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Reggio, il tempo dell’attesa: quando la politica cammina nel buio e l’impossibile resta aperto

Reggio, il tempo dell’attesa: quando la politica cammina nel buio e l’impossibile resta aperto.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

La mattina dopo, Reggio si svegliò con un cielo chiaro e una stanchezza che non era sonno. Era una fatica sottile, diffusa, come se la città avesse vegliato tutta la notte. Le voci della politica tornarono a circolare piano, come l’odore del pane appena sfornato: nessuno lo vedeva, ma tutti lo sentivano.

Davanti alla pescheria, due uomini aspettavano che il ghiaccio venisse sistemato sulle cassette di pesce.

«Dicono che il centrodestra è avanti», disse il più giovane, guardando il telefono.

«Avanti dove?» rispose l’altro senza alzare gli occhi. «Se non sai la strada, anche stare avanti non serve.»

Il pescivendolo intervenne mentre sistemava una cassa: «Avanti o indietro, l’importante è arrivare. E qui non arriva mai nessuno da solo.»

Sul corso Garibaldi, una signora si fermò davanti alla vetrina di un negozio chiuso. Il cartello affittasi era scolorito.

«Hanno i numeri», disse.

«I numeri non parlano», ribatté l’amica. «Serve qualcuno che li faccia camminare.»

«E che sappia fermarli, quando serve», aggiunse una terza, passandogli accanto.

Il centrodestra appare favorito: lo dicono tutti come si dice una cosa ovvia, quasi naturale. Ma il nome, quello che conta davvero, non c’è. Gira nell’aria come una parola non detta, trattenuta per paura di sbagliare tono. Ogni giorno ne spunta uno diverso, ogni sera tutto torna al silenzio.

Sui gradini della chiesa, un ragazzo guardava le porte chiuse.

«Perché non lo dicono?» chiese.

Il parroco, sistemando la stola, rispose senza fretta: «Perché scegliere vuol dire rinunciare. E in politica rinunciare fa più paura che perdere.»

Nei bar si parla a mezza voce. C’è chi giura di sapere tutto e chi, proprio per questo, non crede a niente.

«È una donna», dice uno.

«No, è uno che viene da fuori», ribatte un altro.

«Fuori da dove?» chiede un terzo.

Il barista li guarda, asciuga un bicchiere e scuote la testa. «Quando sarà vero, smetterete di dirlo.»

Intanto, a sinistra, si cammina guardinghi, come chi ha perso una battaglia ma non la guerra. Qualcuno ripete che nulla è deciso, che il vento può cambiare. E forse è vero, perché a Reggio il vento viene dal mare e non chiede permesso.

«Non è finita», disse un ex consigliere incontrando un vecchio compagno sotto i ficus del Lungomare più  bello d'Italia: il Lungomare Italo Falcomatà. 

«Non è mai finita», rispose quello. «Qui finisce solo quando chiudono le urne. E a volte neanche allora.»

La politica, in questi giorni, mostra il suo volto più vero: non quello dei manifesti, ma quello dell’attesa. È fatta di esitazioni, di calcoli che non tornano, di uomini e donne che sanno contare ma non ancora scegliere.

«Alla fine vincono i numeri», disse un contabile seduto a un tavolino, piegando il giornale.

«No», rispose un professore in pensione, «vincono quelli che sanno far sembrare necessario l’impossibile.»
Fece una pausa, poi aggiunse: «E soprattutto, a Reggio, vincono le liste.»

E forse è per questo che niente appare davvero scontato. Perché la politica, quando smette di essere solo somma e sottrazione, diventa un’altra cosa. Diventa il tentativo ostinato di tenere insieme ciò che sembra inconciliabile: ambizioni e città, potere e servizio, passato e futuro.

La sera tornò lenta, come sempre. Reggio si lasciò avvolgere dalle luci e dai discorsi non conclusi. Sapeva che il nome sarebbe arrivato, prima o poi. Ma sapeva anche che non bastava pronunciarlo.

Sul lungomare, un uomo guardava il mare scuro insieme al figlio.

«La politica è bella per questo», disse.

«Per cosa?» chiese il ragazzo.

«Perché non è mai sicura. È l’arte dell’impossibile», rispose. «E solo dopo, se va bene, diventa anche l’arte dei numeri.»

La città ascoltò, senza commentare. Aveva visto troppe certezze sciogliersi all’alba per credere davvero ai favoriti. Qui, finché non parlano i voti, tutto resta possibile. E forse, proprio per questo, Reggio continuava a sperare senza dirlo.

Poi arrivò il tempo dei bilanci.

Giuseppe Falcomatà, nel bene e nel male, lascia un’eredità pesante. Non facile da difendere, non facile da cancellare. La sua è stata la sindacatura più lunga che la città abbia conosciuto, e il tempo, a Reggio, è una misura severa: quando dura, qualcosa significa. Alla fine, anche chi ha criticato potrà rimpiangere almeno la continuità, almeno l’idea di una guida riconoscibile.

Essere figlio di Italo Falcomatà non è stato solo un dettaglio biografico. Ha contato, come contano i nomi che tornano e obbligano. Ha dato forza e imposto confronti, ha protetto e ha esposto. In questa città, dove la memoria non perdona e non assolve, quel cognome ha parlato più delle parole.

«Con Italo si sognava», disse una donna anziana a una fermata dell’autobus.
«Con Giuseppe si è governato», rispose l’uomo accanto a lei.
«E non è poco», concluse lei.

Ora il motore elettorale è avviato. La macchina c’è, pronta a muoversi. Resta da capire chi la guiderà e, soprattutto, chi saprà essere davvero il leader. A destra come a sinistra, per ora, si brancola nel buio. Almeno per un po’.

Reggio lo sa: il buio non dura per sempre. Ma quando passa, lascia segni. E chi verrà dopo dovrà fare i conti non solo con i numeri, ma con un’eredità che pesa più di quanto oggi si voglia ammettere.

Giuseppe Falcomatà, figlio di Italo e di quella Primavera di Reggio che ha restituito dignità e speranza alla città, non solo è stato all’altezza di un’eredità irripetibile, ma in alcuni passaggi ha saputo superarla, trasformando la memoria in governo e il simbolo in responsabilità politica.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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