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San Roberto non cerca un sindaco: cerca un destino

San Roberto non cerca un sindaco: cerca un destino
L'Editoriale di Luigi Palamara
Centocinquanta persone. In una sala parrocchiale. A febbraio. Con il freddo che ti entra nelle ossa e ti suggerisce di restare a casa.

Non è folklore. È un fatto politico.

San Roberto non è Roma, non è Milano, non è neppure Reggio. È un paese di 1.500 anime, dove ci si conosce per nome e soprannome. E quando 150 persone escono di casa per ascoltare un gruppo di giovani che dice “vogliamo provarci”, significa che qualcosa si muove. O che qualcosa si è stancato.

Il candidato si chiama Angelo Vizzari. La lista quasi completa – nei comuni sotto i 3.000 abitanti non serve neppure la quota rosa obbligatoria, dettaglio tecnico che qualcuno ignorava e che lui puntualizza con sobrietà. La squadra si chiuderà a breve, dice. Questione di logistica. Non di idee.

Il simbolo è semplice: “Idee – Ali”.

Un nome che potrebbe sembrare ingenuo, se non fosse che in Calabria le idee, prima ancora di volare, devono sopravvivere.

Vizzari non urla. Non promette miracoli. Non distribuisce carezze verbali. Dice una cosa che in politica suona quasi sovversiva:

«La politica non è un lavoro. È un servizio».

Frase breve. Pericolosa.

Perché in un Paese dove la politica è diventata professione a tempo indeterminato, sentir parlare di servizio suona come un’accusa.

E rincara:

«Noi amministratori a vita non vogliamo farli. Cinque, al massimo dieci anni. Poi il testimone deve passare».

Il riferimento alla fiaccola olimpica non è retorico. È una dichiarazione di metodo. La politica come staffetta, non come trono.

C’è un passaggio che merita attenzione. Quando parla di accentramento del potere.

«Lasciare l’amministrazione a pochi rischia di spegnere il dibattito politico».

Tradotto: il confronto è ossigeno. Senza opposizione, senza pluralità, la democrazia nei piccoli centri si atrofizza. E nei paesi, più che nelle città, l’abitudine è una forma di anestesia.

Vizzari insiste su un punto che a molti non farà piacere:

«Non si deve scegliere per simpatia o amicizia. Si deve scegliere per progetto».

Parole semplici. Ma nei piccoli comuni le simpatie e le parentele sono spesso più forti dei programmi. Spezzare questa consuetudine è la vera sfida.

Poi c’è la parte che non è strategia elettorale, ma biografia.

«Io qui ho investito tutto. Ho costruito il mio futuro in questo paese. Ho una moglie che ha condiviso questo cammino e un bambino di quasi un anno e mezzo. Vorrei che crescesse qui».

Qui la politica si spoglia. Non è slogan. È radicamento. È dire: io resto. E se resto, mi assumo il rischio.

San Roberto è un paese bello e difficile. Come molti borghi calabresi: pieni di memoria e poveri di opportunità. Il problema non è vincere le elezioni. Il problema è trattenere le generazioni.

La sala parrocchiale piena non è una vittoria. È una domanda collettiva. È la comunità che chiede: siete diversi o siete uguali?

Il giovane candidato non ha promesso miracoli. Non ha distribuito colpe come coriandoli. Ha parlato di squadra, di competenze diverse, di sensibilità differenti unite da un obiettivo comune: «fare di San Roberto un paese reale».

Reale. Non ideale.

La differenza sta tutta lì.

Perché un paese reale è quello che affronta i disagi, non li racconta. Che amministra senza trasformare il municipio in un’eredità di famiglia. Che considera il mandato un tempo determinato, non un diritto acquisito.

Centocinquanta persone, dicevamo.

Non sono una rivoluzione. Ma sono un inizio.

E nei piccoli paesi gli inizi contano più delle maggioranze.

San Roberto non sta scegliendo soltanto un sindaco. Sta scegliendo se restare un’abitudine o diventare un progetto.

Il resto – urne, percentuali, proclami – verrà dopo.

La domanda, per ora, è un’altra: chi avrà il coraggio di cambiare davvero?

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

San Roberto non cerca un sindaco: cerca un destino L'Editoriale di Luigi Palamara Centocinquanta persone. In una sala parrocchiale. A febbraio. Con il freddo che ti entra nelle ossa e ti suggerisce di restare a casa. Non è folklore. È un fatto politico. San Roberto non è Roma, non è Milano, non è neppure Reggio. È un paese di 1.500 anime, dove ci si conosce per nome e soprannome. E quando 150 persone escono di casa per ascoltare un gruppo di giovani che dice “vogliamo provarci”, significa che qualcosa si muove. O che qualcosa si è stancato. Il candidato si chiama Angelo Vizzari. La lista quasi completa – nei comuni sotto i 3.000 abitanti non serve neppure la quota rosa obbligatoria, dettaglio tecnico che qualcuno ignorava e che lui puntualizza con sobrietà. La squadra si chiuderà a breve, dice. Questione di logistica. Non di idee. Il simbolo è semplice: “Idee – Ali”. Un nome che potrebbe sembrare ingenuo, se non fosse che in Calabria le idee, prima ancora di volare, devono sopravvivere. Vizzari non urla. Non promette miracoli. Non distribuisce carezze verbali. Dice una cosa che in politica suona quasi sovversiva: «La politica non è un lavoro. È un servizio». Frase breve. Pericolosa. Perché in un Paese dove la politica è diventata professione a tempo indeterminato, sentir parlare di servizio suona come un’accusa. E rincara: «Noi amministratori a vita non vogliamo farli. Cinque, al massimo dieci anni. Poi il testimone deve passare». Il riferimento alla fiaccola olimpica non è retorico. È una dichiarazione di metodo. La politica come staffetta, non come trono. C’è un passaggio che merita attenzione. Quando parla di accentramento del potere. «Lasciare l’amministrazione a pochi rischia di spegnere il dibattito politico». Tradotto: il confronto è ossigeno. Senza opposizione, senza pluralità, la democrazia nei piccoli centri si atrofizza. E nei paesi, più che nelle città, l’abitudine è una forma di anestesia. Vizzari insiste su un punto che a molti non farà piacere: «Non si deve scegliere per simpatia o amicizia. Si deve scegliere per progetto». Parole semplici. Ma nei piccoli comuni le simpatie e le parentele sono spesso più forti dei programmi. Spezzare questa consuetudine è la vera sfida. Poi c’è la parte che non è strategia elettorale, ma biografia. «Io qui ho investito tutto. Ho costruito il mio futuro in questo paese. Ho una moglie che ha condiviso questo cammino e un bambino di quasi un anno e mezzo. Vorrei che crescesse qui». Qui la politica si spoglia. Non è slogan. È radicamento. È dire: io resto. E se resto, mi assumo il rischio. San Roberto è un paese bello e difficile. Come molti borghi calabresi: pieni di memoria e poveri di opportunità. Il problema non è vincere le elezioni. Il problema è trattenere le generazioni. La sala parrocchiale piena non è una vittoria. È una domanda collettiva. È la comunità che chiede: siete diversi o siete uguali? Il giovane candidato non ha promesso miracoli. Non ha distribuito colpe come coriandoli. Ha parlato di squadra, di competenze diverse, di sensibilità differenti unite da un obiettivo comune: «fare di San Roberto un paese reale». Reale. Non ideale. La differenza sta tutta lì. Perché un paese reale è quello che affronta i disagi, non li racconta. Che amministra senza trasformare il municipio in un’eredità di famiglia. Che considera il mandato un tempo determinato, non un diritto acquisito. Centocinquanta persone, dicevamo. Non sono una rivoluzione. Ma sono un inizio. E nei piccoli paesi gli inizi contano più delle maggioranze. San Roberto non sta scegliendo soltanto un sindaco. Sta scegliendo se restare un’abitudine o diventare un progetto. Il resto – urne, percentuali, proclami – verrà dopo. La domanda, per ora, è un’altra: chi avrà il coraggio di cambiare davvero? Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ audio originale - Luigi Palamara

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