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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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L orizzonte perduto degli uomini semplici.

L’orizzonte perduto degli uomini semplici.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

L’omino è seduto sulla pietra della vita come chi ha smesso di contare i giorni e ha cominciato a pesarli. Non guarda lontano, non perché non voglia, ma perché l’orizzonte gli è diventato estraneo, come una parola dimenticata della propria lingua.

C’è un tempo in cui l’uomo viveva dentro le cose, e non accanto. Le osservava senza fretta, perché sapeva che ogni gesto aveva un senso, ogni attesa una ragione. Oggi si guarda molto e si vede poco. Il mondo passa davanti agli occhi come un paesaggio dal finestrino di un treno troppo veloce per essere capito.

Il viaggio continua, sempre. Attraversa terre ricche di colore e di memoria, ma prive di volti. Le persone ci sono, eppure mancano. Come se la vita avesse conservato i contorni, smarrendo l’anima. Restano i luoghi, ma non chi li abita davvero.

Un tempo si partiva portando con sé l’essenziale, che era poi l’invisibile: il profumo del pane fatto in casa, le patate ancora umide di terra, lo zucchero custodito come una promessa. Era il Sud che saliva verso il Nord senza chiedere permesso, per non recidere il legame con ciò che si era stati. La memoria non era un lusso, ma una necessità.

In quell’Italia povera e dignitosa, l’umiltà non era una virtù esibita, ma una condizione naturale. Il vicino era una presenza, non un’ombra. Oggi è distante pur essendo a pochi passi. Ognuno assorto nei propri pensieri, come se il silenzio fosse diventato più rumoroso delle parole.

Si legge senza fermarsi, si scrive per riempire il vuoto. La velocità ha dissolto i contorni delle cose. Tutto appare sfumato, provvisorio, come se nulla meritasse di essere trattenuto a lungo. Eppure la vita vera sta nei particolari trascurati.

Nell’orto che resiste, tra le zucchine e i pomodori. Nell’albero di fico che non chiede attenzione. Nel ciliegio che fiorisce senza spettatori. In quell’erba alta che cresce a suo tempo, indifferente alla fretta degli uomini.

L’omino resta seduto sulla pietra della vita. Non si lamenta. Aspetta. Forse non ha perduto l’orizzonte: forse attende che qualcuno torni a camminare lentamente abbastanza da poterlo rivedere.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara

L’orizzonte perduto degli uomini semplici. L'Editoriale di Luigi Palamara L’omino è seduto sulla pietra della vita come chi ha smesso di contare i giorni e ha cominciato a pesarli. Non guarda lontano, non perché non voglia, ma perché l’orizzonte gli è diventato estraneo, come una parola dimenticata della propria lingua. C’è un tempo in cui l’uomo viveva dentro le cose, e non accanto. Le osservava senza fretta, perché sapeva che ogni gesto aveva un senso, ogni attesa una ragione. Oggi si guarda molto e si vede poco. Il mondo passa davanti agli occhi come un paesaggio dal finestrino di un treno troppo veloce per essere capito. Il viaggio continua, sempre. Attraversa terre ricche di colore e di memoria, ma prive di volti. Le persone ci sono, eppure mancano. Come se la vita avesse conservato i contorni, smarrendo l’anima. Restano i luoghi, ma non chi li abita davvero. Un tempo si partiva portando con sé l’essenziale, che era poi l’invisibile: il profumo del pane fatto in casa, le patate ancora umide di terra, lo zucchero custodito come una promessa. Era il Sud che saliva verso il Nord senza chiedere permesso, per non recidere il legame con ciò che si era stati. La memoria non era un lusso, ma una necessità. In quell’Italia povera e dignitosa, l’umiltà non era una virtù esibita, ma una condizione naturale. Il vicino era una presenza, non un’ombra. Oggi è distante pur essendo a pochi passi. Ognuno assorto nei propri pensieri, come se il silenzio fosse diventato più rumoroso delle parole. Si legge senza fermarsi, si scrive per riempire il vuoto. La velocità ha dissolto i contorni delle cose. Tutto appare sfumato, provvisorio, come se nulla meritasse di essere trattenuto a lungo. Eppure la vita vera sta nei particolari trascurati. Nell’orto che resiste, tra le zucchine e i pomodori. Nell’albero di fico che non chiede attenzione. Nel ciliegio che fiorisce senza spettatori. In quell’erba alta che cresce a suo tempo, indifferente alla fretta degli uomini. L’omino resta seduto sulla pietra della vita. Non si lamenta. Aspetta. Forse non ha perduto l’orizzonte: forse attende che qualcuno torni a camminare lentamente abbastanza da poterlo rivedere. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ audio originale Luigi Palamara

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