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La Calabria tra l’Avana e Washington: Occhiuto stringe mani oltreoceano, ma negli ospedali si stringono i denti.

Calabria, l’Ellis Island dei camici bianchi: se per curare un malato a Catanzaro bisogna bussare al Dipartimento di Stato

La lettera di Luigi Palamara al Presidente Roberto Occhiuto

Presidente,

Lei stringe mani oltre l’Atlantico mentre in Calabria si stringono i denti. Incontra l’ambasciatore Mike Hammer, discute con il console Terrence Flynn, parla di camici bianchi come un generale parla di rinforzi. E intanto, nei corridoi dei nostri ospedali, il silenzio ha il rumore delle barelle che non arrivano.

Lei dice: i medici cubani sono necessari. E come darle torto? Se una casa brucia, non si chiede il passaporto al pompiere. Ma qui non brucia solo la casa, brucia il progetto. Brucia l’idea che una regione d’Europa debba andare ai Caraibi per trovare ciò che dovrebbe coltivare in casa propria: medici, infermieri, dignità.

Lei annuncia mille camici bianchi caraibici come Colombo annunciava le Indie. Mille! Un numero tondo, rassicurante, quasi biblico. Ma la sanità non è un censimento, è una trincea. E in trincea non si fanno proclami: si curano ferite.

Poi, improvvisamente, l’America. Il Dipartimento di Stato. La collaborazione “proficua”. Viene da chiedersi se la Calabria sia diventata una frontiera diplomatica: L’Avana, Washington, Catanzaro. Sembra il titolo di un film di spionaggio, e invece è la cartella clinica di una regione.

Lei apre una “manifestazione di interesse” rivolta a medici Ue ed extra Ue. Una pesca a strascico nel mare della disperazione globale. Venite tutti, promette. Vi daremo supporto logistico ed economico. La Calabria come Ellis Island del camice bianco. E perché no? Se il malato attende, la geopolitica può aspettare.

Ma mi permetta, Presidente: non è curioso che per garantire il diritto alla cura dei calabresi si debba bussare a Washington per mediare con L’Avana? Non è grottesco che una terra che esporta cervelli da decenni ora importi medici come si importano arance fuori stagione?

Lei rivendica pragmatismo. E forse ha ragione. Il pragmatismo è l’arte di arrangiarsi quando la pianificazione è fallita. Ma il pragmatismo non può diventare ideologia dell’emergenza permanente. Perché se l’emergenza dura anni, non è più emergenza: è sistema.

La verità, Presidente, è che i medici cubani tengono aperti gli ospedali. Ed è una verità che pesa come un macigno. Perché significa che senza di loro le porte si chiuderebbero. E allora la domanda non è se siano necessari. La domanda è: perché lo sono ancora?

La Calabria non ha bisogno solo di camici bianchi; ha bisogno di un’idea di sanità che non viva di missioni, ma di radici. Non di accordi diplomatici, ma di concorsi credibili. Non di conferenze stampa, ma di corsie funzionanti.

Lei dice che accoglierà tutti i medici, comunitari, extracomunitari, cubani “non vincolati”. È una frase generosa. Ma la generosità è virtù privata; la politica è responsabilità pubblica. E la responsabilità impone una risposta che non sia solo “venite”, ma “restiamo”.

Restiamo a formare. Restiamo a trattenere. Restiamo a curare.

Presidente, non le si chiede ideologia. Le si chiede coraggio. Il coraggio di dire che questa non è una vittoria diplomatica, ma una sconfitta strutturale. Il coraggio di trasformare l’emergenza in riforma. Il coraggio di non applaudire all’arrivo di mille camici bianchi come se fossero la soluzione, ma di lavorare perché un giorno non servano più.

Perché la Calabria merita medici. Ma merita anche una sanità che non debba chiederli in prestito al mondo.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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