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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La penna, il silenzio e la coscienza.

La penna, il silenzio e la coscienza.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

«Perché scrivi, se non ti pagano?»
La domanda arriva semplice, come si chiederebbe che tempo fa.

Lui alza gli occhi dal foglio. Non risponde subito. Fuori, il rumore del mondo continua a fare il suo mestiere: distrarre.
«Per lo stesso motivo per cui si parla quando tutti tacciono» dice infine. «Per non diventare uguale al silenzio.»

C’è sempre qualcuno che lo chiede, in questo tempo che misura tutto col guadagno: a cosa serve scrivere se non rende? È una domanda onesta, ma incompleta. Come chiedere a un uomo perché respira.

Scrivere, oggi, è un atto che assomiglia alla resistenza quotidiana di chi resta. Resta quando sarebbe più facile andare. Resta quando l’indifferenza promette pace. Resta perché sa che andarsene, a volte, è una forma di resa.

Nella stanza qualcuno scuote la testa.
«Ma così non cambierai niente.»
«Forse no» risponde una donna, che finora era rimasta in disparte. «Ma cambierò me stessa. E non è poco.»

Carta Straccia nasce in questo spazio minimo: tra chi dubita e chi insiste. Non ha l’arroganza di voler salvare il mondo, ma la dignità di non volerlo tradire. È fatta di persone che non gridano, ma tengono il punto. Che non promettono, ma mantengono.

«Qui non c’è un direttore che ordina cosa scrivere?» chiede un ragazzo, con l’ingenuità di chi spera e teme insieme.
«C’è una coscienza» risponde qualcuno. «E ognuno deve portare la sua.»

Non ci sono compensi, ed è giusto dirlo. Non per orgoglio, ma per chiarezza. La chiarezza è una forma di rispetto. Qui si offre soltanto una cosa: la possibilità di dire ciò che si pensa senza chiedere il permesso, e di assumersene il peso.

«E se sbagliamo?»
«Allora impareremo» risponde l’uomo con la penna in mano. «Peggio è non scrivere affatto.»

La penna, in fondo, non è un’arma rumorosa. Non ferisce subito. Lavora lentamente, come fanno le cose che restano. Tocca il cuore prima ancora della mente, e chiede attenzione, non applausi.

«Io non colpisco con l’arco» dice qualcuno, quasi tra sé.
«Colpisco con il cuore» risponde un altro.
«E con la penna» conclude il primo, tornando a scrivere.

Carta Straccia non è un giornale nel senso in cui si intendono oggi i giornali. È un luogo morale. Un gesto quotidiano. Un modo per dire che non tutto è perduto finché qualcuno mette una parola davanti all’altra con onestà.

Scrivere qui non è un mestiere.
È una scelta.

E le scelte, come insegnava la vita più che i libri, non chiedono applausi.
Chiedono coraggio.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara

La penna, il silenzio e la coscienza. L'Editoriale di Luigi Palamara «Perché scrivi, se non ti pagano?» La domanda arriva semplice, come si chiederebbe che tempo fa. Lui alza gli occhi dal foglio. Non risponde subito. Fuori, il rumore del mondo continua a fare il suo mestiere: distrarre. «Per lo stesso motivo per cui si parla quando tutti tacciono» dice infine. «Per non diventare uguale al silenzio.» C’è sempre qualcuno che lo chiede, in questo tempo che misura tutto col guadagno: a cosa serve scrivere se non rende? È una domanda onesta, ma incompleta. Come chiedere a un uomo perché respira. Scrivere, oggi, è un atto che assomiglia alla resistenza quotidiana di chi resta. Resta quando sarebbe più facile andare. Resta quando l’indifferenza promette pace. Resta perché sa che andarsene, a volte, è una forma di resa. Nella stanza qualcuno scuote la testa. «Ma così non cambierai niente.» «Forse no» risponde una donna, che finora era rimasta in disparte. «Ma cambierò me stessa. E non è poco.» Carta Straccia nasce in questo spazio minimo: tra chi dubita e chi insiste. Non ha l’arroganza di voler salvare il mondo, ma la dignità di non volerlo tradire. È fatta di persone che non gridano, ma tengono il punto. Che non promettono, ma mantengono. «Qui non c’è un direttore che ordina cosa scrivere?» chiede un ragazzo, con l’ingenuità di chi spera e teme insieme. «C’è una coscienza» risponde qualcuno. «E ognuno deve portare la sua.» Non ci sono compensi, ed è giusto dirlo. Non per orgoglio, ma per chiarezza. La chiarezza è una forma di rispetto. Qui si offre soltanto una cosa: la possibilità di dire ciò che si pensa senza chiedere il permesso, e di assumersene il peso. «E se sbagliamo?» «Allora impareremo» risponde l’uomo con la penna in mano. «Peggio è non scrivere affatto.» La penna, in fondo, non è un’arma rumorosa. Non ferisce subito. Lavora lentamente, come fanno le cose che restano. Tocca il cuore prima ancora della mente, e chiede attenzione, non applausi. «Io non colpisco con l’arco» dice qualcuno, quasi tra sé. «Colpisco con il cuore» risponde un altro. «E con la penna» conclude il primo, tornando a scrivere. Carta Straccia non è un giornale nel senso in cui si intendono oggi i giornali. È un luogo morale. Un gesto quotidiano. Un modo per dire che non tutto è perduto finché qualcuno mette una parola davanti all’altra con onestà. Scrivere qui non è un mestiere. È una scelta. E le scelte, come insegnava la vita più che i libri, non chiedono applausi. Chiedono coraggio. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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