non abbassare la testa, tenere la schiena dritta, affrontare il bene e il male con lo stesso coraggio. Perché molto di ciò che accade — nel bene e nel male — dipende da come lo guardiamo. Il 2026 arriverà con nuove elezioni e un nuovo sindaco. Ma Reggio Calabria resterà la stessa: difficile, bellissima, testarda. In attesa di Godot, sì. Ma con qualcuno che, almeno, continua a bussare alla porta invece di sedersi ad aspettare. E in tempi di cinismo obbligatorio, non è poco. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #giuseppefalcomatà #reggiocalabria #sindaco #politica #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara

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