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Cronaca di un’attesa e di una distanza

Cronaca di un’attesa e di una distanza
L’editoriale di Luigi Palamara

In Italia non esistono ritardi. Esistono gerarchie.
E quando l’appuntamento nel punto stampa è alle 14:30 e l’incontro comincia quasi alle 16, non è un disguido: è un messaggio.

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani arriva al Consiglio regionale della Calabria, a Reggio Calabria. Con lui il Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, e Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia e segretario regionale del partito. Intorno, un dispiegamento di forze dell’ordine che dice molto più di quanto vorrebbe rassicurare. Davanti, una fila ordinata di giornalisti messi da parte, letteralmente. Dietro le transenne non c’è solo la stampa: c’è una domanda muta sul senso dei ruoli.

Il tempo dei giornalisti non conta. O conta meno.
Quello dei politici, evidentemente, è più prezioso.

La scena è quella ormai abituale: macchine scure, vetri oscurati, portiere che si aprono e si richiudono come palpebre diffidenti. Si attende. Si guarda. Si intuisce. Il ministro scende. È Tajani. Non si parla. Non si chiede. Si riprende da lontano. La stampa è presente, ma non partecipa. È lì per testimoniare, non per interrogare.

Accanto a Tajani ci sono Occhiuto e Cannizzaro. Il primo è il Presidente della Regione, il volto istituzionale del potere calabrese. Il secondo è l’uomo forte, quello che tiene insieme il partito, raccoglie i voti e custodisce il consenso. In Calabria, la politica non vive solo di cariche: vive di controllo del territorio, di numeri, di fedeltà. Cannizzaro questo lo sa, e lo esercita.

Occhiuto, dal canto suo, resta il protagonista di quella partita interna che per mesi ha fatto tremare Forza Italia: l’idea, mai dichiarata fino in fondo ma chiarissima, di poter ambire un giorno alla segreteria nazionale. La politica è fatta anche di smentite silenziose e di ambizioni rientrate “nel migliore dei modi”, come si dice quando nessuno vuole più parlarne davanti alle telecamere.

I gesti sono rapidi. Le strette di mano rituali. Salvatore Cirillo, giovane Presidente del Consiglio regionale della Calabria, il più giovane d’Italia, accoglie; il portavoce Francesco Chindemi osserva con attenzione e cerca di metterci il più possibile a nostro agio. L’apparato funziona. I giornalisti vengono spostati, indirizzati, separati.
“Fate passare, fate passare”, si ripete. E il passaggio è sempre per altri.

Si entra. I politici da una parte. La stampa dall’altra.
Qualcuno, cioè il sottoscritto, ironizza: pecore e lupi.
I lupi da una parte e le pecore dall’altra. E i lupi chi sono?

Le pecore salgono dietro, disciplinate. I lupi entrano altrove.
E pensare che sono figlio di una generazione di pastori aspromontani, prima ancora che giornalista.

Non è rabbia, questa. È constatazione.
È la fotografia di un rapporto ormai logoro tra potere e informazione. Un rapporto in cui la domanda è vista come un fastidio e il tempo dell’altro come una variabile sacrificabile.

Non si fanno domande. Non perché non ce ne siano, ma perché non è previsto che vengano fatte. La democrazia, a volte, non viene negata: viene semplicemente accompagnata in silenzio, “muti e zitti”, come in una processione.

Eppure, proprio qui sta il punto.
Un Paese che chiede ai cittadini di rispettare le regole dovrebbe essere il primo a rispettare il valore del confronto. Anche – e soprattutto – quando è scomodo. Anche quando arriva in ritardo.

Questa non è solo la cronaca di un arrivo ministeriale a Reggio Calabria.
È il racconto di una distanza.
E le distanze, in politica, non si misurano in minuti. Si misurano in rispetto.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara Attenzione: da poco è finita la mia LIVE. Sintonizzati in LIVE per l'esperienza completa. #tiktoklive #livehighlights ♬ suono originale - Luigi Palamara

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