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Borrelli. Riforma della Giustizia: lo scivolamento verso un potere senza contrappesi.

L’illusione delle riforme facili.
Riforma della Giustizia: lo scivolamento verso un potere senza contrappesi.
​Il monito di Borrelli: se il PM finisce sotto il controllo dell'Esecutivo.
​Oltre le carriere separate: la posta in gioco è l'indipendenza della magistratura.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

In Italia le riforme della giustizia hanno sempre lo stesso destino delle diete dopo Natale: si annunciano solenni, si discutono ferocemente, si votano stancamente e poi, quasi sempre, si scopre che il problema era un altro.
Questa volta però il problema è più serio. Perché non si tratta di cambiare una legge: si tratta di cambiare l’equilibrio.

Il procuratore Giuseppe Borrelli, uomo di toga e dunque abituato alle carte più che ai comizi, non alza la voce. E proprio per questo fa più rumore. Non invoca catastrofi, non agita complotti, non evoca colpi di Stato. Dice una cosa molto italiana e molto semplice: attenzione alla logica.

La logica — parola rarissima nella politica nazionale — è quella per cui uno Stato si regge su tre poteri che diffidano l’uno dell’altro per poter convivere insieme. Non si fidano: si controllano.
È la democrazia, bellezza. Non l’armonia.

Da anni si ripete che bisogna “separare le carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Sembra una questione tecnica, roba da addetti ai lavori, quasi da regolamento condominiale. Ma non lo è.
Perché dietro la formula si nasconde una domanda che nessuno vuole davvero pronunciare: il pubblico ministero da chi deve dipendere?

O resta magistrato — e allora perché separarlo?
O non lo è più — e allora dove lo mettiamo?

Le alternative sono due: il Parlamento o il Governo. E siccome nessuno immagina il PM votare leggi in Aula, resta il potere esecutivo.
Tradotto: lo Stato che indaga su se stesso.

Non serve essere giuristi per capire che qui non si parla di procedure, ma di fiducia.
Il cittadino accetta la forza della giustizia perché la immagina indipendente. Nel momento in cui comincia a sospettare che l’accusa risponda a qualcuno, non crede più alla sentenza: crede al sospetto.

E una democrazia che vive di sospetti non cade in un giorno. Si consuma lentamente.

Il procuratore non grida al pericolo immediato. Dice qualcosa di più inquietante: il pericolo è nella conseguenza.
Prima si modifica una regola, poi si aggiusta la successiva, poi si corregge l’effetto della precedente. Così nascono le trasformazioni irreversibili: non con un colpo solo, ma con una catena di “inevitabilità”.

In Italia le riforme non sono mai rivoluzioni. Sono scivolamenti.

Lo stesso vale per il Consiglio Superiore della Magistratura. Il sorteggio viene presentato come medicina contro le correnti, come se la casualità fosse sinonimo di purezza. Ma uno Stato non si regge sulla fortuna: si regge sulla responsabilità.
Un organo che decide per estrazione è imparziale solo in apparenza; in realtà è semplicemente più debole. E quando un potere si indebolisce, non sparisce: viene occupato.

Il punto allora non è essere a favore o contro i magistrati. È decidere quanto deve essere forte il controllo sul potere politico — qualunque potere politico, di oggi o di domani.

Borrelli lo dice da cittadino prima che da magistrato: l’Italia ha superato stagioni difficili perché nessuno poteva dominare tutto. Non per virtù, ma per architettura.
I Costituenti non erano ingenui: diffidavano degli uomini, per questo costruirono le regole.

Oggi invece si crede di migliorare il sistema correggendone gli ingranaggi senza guardare il disegno. È il tipico vizio nazionale: aggiustare il meccanismo pensando che la macchina resti la stessa.

Il referendum, dunque, non divide tra buoni e cattivi. Divide tra chi pensa che lo Stato debba funzionare meglio e chi teme che, funzionando troppo “semplicemente”, possa funzionare peggio.

Alla fine Borrelli voterà No. Non lo fa in nome della corporazione, ma della prudenza.
Perché le democrazie non muoiono quasi mai per violenza: muoiono per semplificazione.

E la giustizia, quando diventa semplice, smette di essere giusta.


L'intervista.

Borrelli: «Voterò No. Senza equilibrio tra i poteri la democrazia si indebolisce»

Intervista al procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, esponente del comitato per il No al referendum sulla Giustizia. A cura del giornalista Luigi Palamara


«Il referendum non è eversivo: decide il popolo»

Procuratore Borrelli, in Italia i referendum diventano spesso tifoserie politiche. Come interpreta questo clima?

Il referendum costituzionale è uno degli strumenti attraverso i quali si realizza la riforma della Costituzione. Non è eversivo essere favorevoli o contrari: la riforma, oggi, non esiste ancora. Esisterà solo quando il corpo elettorale si pronuncerà.

È fondamentale che i cittadini votino informati, perché la materia è delicata e inciderà sulla vita del Paese per decenni, non per mesi. Occorre quindi ascoltare le ragioni di entrambe le parti e formarsi una propria opinione.


«Tempi politici troppo rapidi»

Si è proceduto molto velocemente: si poteva aspettare di più?

Sono valutazioni che non competono a noi. Si è ritenuto che il procedimento, avviato su iniziativa parlamentare, non dovesse essere sospeso nonostante la raccolta firme.
Ora però è inutile discuterne: bisogna confrontarsi sui contenuti e fornire ai cittadini tutte le informazioni necessarie nel tempo disponibile.


«Separazione delle carriere priva di logica»

Il ruolo del pubblico ministero cambierà per il cittadino?

In sé la riforma non modifica il ruolo del PM: resterebbe nel potere giudiziario, seppur separato dal giudice.
Ma qui nasce una contraddizione.

Se il pubblico ministero resta nel potere giudiziario, non c’è motivo di separarlo dal giudice.
Se invece lo si separa davvero, bisogna dire in quale altro potere viene collocato.

I poteri sono tre: legislativo, esecutivo e giudiziario. Il PM non ha nulla a che vedere con il legislativo, quindi resterebbe solo l’esecutivo, che è un potere gerarchico con al vertice la Presidenza del Consiglio.
Inserirvi il pubblico ministero significherebbe fargli perdere indipendenza.


«Dopo la riforma inevitabile l’uscita dalla giurisdizione»

Quindi c’è un rischio futuro?

Non è un rischio: è una conseguenza logica. Una volta separato dal giudice, non ha senso lasciarlo nella giurisdizione. Il passo successivo sarebbe necessariamente collocarlo fuori dal potere giudiziario.


«Il vero nodo è il CSM»

Il sorteggio nel CSM aiuterebbe il cittadino nei processi?

Il punto centrale della riforma non è il PM, ma il Consiglio Superiore della Magistratura e la sottrazione del potere disciplinare.
Si tratta di un intervento che incide sul bilanciamento tra i poteri dello Stato.

L’autonomia della magistratura è garantita dal suo organo di autogoverno. Un CSM formato tramite sorteggio — una sorta di “gratta e vinci” — sarebbe un organo privo di legittimazione e quindi indebolito nel suo ruolo di equilibrio rispetto agli altri poteri.



«Per questo voterò No»

Come voterà al referendum?

Voterò No, convintamente.
Non da magistrato, ma da cittadino.

La democrazia italiana ha superato momenti difficili proprio grazie al sistema di bilanciamento dei poteri costruito dai Costituenti.
Voterò No perché voglio che quel sistema continui a garantire la democrazia nel nostro Paese.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

Borrelli. Riforma della Giustizia: lo scivolamento verso un potere senza contrappesi. L’illusione delle riforme facili. ​Il monito di Borrelli: se il PM finisce sotto il controllo dell'Esecutivo. ​Oltre le carriere separate: la posta in gioco è l'indipendenza della magistratura. L'Editoriale di Luigi Palamara In Italia le riforme della giustizia hanno sempre lo stesso destino delle diete dopo Natale: si annunciano solenni, si discutono ferocemente, si votano stancamente e poi, quasi sempre, si scopre che il problema era un altro. Questa volta però il problema è più serio. Perché non si tratta di cambiare una legge: si tratta di cambiare l’equilibrio. Il procuratore Giuseppe Borrelli, uomo di toga e dunque abituato alle carte più che ai comizi, non alza la voce. E proprio per questo fa più rumore. Non invoca catastrofi, non agita complotti, non evoca colpi di Stato. Dice una cosa molto italiana e molto semplice: attenzione alla logica. La logica — parola rarissima nella politica nazionale — è quella per cui uno Stato si regge su tre poteri che diffidano l’uno dell’altro per poter convivere insieme. Non si fidano: si controllano. È la democrazia, bellezza. Non l’armonia. Da anni si ripete che bisogna “separare le carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Sembra una questione tecnica, roba da addetti ai lavori, quasi da regolamento condominiale. Ma non lo è. Perché dietro la formula si nasconde una domanda che nessuno vuole davvero pronunciare: il pubblico ministero da chi deve dipendere? O resta magistrato — e allora perché separarlo? O non lo è più — e allora dove lo mettiamo? Le alternative sono due: il Parlamento o il Governo. E siccome nessuno immagina il PM votare leggi in Aula, resta il potere esecutivo. Tradotto: lo Stato che indaga su se stesso. Non serve essere giuristi per capire che qui non si parla di procedure, ma di fiducia. Il cittadino accetta la forza della giustizia perché la immagina indipendente. Nel momento in cui comincia a sospettare che l’accusa risponda a qualcuno, non crede più alla sentenza: crede al sospetto. E una democrazia che vive di sospetti non cade in un giorno. Si consuma lentamente. Il procuratore non grida al pericolo immediato. Dice qualcosa di più inquietante: il pericolo è nella conseguenza. Prima si modifica una regola, poi si aggiusta la successiva, poi si corregge l’effetto della precedente. Così nascono le trasformazioni irreversibili: non con un colpo solo, ma con una catena di “inevitabilità”. In Italia le riforme non sono mai rivoluzioni. Sono scivolamenti. Lo stesso vale per il Consiglio Superiore della Magistratura. Il sorteggio viene presentato come medicina contro le correnti, come se la casualità fosse sinonimo di purezza. Ma uno Stato non si regge sulla fortuna: si regge sulla responsabilità. Un organo che decide per estrazione è imparziale solo in apparenza; in realtà è semplicemente più debole. E quando un potere si indebolisce, non sparisce: viene occupato. Il punto allora non è essere a favore o contro i magistrati. È decidere quanto deve essere forte il controllo sul potere politico — qualunque potere politico, di oggi o di domani. Borrelli lo dice da cittadino prima che da magistrato: l’Italia ha superato stagioni difficili perché nessuno poteva dominare tutto. Non per virtù, ma per architettura. I Costituenti non erano ingenui: diffidavano degli uomini, per questo costruirono le regole. Oggi invece si crede di migliorare il sistema correggendone gli ingranaggi senza guardare il disegno. È il tipico vizio nazionale: aggiustare il meccanismo pensando che la macchina resti la stessa. Il referendum, dunque, non divide tra buoni e cattivi. Divide tra chi pensa che lo Stato debba funzionare meglio e chi teme che, funzionando troppo “semplicemente”, possa funzionare peggio. Alla fine Borrelli voterà No. Non lo fa in nome della corporazione, ma della prudenza. Perché le democrazie non muoiono quasi mai per violenza: muoiono per semplificazione. E la giustizia, quando diventa semplice, smette di essere gi

♬ audio originale - Luigi Palamara

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