Versace. I grandi non si cèlebrano: si riconoscono.
L’Editoriale di Luigi Palamara
Versace. Come Dante. Come pochissimi altri nella storia dell’umanità. Nomi che non hanno bisogno di spiegazioni, aggettivi o didascalìe. Basta scandirli. Basta pronunciarli. In questo caso basta il cognome. Versace. Un cognome universale, dal significato unico e irripetibile, che non descrive più un uomo soltanto, ma un’idea di bellezza, di arte, di cultura assoluta.
Versace non ha bisogno di targhe. Le targhe servono a chi rischia l’oblio, non a chi ha marchiato il mondo come un sigillo imperiale. Reggio Calabria è una città nobile, antica, ferita e orgogliosa. Ma Gianni Versace l’ha superata senza tradirla, come fanno i figli predestinati: partendo da lì per non tornarci più, se non come mito.
Versace — non un suono qualunque — non è un nome locale, non è un brand da usare, non è un pretesto da inaugurazione. È un’idea. È la Medusa che ipnotizza il pianeta. È la stoffa che diventa linguaggio. È il Sud che smette di chiedere permesso e detta legge a Parigi, Milano, New York.
Come accade solo ai grandi, Versace è riconoscibile senza bisogno di nome e cognome. Come Dante, Michelangelo, Picasso. Non si spiega: si impone. Non si circoscrìve: travalica. Il suo cognome è diventato un simbolo che vive di luce propria, sciolto dal tempo, dalle geografie, dalle appartenenze.
Chi oggi prova a strumentalizzarne il nome compie un atto piccolo. Non politico, non culturale: piccolo. Perché usare Versace per legittimarsi significa non aver capito Versace. Lui non chiedeva intitolazioni. Lui fondava mondi. Non cercava riconoscimenti: li imponeva.
Versace richiama il genio, non il consenso. Richiama l’arte, non la burocrazia. Richiama la cultura quando osa, non quando si accontenta di celebrarsi. È stato un uomo che ha attraversato il suo tempo come una lama attraversa la seta: senza scusarsi.
Gianni Versace non appartiene a una città, perché le città appartengono a chi non le supera. Il suo nome ha oltrepassato confini, oceani, èpoche. È diventato universale come lo sono poche parole nella storia: bellezza, arte, stile.
Ecco perché Versace non ha bisogno di essere intitolato.
I grandi non si cèlebrano: si riconoscono.
Versace è già inciso. Ovunque.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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@luigi.palamara Versace. I grandi non si cèlebrano: si riconoscono. L’Editoriale di Luigi Palamara Versace. Come Dante. Come pochissimi altri nella storia dell’umanità. Nomi che non hanno bisogno di spiegazioni, aggettivi o didascalìe. Basta scandirli. Basta pronunciarli. In questo caso basta il cognome. Versace. Un cognome universale, dal significato unico e irripetibile, che non descrive più un uomo soltanto, ma un’idea di bellezza, di arte, di cultura assoluta. Versace non ha bisogno di targhe. Le targhe servono a chi rischia l’oblio, non a chi ha marchiato il mondo come un sigillo imperiale. Reggio Calabria è una città nobile, antica, ferita e orgogliosa. Ma Gianni Versace l’ha superata senza tradirla, come fanno i figli predestinati: partendo da lì per non tornarci più, se non come mito. Versace — non un suono qualunque — non è un nome locale, non è un brand da usare, non è un pretesto da inaugurazione. È un’idea. È la Medusa che ipnotizza il pianeta. È la stoffa che diventa linguaggio. È il Sud che smette di chiedere permesso e detta legge a Parigi, Milano, New York. Come accade solo ai grandi, Versace è riconoscibile senza bisogno di nome e cognome. Come Dante, Michelangelo, Picasso. Non si spiega: si impone. Non si circoscrìve: travalica. Il suo cognome è diventato un simbolo che vive di luce propria, sciolto dal tempo, dalle geografie, dalle appartenenze. Chi oggi prova a strumentalizzarne il nome compie un atto piccolo. Non politico, non culturale: piccolo. Perché usare Versace per legittimarsi significa non aver capito Versace. Lui non chiedeva intitolazioni. Lui fondava mondi. Non cercava riconoscimenti: li imponeva. Versace richiama il genio, non il consenso. Richiama l’arte, non la burocrazia. Richiama la cultura quando osa, non quando si accontenta di celebrarsi. È stato un uomo che ha attraversato il suo tempo come una lama attraversa la seta: senza scusarsi. Gianni Versace non appartiene a una città, perché le città appartengono a chi non le supera. Il suo nome ha oltrepassato confini, oceani, èpoche. È diventato universale come lo sono poche parole nella storia: bellezza, arte, stile. Ecco perché Versace non ha bisogno di essere intitolato. I grandi non si cèlebrano: si riconoscono. Versace è già inciso. Ovunque. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #versace #gianniversace #reggiocalabria #editoriale #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara
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