Giacomo Iaria e il Referendum sulla Giustizia. La partita della giustizia: arbitri, squadre e tifosi traditi.
L'editoriale di Luigi Palamara
Ci sono questioni pubbliche che si spiegano con numeri e leggi, e altre che si spiegano con parabole, immagini immediate che colpiscono la mente e il cuore del cittadino. L’avvocato Giacomo Iaria, parlando del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, sceglie la metafora calcistica. E, in questo caso, la metafora è tutto: perché spiega il dramma quotidiano di un sistema percepito come ingiusto.
Immaginate il campo da gioco: io entro, pronto a giocare, e vedo uscire dagli spogliatoi la squadra avversaria — la Procura — insieme all’arbitro. Li guardo: si allenano insieme, si conoscono, hanno fatto concorsi insieme. Lo squilibrio è evidente. In una partita normale, l’arbitro è imparziale, invisibile, un notaio. Qui, invece, l’arbitro fa il tifo per una squadra ancor prima di cominciare.
Questo è il nocciolo della prima proposta: la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e pubblici ministeri. Non è teoria accademica. È il concetto che dovrebbe garantire trasparenza, imparzialità, equilibrio tra le parti. Senza questo, la partita non è più giusta. I cittadini — i tifosi — lo percepiscono subito. E quando percepiscono ingiustizia, la fiducia nel sistema crolla.
Poi c’è il secondo tema, ancora più sottile: le correnti, cioè quei legami e alleanze interne tra giudici e pubblici ministeri che condizionano nomine, decisioni e carriera. Tornando al calcio, è come se un grande campione passasse da una squadra all’altra e l’arbitro di ieri finisse nella squadra avversaria di oggi. I tifosi vedono tutto. E vedendo, dubitano. Non importa quanto tecnicamente corretto sia stato il passaggio: la percezione di favoritismi mina la credibilità della partita.
E infine, il terzo punto, quello fondamentale: responsabilità uguale per tutti. Chi sbaglia deve rispondere. Chi arbitra male, chi gioca sporco, chi sfrutta legami indebiti deve essere giudicato. Non può esistere un sistema dove alcuni pagano e altri no. Nel calcio, come nella giustizia, la regola è semplice: chi rompe le regole deve subire le conseguenze. Altrimenti, la partita è truccata e la fiducia dei cittadini, i veri tifosi, viene tradita.
Iaria lo dice con chiarezza: separare le carriere, annullare le correnti, rendere le regole uguali per tutti è il senso del referendum. È un’occasione storica per spostare la giustizia su binari più equi, dove l’arbitro non favorisce la squadra amica e il tifoso può guardare la partita senza sospetti.
Ecco perché il voto non è solo un esercizio tecnico, non è un “affare da avvocati”. È un voto che riguarda la credibilità dello Stato, la fiducia dei cittadini, la dignità della legge. Se l’obiettivo è questo, la risposta è chiara: sì.
In tempi in cui il sospetto e la sfiducia dominano, ogni decisione che ridona trasparenza e imparzialità diventa un atto di civiltà. E ogni cittadino, anche chi non ama il calcio, può capire perfettamente il concetto: non si può giocare una partita truccata, e non si può accettare un sistema dove alcuni contano di più di altri.
La metafora calcistica di Iaria non è un gioco. È un manifesto. La partita della giustizia è reale. E se vogliamo vincerla, dobbiamo farlo con le regole chiare, con arbitri imparziali e con tutti i tifosi che hanno il diritto di vedere una partita giusta.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
Reggio Calabria 9 febbraio 2026
@luigi.palamara Giacomo Iaria e il Referendum sulla Giustizia. La partita della giustizia: arbitri, squadre e tifosi traditi. L'editoriale di Luigi Palamara Ci sono questioni pubbliche che si spiegano con numeri e leggi, e altre che si spiegano con parabole, immagini immediate che colpiscono la mente e il cuore del cittadino. L’avvocato Giacomo Iaria, parlando del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, sceglie la metafora calcistica. E, in questo caso, la metafora è tutto: perché spiega il dramma quotidiano di un sistema percepito come ingiusto. Immaginate il campo da gioco: io entro, pronto a giocare, e vedo uscire dagli spogliatoi la squadra avversaria — la Procura — insieme all’arbitro. Li guardo: si allenano insieme, si conoscono, hanno fatto concorsi insieme. Lo squilibrio è evidente. In una partita normale, l’arbitro è imparziale, invisibile, un notaio. Qui, invece, l’arbitro fa il tifo per una squadra ancor prima di cominciare. Questo è il nocciolo della prima proposta: la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e pubblici ministeri. Non è teoria accademica. È il concetto che dovrebbe garantire trasparenza, imparzialità, equilibrio tra le parti. Senza questo, la partita non è più giusta. I cittadini — i tifosi — lo percepiscono subito. E quando percepiscono ingiustizia, la fiducia nel sistema crolla. Poi c’è il secondo tema, ancora più sottile: le correnti, cioè quei legami e alleanze interne tra giudici e pubblici ministeri che condizionano nomine, decisioni e carriera. Tornando al calcio, è come se un grande campione passasse da una squadra all’altra e l’arbitro di ieri finisse nella squadra avversaria di oggi. I tifosi vedono tutto. E vedendo, dubitano. Non importa quanto tecnicamente corretto sia stato il passaggio: la percezione di favoritismi mina la credibilità della partita. E infine, il terzo punto, quello fondamentale: responsabilità uguale per tutti. Chi sbaglia deve rispondere. Chi arbitra male, chi gioca sporco, chi sfrutta legami indebiti deve essere giudicato. Non può esistere un sistema dove alcuni pagano e altri no. Nel calcio, come nella giustizia, la regola è semplice: chi rompe le regole deve subire le conseguenze. Altrimenti, la partita è truccata e la fiducia dei cittadini, i veri tifosi, viene tradita. Iaria lo dice con chiarezza: separare le carriere, annullare le correnti, rendere le regole uguali per tutti è il senso del referendum. È un’occasione storica per spostare la giustizia su binari più equi, dove l’arbitro non favorisce la squadra amica e il tifoso può guardare la partita senza sospetti. Ecco perché il voto non è solo un esercizio tecnico, non è un “affare da avvocati”. È un voto che riguarda la credibilità dello Stato, la fiducia dei cittadini, la dignità della legge. Se l’obiettivo è questo, la risposta è chiara: sì. In tempi in cui il sospetto e la sfiducia dominano, ogni decisione che ridona trasparenza e imparzialità diventa un atto di civiltà. E ogni cittadino, anche chi non ama il calcio, può capire perfettamente il concetto: non si può giocare una partita truccata, e non si può accettare un sistema dove alcuni contano di più di altri. La metafora calcistica di Iaria non è un gioco. È un manifesto. La partita della giustizia è reale. E se vogliamo vincerla, dobbiamo farlo con le regole chiare, con arbitri imparziali e con tutti i tifosi che hanno il diritto di vedere una partita giusta. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno Reggio Calabria 9 febbraio 2026 #giacomoiaria #reggiocalabria #referendum #giustizia #si ♬ audio originale - Luigi Palamara
1 Commenti
Caro avvocato condivido solo il suo ultimo punto chi sbaglia paga. Sul resto mi perdoni è il solito teorema i giudici si corrompere tra loro e fanno corrompere. È la teoria di chi non accetta di essere giudicato e ad ogni occasione prendono a martellati il potere di controllo. Proprio perché l'esempio calcistico ci sta ma non nella globalità per carità. Nel calcio lei evita di dire che c'è stato il sistema Moggi un sistema deviato (io sono Juventino) identico a quello di Palamara che oggi viene portato come portabandiera del si!
RispondiEliminaEra tutta la magistratura o un abile maneggiare capace di fare interessi di giudici e politici dove ci riuscivano per determinare scelte. Ma quelli sono una parte deviata. come succede in un paese "malato" nessuna istituzione sfugge alle deviazioni. Sono quelle che vanno colpite per sempre perché riscoprirle serve per dare l'idea che tutto è marcio. Lei si sbaglia non è così e per questo voto NO!
Salvatore Zoccali già Consigliere Regionale della Calabria
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