Il mondo non è una rissa da cortile.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una malattia infantile affligge la politica internazionale: l’idea che il mondo sia una rissa da cortile. Uno vince, uno perde. Uno mena, l’altro cade. E chi guarda applaude il più forte, scambiando la forza per ragione.
È una malattia che piace ai bulli. E ai loro cortigiani.
Da una parte c’è chi urla “America First” e dall’altra chi, invece di rispondere con il diritto, abbassa lo sguardo e allunga la mano per chiedere protezione. L’Europa, in tutto questo, assomiglia sempre più a un ex impero con la nostalgia del comando e la paura della solitudine.
Si riempiono la bocca di legalità internazionale, di cooperazione, di futuro condiviso. Poi, quando arriva il momento di scegliere, scelgono il manganello. Non perché sia giusto, ma perché è comodo. Non perché funzioni, ma perché fa paura.
È vigliaccheria mascherata da realismo. È ipocrisia travestita da pragmatismo.
Perché il mondo non ha bisogno di nuovi padroni, ma di regole. E le regole funzionano solo se valgono per tutti, soprattutto per i forti. Altrimenti diventano prediche domenicali buone solo per i deboli.
Pensate a una classe con un bullo. All’inizio, alcuni ridono delle sue marachelle, si divertono. Si sentono protetti dal suo potere, complici della sua forza. Poi, ad un certo punto, il bullo punta anche loro. Ed ecco che il sorriso si trasforma in amarezza, la complicità in paura. È la lezione più semplice e più crudele: chi ride con il bullo ride fino al momento in cui diventa bersaglio. E allora comprende che non c’è divertimento nella sopraffazione, c’è solo inganno e dolore.
La Groenlandia, l’ONU, il clima, i migranti: non sono questioni tecniche. Sono cartine di tornasole. Dicono chi siamo davvero quando nessuno ci obbliga a essere coerenti.
E l’Italia? L’Italia osserva, annuisce, segue. Un Paese che un tempo pretendeva di avere una voce, oggi si accontenta dell’eco. Non disturba il bullo, non difende la legge, non sceglie. E chi non sceglie, prima o poi, viene scelto.
Il mondo non è una partita da vincere. È una casa che o si regge insieme, o crolla addosso a tutti. Anche ai bulli. Anche ai loro amici.
La piazza del paese era deserta, e il vento spazzava via le foglie secche tra le pietre. Alcuni bambini giocavano in un angolo, ma si sentiva già nell’aria il peso dell’inverno e delle parole non dette.
Giovanni, vecchio saggio del paese, sedeva su una panchina, con il cappello calato sugli occhi. Accanto a lui, Luca, il nipote curioso, lo osservava come se aspettasse una rivelazione.
«Vedi, Luca,» disse Giovanni, «il mondo è come questa piazza. Chi urla più forte crede di avere ragione, e chi guarda applaude. Ma non è così.»
«E quelli che ridono con il bullo?» chiese Luca, fissando un gruppo di ragazzi che imitavano il più forte tra loro.
«Quelli ridono finché il bullo non punta anche loro. Poi il sorriso diventa amaro. Capisci?»
«Ma perché ridono, allora?» chiese il ragazzo.
«Per paura, per vanità, per sentirsi forti senza esserlo davvero. Poi scoprono che la forza del bullo non protegge nessuno. Non protegge nemmeno chi rideva con lui.»
Allora Giovanni si alzò e fece un giro della piazza, indicando le case, le finestre chiuse e il campanile silenzioso.
«Guarda l’Europa,» disse. «È come il nostro paese una volta potente, ora spaventato persino dal vento. Si riempie la bocca di parole belle – legalità, cooperazione, futuro condiviso – e poi, quando serve, sceglie il manganello. Non perché sia giusto, ma perché fa meno paura. Non perché funzioni, ma perché è comodo.»
«E l’Italia?» chiese Luca, la voce tremante.
«L’Italia?» ripeté Giovanni. «Guarda e annuisce. Non disturba il bullo, non difende la legge, non sceglie. E chi non sceglie, Luca, prima o poi viene scelto.»
Nel frattempo, alcuni bambini del gruppo del bullo si avvicinarono a un ragazzo più piccolo. Ridevano, lo spingevano, lo prendevano in giro. Luca si ritrasse, e Giovanni lo osservò con occhi severi.
«Vedi,» disse piano, «questa è la politica del mondo, ma anche la nostra vita. Chi ride con il bullo ride finché non diventa bersaglio. E allora capisce che il divertimento nella sopraffazione non esiste. Solo paura. Solo amarezza.»
Una donna si affacciò dal portone, con un cesto di legna in mano.
«Giovanni, parli sempre di regole e di bulli,» disse, «ma cosa si può fare davvero?»
«Si può,» rispose lui, «si può difendere la giustizia anche quando è difficile. Il mondo non ha bisogno di nuovi padroni, ma di regole. Regole che valgano per tutti, soprattutto per i forti. Altrimenti diventano prediche per i deboli.»
Il vento si fece più freddo, e il fumo dei camini portava lontano un profumo di legna bruciata. Giovanni indicò il cielo grigio sopra la piazza:
«La Groenlandia, l’ONU, il clima, i migranti… non sono solo questioni lontane. Sono cartine di tornasole. Dicono chi siamo davvero, quando nessuno ci obbliga a essere coerenti.»
Un bambino si avvicinò a Luca, il volto serio.
«Se non facciamo nulla, il bullo vincerà sempre?» domandò.
«No,» rispose Giovanni. «Se scegliamo di stare dalla parte giusta, anche se è difficile, anche se siamo soli, allora possiamo cambiare le regole. E cambiare il mondo.»
Luca guardò le montagne lontane. Per la prima volta, capì che il coraggio non è fare il forte, ma scegliere la giustizia anche quando è più facile voltarsi dall’altra parte.
Il vento continuava a fischiare tra i tetti, ma nella piazza deserta c’era un silenzio carico di speranza. La piazza, come il mondo, poteva reggersi insieme… oppure crollare.
«Ricorda, Luca,» concluse Giovanni, «il mondo non è una partita da vincere. È una casa. O si regge insieme, o crolla addosso a tutti. Anche ai bulli. Anche ai loro amici.»
E i bambini si strinsero nei loro cappotti, come se avessero finalmente compreso che ridere con il bullo non è mai una vittoria, e che scegliere la giustizia è l’unica vera forza.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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