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Gianni Versace: l’arte che non chiede permesso al tempo

Gianni Versace: l’arte che non chiede permesso al tempo
L’editoriale di Luigi Palamara
Non è una mostra. È un atto di accusa contro la mediocrità.

Entrare nella mostra di Gianni Versace al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, diretto da Fabrizio Sudano, significa essere messi sotto processo. Non dal passato, ma dal genio. Quegli abiti non chiedono di essere guardati: pretendono di essere capiti. E non lo sono quasi mai, perché noi, oggi, siamo più allenati al consumo che alla contemplazione.

Qui non si parla di vestiti. Il vestito, quello che si compra e si getta, muore con la stagione. Questi no. Questi sono dichiarazioni di identità. Colori che sfidano il buon senso, forme che violano il concetto stesso di “indossabile”. Non coprono il corpo: lo smascherano. Sono carne dell’anima, non tessuto.

Perfino i manichini — oggetti nati per essere muti — sembrano improvvisamente vivi. Come se una divinità pagana, antica e impertinente, li avesse sfiorati. E allora viene il dubbio, quello serio: che cos’è questa magia? Non è scenografia. Non è nostalgia. È qualcosa che accade. Qui. Ora.

Versace non è mai stato un archeologo della moda. Non ha imbalsamato il passato: lo ha violentato con amore. La sua Grecia non è da manuale scolastico: è erotica, feroce, sensuale. La Medusa non decora: pietrifica. E lo fa ancora. Perché l’arte vera non chiede permesso al tempo.

Gianni Versace — sì, proprio lui, il reggino che il mondo ha capito prima di Reggio Calabria — non è tornato alle origini. Non ne aveva bisogno. Le ha superate. Le ha portate con sé e le ha restituite al mondo come linguaggio universale. Ha insegnato che la bellezza non è sobria, non è educata, non è modesta. È spudorata, o non è.

Qui tutto è contaminazione: abiti, accessori, arredi, schizzi, dipinti, fotografie. Manca solo l’aria, perché anche quella, se potesse, avrebbe una firma. Ovunque c’è Versace, c’è eternità. La moda passa, l’arte resta. E Versace non ha mai fatto moda: ha fatto arte applicata alla vita.

Natino Chirico lo ha dipinto come si dipinge un’icona laica. Helmut Newton lo ha spogliato sul Lago di Como, nudo come la verità di un uomo che non aveva paura di mostrarsi. Perché l’arte, quando è autentica, non ha bisogno di vestiti. O li reinventa.

Questa mostra non è un evento. È una sentenza. Stabilisce una volta per tutte che Gianni Versace non appartiene più a una città, a una regione, a una nazione. Appartiene alla storia della cultura universale, a quel territorio senza confini dove la mente e l’anima umana continuano, ostinatamente, a interrogarsi.

E chi esce da quelle sale non è più lo stesso. Perché ha visto che la bellezza, quando è vera, non consola. Disturba. E resta.

Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria è un luogo sospeso tra il tempo e la memoria. Le colonne di marmo, severe e silenziose, trattengono la luce e i passi dei visitatori, come se temessero di lasciarsi sfuggire qualcosa di prezioso. Ogni sala è un’eco di secoli, di mani che hanno plasmato la terra e le pietre, di un passato che non si stanca mai di respirare.

Antonella cammina lentamente, sentendo il rumore dei propri passi mescolarsi al silenzio. Le mani intrecciate davanti al petto, lo sguardo fisso su un manichino vestito di seta verde e oro, adornato di Meduse e foglie dorate, respira più piano, come per non turbare ciò che sentiva.

«Non sembra davvero di stare qui…» mormorò, con voce quasi impercettibile. «Sembra di essere dentro un sogno… un sogno che non ti lascia andare».

Giacomo la segue, le mani intrecciate dietro la schiena, gli occhi attenti a ogni dettaglio. «Non è solo sogno, Antonella», disse, «è memoria. Ma dimmi… tu cosa vedi, cosa senti davvero? Tutta questa bellezza, questi colori, questi abiti… cosa ti cattura più di ogni altra cosa?»

Lei sospira. «La fusione», rispose, come se pronunciare quella parola le desse respiro. «La capacità di Versace di partire da Reggio Calabria e arrivare al mondo senza perdere nulla. Ogni piega, ogni bottone racconta la terra e l’universale insieme. Ogni gesto sembra ascoltare il vento tra gli ulivi e il rumore del mare lontano».

Giacomo cammina tra i manichini, sfiorando appena l’aria, come se volesse afferrare la luce stessa. «E l’America? Hollywood? Tutta quella fama… la nostra terra si perde lì, tra le luci e i riflettori?»

Antonella scuote la testa. «No. La Calabria resta. Nei motivi classici, nella Medusa, nei tessuti. Anche negli eccessi mondani, nei viaggi… lui portava sempre con sé le radici. Le sue mani trasformavano la luce e la memoria in qualcosa di eterno».

Giacomo si ferma davanti a un cuscino decorato di Meduse. Lo osserva come se fosse un oggetto vivo, capace di parlare. «E il gruppo… la collaborazione… quanto contava davvero? La genialità di un uomo… quanto nasce dal suo cuore e quanto dal mondo intorno a lui?»

Guarda una foto: l’atelier, giovani intorno a lui, pendenti dalle sue labbra. «Un estro enorme», disse, «ma anche lavoro di gruppo. Quanto conta questo lavoro “sotterraneo” rispetto al genio personale?»

«Versace sapeva condividere la sua arte. Non era solo stile: era un modo di vivere e di lavorare. Gli schizzi, il confronto, il gruppo completavano la sua creatività. Era moda e insieme era idea di arte».

Versace giovane, tra collaboratori, le mani in aria, le labbra in movimento. «Contava moltissimo», disse piano. «Non era solo stile. Era un modo di vivere, di creare. Gli schizzi, le mani intorno, le discussioni… tutto completava l’opera. La sua arte non era solitaria: cresceva insieme, come il grano nei campi di Calabria, nutrito dal sole e dalla fatica della terra».

E mentre camminavano tra le sale, tra vestiti, oggetti e gioielli, i due sentivano Reggio Calabria sotto i piedi, il respiro del mare vicino, il vento che piega gli ulivi e scuote i fichi d’India. Ogni passo diventava un dialogo silenzioso con il passato, con il presente, con l’universale.

«E il divano… ricordi Helmut Newton, Lago di Como, 1994?» disse Giacomo, fermandosi davanti a una poltrona azzurra. «Versace nudo, disteso su un divano celeste… sembra respirare ancora qui, tra noi, come se il tempo non lo avesse mai portato via».

«Quella figura che si abbandona, eterna», disse. «Lo immagino sul divano celeste, tra le sculture, intento a creare. Siamo calabresi: dobbiamo sentirci orgogliosi».

Antonella annuì. «Sì… sembra quasi di poterlo sentire, come se il museo stesso fosse un’eco della sua presenza. Ogni oggetto, ogni dettaglio… non è mai casuale. È memoria, è vita».

E mentre camminavano, un pensiero segreto si insinuava nella mente di Antonella. Ricordava la Calabria dei suoi giorni d’infanzia: la campagna bruciata dal sole d’agosto, i fichi d’India dai frutti rossi e lucidi, i vicoli stretti dei paesi dove il vento portava il profumo del mare e del pane appena cotto. Ogni abito di Versace sembrava raccogliere quella luce, quella polvere, quella storia e trasformarla in universale.

Giacomo percepiva la stessa nostalgia. Pensava ai campi arsi e alle pietre calde sotto il sole, alle mani rugose dei contadini, alle parole lente e precise degli anziani. Tutto quel mondo sembrava respirare attraverso gli abiti, i tessuti, le Meduse e i cuscini dorati. Versace aveva preso la Calabria e l’aveva mostrata al mondo, trasformandola in mito senza cambiarne l’anima.

«Dobbiamo sentirci orgogliosi», disse Giacomo, fermandosi vicino a una statua di bronzo. «Ha preso Reggio Calabria e l’ha mostrata al mondo nella sua regginità. Non solo la bellezza dei luoghi, ma l’anima stessa».

Antonella sorrise, con un filo di commozione negli occhi. «Sì. Non è solo moda… è mito. Ogni Medusa, ogni foglia, ogni gesto parla di noi, parla di ciò che siamo. E lo fa senza gridare, senza voler apparire. È silenzioso, ma eterno».

Quando uscirono finalmente dalla penombra del museo, la luce del tardo pomeriggio li accolse come un abbraccio. I colori brillavano sulle pietre antiche, ma dentro di loro restava la stessa luce del museo: quieta, intensa, universale. Ogni passo era un’eco di Versace, eppure un’eco calabrese, radicata nella terra che aveva saputo trasformare in leggenda.

Il vento portava il profumo del mare e della storia e, mentre camminavano verso l’uscita, sentirono quasi un ultimo sussurro tra le pietre: una voce fatta di luce e memoria, che ricordava loro che l’arte vera non passa, ma resta, sospesa tra il tempo e il cuore di chi sa ascoltare.

Nel silenzio che seguì, Reggio Calabria, Versace e il museo sembravano parlare insieme, come un’unica, lenta e luminosa poesia. E restavano lì, invisibili, eterni, mentre i visitatori se ne allontanavano, portando con sé solo un riflesso della meraviglia che avevano respirato.

E così, camminando tra le sale del museo, il silenzio diventa ascolto. Ogni dettaglio, ogni respiro della mostra parla di un uomo che ha trasformato la sua terra in universale. È il miracolo di Versace: far sembrare naturale ciò che appare impossibile, animare il mondo con la luce della sua arte. E noi, spettatori, restiamo catturati, ammirati, con il cuore leggero e insieme pieno di stupore.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

Gianni Versace: l’arte che non chiede permesso al tempo L’editoriale di Luigi Palamara Non è una mostra. È un atto di accusa contro la mediocrità. Entrare nella mostra di Gianni Versace al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, diretto da Fabrizio Sudano, significa essere messi sotto processo. Non dal passato, ma dal genio. Quegli abiti non chiedono di essere guardati: pretendono di essere capiti. E non lo sono quasi mai, perché noi, oggi, siamo più allenati al consumo che alla contemplazione. Qui non si parla di vestiti. Il vestito, quello che si compra e si getta, muore con la stagione. Questi no. Questi sono dichiarazioni di identità. Colori che sfidano il buon senso, forme che violano il concetto stesso di “indossabile”. Non coprono il corpo: lo smascherano. Sono carne dell’anima, non tessuto. Perfino i manichini — oggetti nati per essere muti — sembrano improvvisamente vivi. Come se una divinità pagana, antica e impertinente, li avesse sfiorati. E allora viene il dubbio, quello serio: che cos’è questa magia? Non è scenografia. Non è nostalgia. È qualcosa che accade. Qui. Ora. Versace non è mai stato un archeologo della moda. Non ha imbalsamato il passato: lo ha violentato con amore. La sua Grecia non è da manuale scolastico: è erotica, feroce, sensuale. La Medusa non decora: pietrifica. E lo fa ancora. Perché l’arte vera non chiede permesso al tempo. Gianni Versace — sì, proprio lui, il reggino che il mondo ha capito prima di Reggio — non è tornato alle origini. Non ne aveva bisogno. Le ha superate. Le ha portate con sé e le ha restituite al mondo come linguaggio universale. Ha insegnato che la bellezza non è sobria, non è educata, non è modesta. È spudorata, o non è. Qui tutto è contaminazione: abiti, accessori, arredi, schizzi, dipinti, fotografie. Manca solo l’aria, perché anche quella, se potesse, avrebbe una firma. Ovunque c’è Versace, c’è eternità. La moda passa, l’arte resta. E Versace non ha mai fatto moda: ha fatto arte applicata alla vita. Natino Chirico lo ha dipinto come si dipinge un’icona laica. Helmut Newton lo ha spogliato sul Lago di Como, nudo come la verità di un uomo che non aveva paura di mostrarsi. Perché l’arte, quando è autentica, non ha bisogno di vestiti. O li reinventa. Questa mostra non è un evento. È una sentenza. Stabilisce una volta per tutte che Gianni Versace non appartiene più a una città, a una regione, a una nazione. Appartiene alla storia della cultura universale, a quel territorio senza confini dove la mente e l’anima umana continuano, ostinatamente, a interrogarsi. E chi esce da quelle sale non è più lo stesso. Perché ha visto che la bellezza, quando è vera, non consola. Disturba. E resta. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria è un luogo sospeso tra il tempo e la memoria. Le colonne di marmo, severe e silenziose, trattengono la luce e i passi dei visitatori, come se temessero di lasciarsi sfuggire qualcosa di prezioso. Ogni sala è un’eco di secoli, di mani che hanno plasmato la terra e le pietre, di un passato che non si stanca mai di respirare. Antonella cammina lentamente, sentendo il rumore dei propri passi mescolarsi al silenzio. Le mani intrecciate davanti al petto, lo sguardo fisso su un manichino vestito di seta verde e oro, adornato di Meduse e foglie dorate, respira più piano, come per non turbare ciò che sentiva. «Non sembra davvero di stare qui…» mormorò, con voce quasi impercettibile. «Sembra di essere dentro un sogno… un sogno che non ti lascia andare». Giacomo la segue, le mani intrecciate dietro la schiena, gli occhi attenti a ogni dettaglio. «Non è solo sogno, Antonella», disse, «è memoria. Ma dimmi… tu cosa vedi, cosa senti davvero? Tutta questa bellezza, questi colori, questi abiti… cosa ti cattura più di ogni altra cosa?» Lei sospira. «La fusione», rispose, come se pronunciare quella parola le desse respiro. «La capacità di Versace di partire da Reggio Calabria e arrivare al mondo senza perdere nulla. Ogni piega, ogni bottone racconta la terra e l’universale

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@luigi.palamara

Gianni Versace: l’arte che non chiede permesso al tempo L’editoriale di Luigi Palamara Non è una mostra. È un atto di accusa contro la mediocrità. Entrare nella mostra di Gianni Versace al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, diretto da Fabrizio Sudano, significa essere messi sotto processo. Non dal passato, ma dal genio. Quegli abiti non chiedono di essere guardati: pretendono di essere capiti. E non lo sono quasi mai, perché noi, oggi, siamo più allenati al consumo che alla contemplazione. Qui non si parla di vestiti. Il vestito, quello che si compra e si getta, muore con la stagione. Questi no. Questi sono dichiarazioni di identità. Colori che sfidano il buon senso, forme che violano il concetto stesso di “indossabile”. Non coprono il corpo: lo smascherano. Sono carne dell’anima, non tessuto. Perfino i manichini — oggetti nati per essere muti — sembrano improvvisamente vivi. Come se una divinità pagana, antica e impertinente, li avesse sfiorati. E allora viene il dubbio, quello serio: che cos’è questa magia? Non è scenografia. Non è nostalgia. È qualcosa che accade. Qui. Ora. Versace non è mai stato un archeologo della moda. Non ha imbalsamato il passato: lo ha violentato con amore. La sua Grecia non è da manuale scolastico: è erotica, feroce, sensuale. La Medusa non decora: pietrifica. E lo fa ancora. Perché l’arte vera non chiede permesso al tempo. Gianni Versace — sì, proprio lui, il reggino che il mondo ha capito prima di Reggio — non è tornato alle origini. Non ne aveva bisogno. Le ha superate. Le ha portate con sé e le ha restituite al mondo come linguaggio universale. Ha insegnato che la bellezza non è sobria, non è educata, non è modesta. È spudorata, o non è. Qui tutto è contaminazione: abiti, accessori, arredi, schizzi, dipinti, fotografie. Manca solo l’aria, perché anche quella, se potesse, avrebbe una firma. Ovunque c’è Versace, c’è eternità. La moda passa, l’arte resta. E Versace non ha mai fatto moda: ha fatto arte applicata alla vita. Natino Chirico lo ha dipinto come si dipinge un’icona laica. Helmut Newton lo ha spogliato sul Lago di Como, nudo come la verità di un uomo che non aveva paura di mostrarsi. Perché l’arte, quando è autentica, non ha bisogno di vestiti. O li reinventa. Questa mostra non è un evento. È una sentenza. Stabilisce una volta per tutte che Gianni Versace non appartiene più a una città, a una regione, a una nazione. Appartiene alla storia della cultura universale, a quel territorio senza confini dove la mente e l’anima umana continuano, ostinatamente, a interrogarsi. E chi esce da quelle sale non è più lo stesso. Perché ha visto che la bellezza, quando è vera, non consola. Disturba. E resta. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria è un luogo sospeso tra il tempo e la memoria. Le colonne di marmo, severe e silenziose, trattengono la luce e i passi dei visitatori, come se temessero di lasciarsi sfuggire qualcosa di prezioso. Ogni sala è un’eco di secoli, di mani che hanno plasmato la terra e le pietre, di un passato che non si stanca mai di respirare. Antonella cammina lentamente, sentendo il rumore dei propri passi mescolarsi al silenzio. Le mani intrecciate davanti al petto, lo sguardo fisso su un manichino vestito di seta verde e oro, adornato di Meduse e foglie dorate, respira più piano, come per non turbare ciò che sentiva. «Non sembra davvero di stare qui…» mormorò, con voce quasi impercettibile. «Sembra di essere dentro un sogno… un sogno che non ti lascia andare». Giacomo la segue, le mani intrecciate dietro la schiena, gli occhi attenti a ogni dettaglio. «Non è solo sogno, Antonella», disse, «è memoria. Ma dimmi… tu cosa vedi, cosa senti davvero? Tutta questa bellezza, questi colori, questi abiti… cosa ti cattura più di ogni altra cosa?» Lei sospira. «La fusione», rispose, come se pronunciare quella parola le desse respiro. «La capacità di Versace di partire da Reggio Calabria e arrivare al mondo senza perdere nulla. Ogni piega, ogni bottone racconta la terra e l’universale

♬ suono originale - Luigi Palamara

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