Il cerchio blu e l’ala tricolore
L'Editoriale di Luigi Palamara
In Italia la politica ama i simboli più delle idee. Le idee stancano, i simboli rassicurano. Così non stupisce che Roberto Vannacci, generale prestato alla polemica nazionale, abbia deciso di cominciare non con un partito, non con un programma, ma con un marchio. Depositato, timbrato, registrato. Come si fa con i detersivi o le scarpe sportive. Si chiama Futuro nazionale. Nome ambizioso, come tutti i nomi che non spiegano nulla.
Il logo è un cerchio blu, colori patriottici, un’ala tricolore. Manca solo l’aquila, ma probabilmente è una scelta di prudenza. In questo Paese i simboli volano sempre troppo vicino al sole della memoria storica, e poi si bruciano. Meglio un’ala sola: promette slancio, ma consente sempre un atterraggio controllato.
La cosa interessante non è il marchio in sé, bensì l’uso che se ne prevede: politica, cultura, merchandising. Manifesti e convegni, sì, ma anche felpe e magliette. È la modernità, bellezza. O forse è il segno dei tempi: l’ideologia si indossa, non si discute; si compra, non si approfondisce. La politica come brand, il consenso come target, l’elettore come cliente.
Dentro la Lega qualcuno osserva con attenzione. Ufficialmente tutto va bene, nessuna tensione, nessuna frattura. Ufficiosamente, invece, il nervosismo è palpabile. Perché in politica non esistono iniziative “personali” quando arrivano al punto giusto del calendario. E gennaio, si sa, è il mese dei propositi. Anche politici.
Vannacci non conferma nulla. E fa bene. In Italia chi annuncia viene subito colpito, chi tace cresce. I partiti nascono sempre per scissione o per ambizione; Lei chi vuole comandare, generale?
La risposta, per ora, è affidata a un marchio.
Ma attenzione: quando un uomo sente il bisogno di registrare il futuro, vuol dire che il presente gli sta stretto. E quando la politica smette di parlare e comincia a depositare brevetti, significa che qualcosa si sta muovendo sotto la superficie. Silenziosamente. Come un’ala che prende aria.
Il resto lo decideranno gli italiani. Che da sempre diffidano dei simboli, ma finiscono spesso per votarli.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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