@luigi.palamara Dio lo incontriamo quando smettiamo di sentirci eterni. L'Editoriale di Luigi Palamara Eccoci qui: italiani fino al midollo, miscredenti per abitudine e credenti per necessità. Dio lo scopriamo tardi, quasi sempre malvolentieri, quando ci mette una mano sulla spalla. Non per confortarci, ma per avvertirci: non sei eterno. E noi, che ci sentivamo importanti, indaffarati, indispensabili, capiamo all’improvviso di essere solo ospiti. Di passaggio. Con il biglietto già timbrato per una destinazione che fingevamo di non conoscere. La fede, per chi ce l’ha, non è un premio. È un carico. È la consapevolezza che questo tragitto – breve, accidentato, spesso ingiusto – non finisce qui. È un tratto di strada verso qualcosa che non sappiamo descrivere ma che chiamiamo eternità per mancanza di parole migliori. Chi invece perde, chi resta con il vuoto tra le mani, spesso se la prende con Dio. Lo insulta. Lo accusa. Fa male, ma è umano. E quasi sempre, prima o poi, se ne accorge: non è Dio il colpevole, è la nostra impotenza. Il nostro non accettare che non comandiamo nulla, nemmeno l’amore. Quando tutto crolla, resta una sola trincea: la preghiera. Che non è poesia né superstizione, ma istinto di sopravvivenza. Pregare è parlare quando non c’è più nessuno che risponde. È aggrapparsi al ricordo, alla memoria, a quel filo invisibile che ci lega a chi non c’è più. Perché i morti, se hanno un modo di restare vivi, lo fanno dentro di noi. E lì aspettano. Non in silenzio: con pazienza. Nell’universo nulla è casuale, anche se ci ostiniamo a chiamarlo destino per non chiamarlo responsabilità. Siamo fatti a immagine di Dio, si dice. Forse vuol dire questo: siamo capaci di guardarci vivere e di interrogarci sul senso di tutto. Creatori per un istante, imprigionati in un corpo che è solo un abito, destinato a consumarsi. Sì, detta così può sembrare una favola consolatoria. Ma la vita, a ben guardare, è proprio questo: un disperato tentativo di dare senso al caos. Ognuno a modo suo. Con la fede, con il dubbio, con la rabbia. Ed è forse la cosa più straordinaria che ci sia concessa: fare un viaggio sapendo che ha una partenza e un arrivo. Anche se fingiamo, fino all’ultimo, di non conoscere l’indirizzo finale. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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