Medici di tutto il mondo, unitevi. Ma sappiate dove state andando
L'Editoriale di Luigi Palamara
“Medici di tutto il mondo unitevi!” Suona bene. È uno slogan efficace, di quelli che funzionano nei titoli e ancora di più nei post sui social. Ma la politica sanitaria non si governa con gli slogan. Si governa con le strutture, l’organizzazione e la credibilità. E su questo terreno, in Calabria, la distanza tra narrazione e realtà resta drammaticamente ampia.
Venite pure: mare, monti, spiagge, picnic. Un paradiso da cartolina. Peccato che, appena varcata la soglia di un ospedale, il sogno finisca. La sanità calabrese è da anni mal strutturata, spesso priva del minimo indispensabile per consentire ai medici di lavorare con dignità e ai cittadini di curarsi con fiducia. Ospedali logori, reparti sottodimensionati, ambulanze in condizioni precarie. E soprattutto una fiducia ormai evaporata, certificata da un dato che pesa come una condanna: 360 milioni di euro l’anno che i calabresi spendono fuori regione per curarsi. Chi può parte. Chi non può, rinuncia.
In questo contesto si inserisce l’ennesima iniziativa del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, abile comunicatore e instancabile protagonista dei social network, molto meno efficace quando si tratta di incidere sulla qualità della vita reale dei cittadini. L’idea è semplice, quasi brutale: pagare di più i medici che accettano di lavorare in Calabria. Come se la sanità fosse una svendita. Come se il problema fosse solo economico e non, prima ancora, strutturale, organizzativo, sistemico.
La sanità non si riforma con uno spot. Né con un incentivo isolato che rischia di apparire come una scorciatoia. Il nodo non è attirare professionisti come turisti sanitari, ma metterli nelle condizioni di fare davvero i medici, non gli equilibristi costretti a lavorare in contesti fragili, carenti e spesso frustranti.
Lo dimostra, più di ogni analisi, lo stesso “Appello” lanciato dalla Regione: una manifestazione di interesse per il reclutamento temporaneo di medici dell’Unione Europea ed extra UE in quasi tutte le specialità strategiche, con titoli conseguiti all’estero e non riconosciuti dal Ministero della Salute. Un intervento tampone che certifica l’emergenza, ma non la risolve. Un cerotto su una frattura esposta.
Il problema, infatti, non è soltanto la carenza di personale sanitario. È l’assenza dello Stato nella sua funzione più elementare: garantire il diritto alla salute. Nel frattempo prosperano dirigenti, consulenze e apparati. Chi decide non teme la crisi. Chi la subisce sì. E paga due volte: con le tasse e con i viaggi della speranza verso altre regioni.
La sanità calabrese non ha bisogno di slogan, né di chiamate internazionali dal sapore propagandistico. Ha bisogno di ospedali funzionanti, programmazione seria, investimenti mirati e rispetto per cittadini e operatori. Finché questo non sarà chiaro, ogni appello resterà quello che è: trucco pesante su una malattia grave. E la Calabria continuerà a curarsi lontano da casa. Quando può. Quando non può, semplicemente smetterà di curarsi.
Occhiuto le prova tutte, ma non ne azzecca una.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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