La libertà compressa, i sogni irriducibili e le mummie del potere.
L'Editoriale di Luigi Palamara
L'oggi inizia come tante altre giornate del nostro tempo: con una restrizione silenziosa. Non un divieto proclamato, non una censura dichiarata. Una limitazione. Tecnica, dicono. Temporanea, assicurano. Intanto però la voce si abbassa, la visibilità si riduce, il messaggio si perde. E nessuno ti spiega perché.
È così che oggi si esercita il potere: non con la violenza, ma con l’algoritmo. Non con il manganello, ma con una notifica. E guai a chiamarla censura, perché ti risponderanno che è un servizio privato, che accetti le condizioni, che puoi sempre andartene. È vero. Ma è solo metà della verità.
L’altra metà è più scomoda: quando un servizio privato diventa la piazza principale del dibattito pubblico, allora non può più comportarsi come un salotto esclusivo. Incide sulla collettività, orienta il pensiero, seleziona chi parla e chi no. E quando questo accade senza regole chiare, senza responsabilità pubblica, siamo di fronte a un paradosso democratico che dovrebbe preoccuparci tutti.
La nostra democrazia, ammesso che questo nome le calzi ancora a pennello, cammina come un equilibrista su un filo sottilissimo. Basta poco per cadere. E spesso non cade per grandi colpi di Stato, ma per piccoli atti di abitudine: un limite accettato, un disagio normalizzato, una libertà compressa “solo per oggi”.
Il problema non è la singola restrizione. Il problema è il messaggio culturale: il potere non deve spiegare, tu devi adattarti.
Nel frattempo il mondo conferma la sua vocazione più antica: la legge del più forte. I confini valgono solo quando servono, la sovranità è un concetto flessibile, la forza torna a essere argomento politico. Arrestare il capo di un altro Stato, rivendicare territori, decidere cosa è legittimo e cosa no in base all’interesse del momento: tutto questo non scandalizza più nessuno. Ci siamo abituati.
Viviamo su un pianeta in guerra da sempre, per il potere. E la domanda resta inevasa: il potere di chi? Perché tra cento anni nessuno di noi ci sarà più, eppure continuiamo a comportarci come se l’universo fosse un’eredità personale.
In questo scenario, dichiararsi sognatori sembra quasi un atto di resistenza. Eppure lo è. Sognare non significa essere ingenui, significa rifiutare la rassegnazione. Significa credere che la vita non sia una competizione permanente, ma un’esperienza condivisa. Significa pensare che l’uguaglianza non sia livellamento verso il basso, ma dignità verso l’alto.
La solitudine, tanto temuta, è spesso l’unico luogo dove queste idee possono ancora respirare. È lì che le emozioni si amplificano, che la coscienza viaggia, che l’essere umano smette di recitare e ricomincia a pensare. La solitudine non è fuga: è laboratorio interiore.
Il mondo, in sé, non è brutto. È magnifico. Siamo noi a renderlo invivibile. Ci definiamo la razza intelligente, ma abbiamo un talento particolare per la crudeltà. Inventiamo gerarchie, colori, razze, confini morali per giustificare ciò che non avrebbe giustificazione: la sopraffazione.
Eppure continuiamo a chiamarla civiltà.
Sognare, allora, diventa un atto politico. Un modo per non accettare la pochezza come destino. Non per sentirsi migliori, ma per pretendere di essere migliori. Ognuno nel proprio piccolo, nelle scelte quotidiane, nelle parole che usa, nel rispetto che dimostra.
La parola, appunto. Scrivere e parlare dovrebbero essere esercizi di verità. Non servono orpelli, non servono slogan. Servirebbe onestà. Ma oggi la falsità è diventata una competenza premiata. Chi urla di più, chi si proclama migliore, chi si autocelebra come “eccellenza” trova spazio. E spesso nessuno chiede: eccellenza rispetto a cosa? Decisa da chi? Con quali criteri?
Nelle città, anche in quelle bellissime e ferite come Reggio Calabria, manca il dibattito vero. Culturale, politico, civile. C’è una frammentazione sterile: eventi scollegati, premi autoreferenziali, associazioni chiuse nel proprio recinto. Ognuno coltiva il suo orticello mentre la città resta ferma. Non è pluralismo: è solitudine collettiva.
E poi ci si stupisce se manca una visione.
La politica, intanto, si rifugia nei curriculum, nei titoli, nelle carriere. Come se governare una comunità fosse amministrare un’azienda. Ma la politica è un’altra cosa. È visione, è carisma, è capacità di far sentire una comunità viva. È follia controllata, entusiasmo guidato, sogno organizzato.
Una città non si sveglia con i bilanci in ordine. Si sveglia quando qualcuno le restituisce orgoglio. Quando guardando chi la rappresenta può dire: “Questa è casa mia”.
Reggio Calabria non ha bisogno di essere resa bella. Lo è già. È luce, mare, storia. È la città dei tetti dorati. Ha bisogno di essere creduta. Ha bisogno di persone che diano più di quanto prendono. Di leader che non si vestano da leader, ma lo siano.
Per questo, avvicinandoci alle scelte politiche che contano, serve attenzione. Non fidatevi di chi parla troppo di sé. Non confondete il successo personale con il bene collettivo. Non scambiate la giacca e cravatta per valore umano. Guardate le persone negli occhi. Guardate cosa hanno fatto, non cosa promettono.
La credibilità nasce dalla coerenza, non dalla propaganda. Dalla capacità di dire le cose in faccia, non dalle prediche quotidiane. Dalla libertà vera, non da quella a senso unico.
La democrazia non muore all’improvviso.
Muore per stanchezza.
Muore per abitudine.
Muore quando smettiamo di sognare.
E allora no: non smettiamo.
Non oggi.
Non qui.
Perché sognare, in tempi così, è già una forma di coraggio.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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