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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Le campane che restano nella voce

Le campane che restano nella voce
L’Editoriale di Luigi Palamara

Sedettero sul muretto che guardava la vallata, dove l’Aspromonte si apriva in pieghe lente come un vecchio mantello. Era tardo pomeriggio, e la luce scendeva senza fretta, come se anche il sole conoscesse il passo di Roccaforte del Greco.

Il giovane si chiamava Nino. Non aveva ancora trent’anni, ma negli occhi portava una stanchezza che non veniva dal lavoro, bensì dall’attesa. L’anziano era Mastro Peppino, tornato dopo tanti anni passati lontano, in città che aveva sempre nominato senza amore. Camminava dritto, nonostante l’età, come chi non vuole chiedere scusa al tempo.

«Non suonano più le campane», disse Nino, senza guardarlo.
«Lo so», rispose Peppino. «Me ne sono accorto appena arrivato. Il paese senza campane è come un uomo senza voce.»

Nino sorrise appena. «Qui diciamo che non servono più. Nessuno guarda l’ora. Nessuno sa più quando comincia qualcosa.»
Peppino annuì. «È così che comincia la fine delle cose: quando smettono di servire, non quando si rompono.»

Il vecchio guardava le case una a una, come se le stesse contando. «Sono tornato», disse piano, «ma il paese è più cambiato di me.»
«Eppure», rispose Nino, «voi non ve ne siete mai andato davvero. Tutti lo sanno che parlavate sempre di Roccaforte.»

Peppino abbassò lo sguardo. «Ne parlavo perché mi teneva in piedi. Dicevo: vengo da là, da un paese duro, di pietra e vento. E mi ascoltavano come si ascolta una storia antica.»
«Qui invece», disse Nino, «le storie non le vuole più sentire nessuno. Sembrano inutili.»

Il vecchio scosse la testa. «No, giovanotto. Non sono inutili. Sono scomode. Ricordano chi siamo stati.»

Fece una pausa. Il vento sembrò fermarsi, come per ascoltare anche lui.
«Qui ho conosciuto il mio primo amore», disse all’improvviso Peppino, con una voce che non era più stanca.

Nino lo guardò sorpreso. «Davvero?»
Peppino sorrise, e in quel sorriso c’era qualcosa di leggero, quasi giovane. «Si chiamava Francesca. Non servivano parole tra noi. Bastavano gli sguardi. Ci incontravamo alla fontana, fingendo di non cercarci. L’acqua scendeva, e noi restavamo zitti, ma il cuore faceva un rumore che sembrava una festa.»

«E poi?» chiese Nino piano.
«Poi niente», rispose Peppino. «Ed è per questo che è rimasto tutto. Era una dolcezza fatta di attese, di passi rallentati, di mani che non si toccavano mai del tutto. Quando sono partito, non le ho promesso nulla. Le ho solo detto addio con gli occhi. Certi amori non chiedono futuro. Chiedono di essere ricordati.»

Restò un momento in silenzio, come se vedesse ancora quella ragazza camminare lungo il vicolo. «Quella nostalgia», aggiunse, «mi ha accompagnato ovunque. Non mi ha reso triste. Mi ha reso forte. È una carezza che non se ne va.»

Nino prese un sasso e lo fece rotolare giù per il pendio. «Io sono rimasto. E a volte mi chiedo se ho fatto bene o male.»
«Rimanere», rispose Peppino, «è la cosa più difficile. Andarsene lo sanno fare in molti.»

«Voi ve ne siete andato», disse Nino.
«Sì», ammise il vecchio. «Ma non per dimenticare. Sono partito per non farmi spezzare. E ho portato il paese con me, come una ferita buona.»

Nino lo guardò per la prima volta davvero. «E com’era essere giovani allora?»
Peppino sorrise più apertamente. «Eravamo poveri, ma non ce ne accorgevamo. Bastava un pallone di gomma, in un campo polveroso pieno di pietre. Giocavamo fino a farci sanguinare le ginocchia. Sognavamo ad occhi aperti, senza vergogna.»

«E cosa sognavate?»
«Di essere visti», rispose Peppino. «Di diventare qualcuno, sì. Ma soprattutto di restare insieme. Dopo la partita, ci sedevamo per terra, stanchi e felici. Nessuno aveva fretta. Il futuro non faceva paura perché non lo conoscevamo.»

Nino abbassò lo sguardo. «Oggi i giovani hanno tutto, ma non sanno cosa farsene.»
«Perché non hanno un campo», disse Peppino. «Non un luogo, ma uno spazio dell’anima dove cadere e rialzarsi.»

Restarono in silenzio. Il vento muoveva appena gli ulivi.
«Qui», disse Nino, «la gente ha paura. Non parla più.»
«La paura», rispose Peppino, «è quando smetti di dire il tuo nome ad alta voce.»

«E che dovremmo fare?» chiese il giovane.
Il vecchio si alzò lentamente. «Ricordare. Raccontare. Anche l’amore, anche i sogni ingenui. Perché sono stati veri.»

Nino annuì. «Forse tocca a noi adesso.»
Peppino gli posò una mano sulla spalla. «Non forse. Tocca a voi. Noi vecchi possiamo solo tornare. Ma siete voi che dovete far suonare di nuovo le campane, anche se non fanno rumore.»

Il sole sparì dietro i monti. Roccaforte del Greco restò lì, immobile. Ma dentro quel silenzio, per chi sapeva ascoltare, qualcosa vibrava ancora. Era una voce antica. Non chiedeva nulla. Ricordava.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

Le campane che restano nella voce L’Editoriale di Luigi Palamara Sedettero sul muretto che guardava la vallata, dove l’Aspromonte si apriva in pieghe lente come un vecchio mantello. Era tardo pomeriggio, e la luce scendeva senza fretta, come se anche il sole conoscesse il passo di Roccaforte del Greco. Il giovane si chiamava Nino. Non aveva ancora trent’anni, ma negli occhi portava una stanchezza che non veniva dal lavoro, bensì dall’attesa. L’anziano era Mastro Peppino, tornato dopo tanti anni passati lontano, in città che aveva sempre nominato senza amore. Camminava dritto, nonostante l’età, come chi non vuole chiedere scusa al tempo. «Non suonano più le campane», disse Nino, senza guardarlo. «Lo so», rispose Peppino. «Me ne sono accorto appena arrivato. Il paese senza campane è come un uomo senza voce.» Nino sorrise appena. «Qui diciamo che non servono più. Nessuno guarda l’ora. Nessuno sa più quando comincia qualcosa.» Peppino annuì. «È così che comincia la fine delle cose: quando smettono di servire, non quando si rompono.» Il vecchio guardava le case una a una, come se le stesse contando. «Sono tornato», disse piano, «ma il paese è più cambiato di me.» «Eppure», rispose Nino, «voi non ve ne siete mai andato davvero. Tutti lo sanno che parlavate sempre di Roccaforte.» Peppino abbassò lo sguardo. «Ne parlavo perché mi teneva in piedi. Dicevo: vengo da là, da un paese duro, di pietra e vento. E mi ascoltavano come si ascolta una storia antica.» «Qui invece», disse Nino, «le storie non le vuole più sentire nessuno. Sembrano inutili.» Il vecchio scosse la testa. «No, giovanotto. Non sono inutili. Sono scomode. Ricordano chi siamo stati.» Fece una pausa. Il vento sembrò fermarsi, come per ascoltare anche lui. «Qui ho conosciuto il mio primo amore», disse all’improvviso Peppino, con una voce che non era più stanca. Nino lo guardò sorpreso. «Davvero?» Peppino sorrise, e in quel sorriso c’era qualcosa di leggero, quasi giovane. «Si chiamava Francesca. Non servivano parole tra noi. Bastavano gli sguardi. Ci incontravamo alla fontana, fingendo di non cercarci. L’acqua scendeva, e noi restavamo zitti, ma il cuore faceva un rumore che sembrava una festa.» «E poi?» chiese Nino piano. «Poi niente», rispose Peppino. «Ed è per questo che è rimasto tutto. Era una dolcezza fatta di attese, di passi rallentati, di mani che non si toccavano mai del tutto. Quando sono partito, non le ho promesso nulla. Le ho solo detto addio con gli occhi. Certi amori non chiedono futuro. Chiedono di essere ricordati.» Restò un momento in silenzio, come se vedesse ancora quella ragazza camminare lungo il vicolo. «Quella nostalgia», aggiunse, «mi ha accompagnato ovunque. Non mi ha reso triste. Mi ha reso forte. È una carezza che non se ne va.» Nino prese un sasso e lo fece rotolare giù per il pendio. «Io sono rimasto. E a volte mi chiedo se ho fatto bene o male.» «Rimanere», rispose Peppino, «è la cosa più difficile. Andarsene lo sanno fare in molti.» «Voi ve ne siete andato», disse Nino. «Sì», ammise il vecchio. «Ma non per dimenticare. Sono partito per non farmi spezzare. E ho portato il paese con me, come una ferita buona.» Nino lo guardò per la prima volta davvero. «E com’era essere giovani allora?» Peppino sorrise più apertamente. «Eravamo poveri, ma non ce ne accorgevamo. Bastava un pallone di gomma, in un campo polveroso pieno di pietre. Giocavamo fino a farci sanguinare le ginocchia. Sognavamo ad occhi aperti, senza vergogna.» «E cosa sognavate?» «Di essere visti», rispose Peppino. «Di diventare qualcuno, sì. Ma soprattutto di restare insieme. Dopo la partita, ci sedevamo per terra, stanchi e felici. Nessuno aveva fretta. Il futuro non faceva paura perché non lo conoscevamo.» Nino abbassò lo sguardo. «Oggi i giovani hanno tutto, ma non sanno cosa farsene.» «Perché non hanno un campo», disse Peppino. «Non un luogo, ma uno spazio dell’anima dove cadere e rialzarsi.» Restarono in silenzio. Il vento muoveva appena gli ulivi. «Qui», disse Nino, «la gente ha paura. Non parla più.» «La paur

♬ suono originale - Luigi Palamara

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