Giustizia, il referendum e la paura della terzietà.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La giustizia italiana ha una singolare pretesa: quella di essere creduta imparziale mentre continua, ostinatamente, a giudicare se stessa.
Non per cattiva fede. Ma per abitudine. E le abitudini, quando diventano sistema, finiscono per sembrare diritti acquisiti.
Il referendum sulla giustizia non è una rissa ideologica né una resa dei conti politica. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più scomodo. Parte da una domanda che nessuno ama affrontare fino in fondo: può un magistrato essere giudicato da chi appartiene allo stesso corpo?
Secondo l’avvocato Francesco Calabrese, la riforma prova finalmente a dare una risposta chiara.
«Anche nel procedimento di giudizio sui magistrati si applica il principio di terzietà – spiega Calabrese –. L’Alta Corte sarà un organo terzo, composto da soggetti diversi rispetto ai magistrati che verranno giudicati».
È una frase che pesa come un macigno, perché mette in discussione un meccanismo che per anni è stato considerato intoccabile. Finora il giudizio disciplinare è passato dal Consiglio superiore della magistratura, un organo composto in larga parte da magistrati. Un sistema elegante, persino raffinato. Ma, come ricorda Calabrese, «gli esiti dei procedimenti disciplinari sono stati spesso poco incisivi». E quando la giustizia appare indulgente con se stessa, il cittadino smette di crederle.
Poi c’è il capitolo che fa più rumore di tutti: il sorteggio.
Una parola che, da sola, basta a scoperchiare nervi scoperti, carriere costruite con pazienza, equilibri difesi come trincee.
L’avvocato Emanuele Genovese lo dice senza attenuanti:
«Il CSM non è un organo di rappresentanza, ma un organo di rilevanza costituzionale fondato sull’autogoverno. Con il sorteggio il magistrato viene svincolato dalle correnti».
Autogoverno, appunto. Non autoconservazione. Perché il sorteggio non giudica il valore dei magistrati, ma spezza le catene delle appartenenze. La riforma introduce due CSM distinti, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, riducendo interferenze e scambi incrociati. E Genovese aggiunge un dettaglio che molti preferirebbero ignorare:
«L’ANM è articolata in correnti forti, come Unicost o Magistratura Democratica, in grado di incidere sul sistema delle nomine. Il sorteggio modifica radicalmente questo assetto».
Ecco perché il dibattito si scalda. Perché qui non è in gioco l’indipendenza della magistratura, ma il potere interno. Le rendite di posizione, più che i principi.
A riportare la discussione sul terreno costituzionale è l’avvocato Caterina Suraci, che ricorda ciò che dovrebbe essere ovvio ma che, in Italia, ovvio non è mai:
«Vogliamo un giudice terzo e imparziale, come prevede l’articolo 111 della Costituzione. Il pubblico ministero è una parte del processo, seppur pubblica. Il giudice no».
Una distinzione elementare in ogni sistema accusatorio maturo, ma che nel nostro ordinamento è rimasta spesso sulla carta. Ed è proprio su questo punto che vengono evocati gli spettri più convenienti: il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo, la giustizia piegata alla politica. Paure ripetute come slogan. Suraci le respinge senza esitazioni:
«La Costituzione, all’articolo 104, garantisce autonomia e indipendenza del pubblico ministero. Non esiste alcun arretramento su questo piano».
Il vero problema, allora, non è l’indipendenza. È il correntismo, una degenerazione che dura da decenni e che ha trasformato l’autogoverno in un sistema di equilibri interni spesso incomprensibili ai cittadini. Il sorteggio viene proposto come un grimaldello: imperfetto, forse. Ma necessario.
E il cittadino imputato? Cambia qualcosa per lui?
Sì, cambia la percezione di stare davanti a un giudice che non condivide percorsi, carriere e appartenenze con chi accusa. Cambia la fiducia nel processo, prima ancora della sentenza.
L’Italia resta uno dei pochissimi Paesi europei a mantenere l’unicità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Non una medaglia da esibire, ma un’anomalia. La riforma tenta di colmare questo divario senza promettere miracoli.
Lo riconosce anche l’avvocato Massimo Canale:
«Non è la riforma perfetta, ma è un passaggio atteso dal 1989, da quando il nuovo codice di procedura penale non è mai stato attuato fino in fondo».
Ed è forse questa la verità più scomoda: il referendum non divide destra e sinistra. Divide chi vuole cambiare un sistema che si è cristallizzato e chi, consapevolmente o meno, preferisce lasciarlo così com’è.
Il 30 dicembre 2025, a Reggio Calabria, sul Corso Garibaldi, nei pressi del Teatro Cilea, avvocati e rappresentanti delle istituzioni forensi hanno promosso un’iniziativa di informazione a sostegno delle ragioni del sì. Presenti esponenti del Consiglio dell’Ordine, dell’Unione Camere Penali con il presidente Francesco Siclari e dell’OCF con l’avvocato Carlo Morace, insieme a numerosi professionisti del foro.
Non è una battaglia contro la magistratura. È una battaglia per la giustizia.
E forse, come spesso accade in Italia, è proprio questo che fa più paura.
Luigi Palamara
Reggio Calabria, 30 dicembre 2025
@luigi.palamara Giustizia, il referendum e la paura della terzietà. La giustizia italiana ha una singolare pretesa: quella di essere creduta imparziale mentre continua, ostinatamente, a giudicare se stessa. Non per cattiva fede. Ma per abitudine. E le abitudini, quando diventano sistema, finiscono per sembrare diritti acquisiti. Il referendum sulla giustizia non è una rissa ideologica né una resa dei conti politica. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più scomodo. Parte da una domanda che nessuno ama affrontare fino in fondo: può un magistrato essere giudicato da chi appartiene allo stesso corpo? le interviste .. agli avvocati: Francesco Calabrese, Emanuele Genovese, Caterina Suraci e Massimo Canale. a breve L'Editoriale di Luigi Palamara #referendumgiustizia#si#avvocati#reggiocalabria#luigipalamara♬ suono originale - Luigi Palamara
Giustizia, il referendum e la paura della terzietà. L'Editoriale di Luigi Palamara La giustizia italiana ha una singolare pretesa: quella di essere creduta imparziale mentre continua, ostinatamente, a giudicare se stessa. Non per cattiva fede. Ma per abitudine. E le abitudini, quando diventano sistema, finiscono per sembrare diritti acquisiti. Il referendum sulla giustizia non è una rissa ideologica né una resa dei conti politica. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più scomodo. Parte da una domanda che nessuno ama affrontare fino in fondo: può un magistrato essere giudicato da chi appartiene allo stesso corpo? Secondo l’avvocato Francesco Calabrese, la riforma prova finalmente a dare una risposta chiara. «Anche nel procedimento di giudizio sui magistrati si applica il principio di terzietà – spiega Calabrese –. L’Alta Corte sarà un organo terzo, composto da soggetti diversi rispetto ai magistrati che verranno giudicati». È una frase che pesa come un macigno, perché mette in discussione un meccanismo che per anni è stato considerato intoccabile. Finora il giudizio disciplinare è passato dal Consiglio superiore della magistratura, un organo composto in larga parte da magistrati. Un sistema elegante, persino raffinato. Ma, come ricorda Calabrese, «gli esiti dei procedimenti disciplinari sono stati spesso poco incisivi». E quando la giustizia appare indulgente con se stessa, il cittadino smette di crederle. Poi c’è il capitolo che fa più rumore di tutti: il sorteggio. Una parola che, da sola, basta a scoperchiare nervi scoperti, carriere costruite con pazienza, equilibri difesi come trincee. L’avvocato Emanuele Genovese lo dice senza attenuanti: «Il CSM non è un organo di rappresentanza, ma un organo di rilevanza costituzionale fondato sull’autogoverno. Con il sorteggio il magistrato viene svincolato dalle correnti». Autogoverno, appunto. Non autoconservazione. Perché il sorteggio non giudica il valore dei magistrati, ma spezza le catene delle appartenenze. La riforma introduce due CSM distinti, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, riducendo interferenze e scambi incrociati. E Genovese aggiunge un dettaglio che molti preferirebbero ignorare: «L’ANM è articolata in correnti forti, come Unicost o Magistratura Democratica, in grado di incidere sul sistema delle nomine. Il sorteggio modifica radicalmente questo assetto». Ecco perché il dibattito si scalda. Perché qui non è in gioco l’indipendenza della magistratura, ma il potere interno. Le rendite di posizione, più che i principi. A riportare la discussione sul terreno costituzionale è l’avvocato Caterina Suraci, che ricorda ciò che dovrebbe essere ovvio ma che, in Italia, ovvio non è mai: «Vogliamo un giudice terzo e imparziale, come prevede l’articolo 111 della Costituzione. Il pubblico ministero è una parte del processo, seppur pubblica. Il giudice no». Una distinzione elementare in ogni sistema accusatorio maturo, ma che nel nostro ordinamento è rimasta spesso sulla carta. Ed è proprio su questo punto che vengono evocati gli spettri più convenienti: il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo, la giustizia piegata alla politica. Paure ripetute come slogan. Suraci le respinge senza esitazioni: «La Costituzione, all’articolo 104, garantisce autonomia e indipendenza del pubblico ministero. Non esiste alcun arretramento su questo piano». Il vero problema, allora, non è l’indipendenza. È il correntismo, una degenerazione che dura da decenni e che ha trasformato l’autogoverno in un sistema di equilibri interni spesso incomprensibili ai cittadini. Il sorteggio viene proposto come un grimaldello: imperfetto, forse. Ma necessario. E il cittadino imputato? Cambia qualcosa per lui? Sì, cambia la percezione di stare davanti a un giudice che non condivide percorsi, carriere e appartenenze con chi accusa. Cambia la fiducia nel processo, prima ancora della sentenza. L’Italia resta uno dei pochissimi Paesi europei a mantenere l’unicità delle carriere tra giudici
Ma fatemi capire: punto primo, se io magistrato faccio parte di una corrente, dopo che vengo sorteggiato, la mia corrente sparisce? Punto secondo, da chi vengono scelti i magistrati soggetti a sorteggio? Perché il sorteggio non viene fatto tra TUTTI i magistrati, cioè non e’ integrale, ma molto parziale. Concludo: prima ci liberiamo di questi fascisti incompetenti (per non dire altro), meglio e’ !!!
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Ma fatemi capire: punto primo, se io magistrato faccio parte di una corrente, dopo che vengo sorteggiato, la mia corrente sparisce? Punto secondo, da chi vengono scelti i magistrati soggetti a sorteggio? Perché il sorteggio non viene fatto tra TUTTI i magistrati, cioè non e’ integrale, ma molto parziale. Concludo: prima ci liberiamo di questi fascisti incompetenti (per non dire altro), meglio e’ !!!
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