PD Reggio Calabria. A Piazza Camagna non si difende una tesi: si difende un’idea di Stato.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una differenza sostanziale tra fare campagna elettorale e difendere un principio. La prima è tattica. La seconda è destino.
Domenica, a Reggio Calabria, non si è assistito soltanto a un banchetto di partito contro un referendum. Si è vista – piaccia o no – una parte politica che ha scelto di porre la questione sul piano più alto: non la giustizia, ma la Costituzione.
Il Partito Democratico cittadino lo ha detto chiaramente. E Valeria Bonforte, nell’intervista raccolta dal giornalista Luigi Palamara, non ha usato mezzi termini: non si tratta di accelerare i processi, né di migliorare l’efficienza degli uffici giudiziari. Qui si interviene sull’architettura costituzionale.
E quando si tocca l’architettura, non si sposta un mobile: si incrina o si rafforza l’edificio.
Il nodo vero: non la giustizia, ma l’equilibrio dei poteri.
Il punto sollevato da Bonforte e da Antonio Morabito è politico prima ancora che tecnico. La separazione delle carriere è stata presentata come il cuore della riforma. Ma secondo i promotori del No, essa è soltanto il vessillo visibile di un intervento più ampio che coinvolgerebbe sette articoli della Costituzione.
Non è un dettaglio.
La Costituzione italiana non è un regolamento condominiale che si aggiorna a maggioranza semplice. È l’equilibrio tra poteri che si controllano a vicenda per impedire che uno prevalga sugli altri. Se si interviene su quel bilanciamento – soprattutto in materia di magistratura – si entra in un territorio delicato, dove il rischio non è l’errore tecnico, ma la mutazione culturale.
Antonio Morabito lo ha detto senza giri di parole: la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, con un ulteriore organismo disciplinare comune, non è una semplice riorganizzazione amministrativa. È una ridefinizione dei rapporti interni alla magistratura stessa.
E qui nasce il sospetto politico: quale sarà, domani, il punto di caduta di questo nuovo assetto?
Quando i decreti attuativi non sono ancora noti, la prudenza non è allarmismo. È responsabilità.
L’unità difficile, ma la linea è chiara.
Non sono mancate le domande sulle divisioni interne. In ogni grande partito la pluralità è fisiologica. Ma la linea ufficiale – è stato ribadito – resta quella del voto contrario.
In piazza non c’erano solo militanti di passaggio. Accanto alla segreteria cittadina erano presenti il segretario provinciale del PD Peppe Panetta, il capogruppo dem al Consiglio comunale Giuseppe Marino e il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Marra, insieme a tesserati e simpatizzanti.
Non una comparsata simbolica, ma una presa di posizione collettiva.
E questo, in politica, pesa.
Il clima e il simbolo.
C’era freddo. C’era vento. Ma le piazze non si misurano con il termometro. Si misurano con la convinzione di chi le occupa.
La scelta di fare campagna informativa non in una sala convegni ma in strada è già un messaggio: la Costituzione non appartiene ai giuristi, appartiene ai cittadini.
E allora la questione diventa più ampia del referendum stesso.
Non è più soltanto “separazione delle carriere sì o no”. È una domanda sul modello di Stato che si vuole costruire. Uno Stato in cui il potere giudiziario resta autonomo e bilanciato secondo l’impianto originario, o uno Stato in cui quell’equilibrio viene rimodellato secondo nuove logiche.
Il rischio dell’equivoco.
Il vero terreno di scontro, oggi, non è giuridico ma comunicativo.
Se il referendum viene percepito come una riforma tecnica della giustizia, molti potrebbero votare con leggerezza. Se invece si comprende che riguarda l’assetto costituzionale, il peso della scelta cambia.
È su questo che si gioca la battaglia politica delle prossime settimane: chiarire o semplificare. Spiegare o sloganizzare.
Una scelta che va oltre il 22 e 23 marzo.
Alla fine, il voto sarà sovrano.
Ma una cosa è certa: quando si parla di Costituzione, non si parla mai soltanto del presente. Si parla di ciò che resterà quando gli attori politici di oggi non ci saranno più.
Le maggioranze passano. Le Carte restano.
Ed è per questo che, a Piazza Camagna, non si è discusso soltanto di un referendum. Si è discusso del limite. Di quel confine sottile che separa la riforma dalla riscrittura, l’equilibrio dall’azzardo, la prudenza dall’ambizione.
E in una democrazia matura, toccare quel confine non è mai un gesto neutro.
PD Reggio Calabria. A Piazza Camagna non si difende una tesi: si difende un’idea di Stato. L'Editoriale di Luigi Palamara Una differenza sostanziale tra fare campagna elettorale e difendere un principio. La prima è tattica. La seconda è destino. Domenica, a Reggio Calabria, non si è assistito soltanto a un banchetto di partito contro un referendum. Si è vista – piaccia o no – una parte politica che ha scelto di porre la questione sul piano più alto: non la giustizia, ma la Costituzione. Il Partito Democratico cittadino lo ha detto chiaramente. E Valeria Bonforte, nell’intervista raccolta dal giornalista Luigi Palamara, non ha usato mezzi termini: non si tratta di accelerare i processi, né di migliorare l’efficienza degli uffici giudiziari. Qui si interviene sull’architettura costituzionale. E quando si tocca l’architettura, non si sposta un mobile: si incrina o si rafforza l’edificio. Il nodo vero: non la giustizia, ma l’equilibrio dei poteri. Il punto sollevato da Bonforte e da Antonio Morabito è politico prima ancora che tecnico. La separazione delle carriere è stata presentata come il cuore della riforma. Ma secondo i promotori del No, essa è soltanto il vessillo visibile di un intervento più ampio che coinvolgerebbe sette articoli della Costituzione. Non è un dettaglio. La Costituzione italiana non è un regolamento condominiale che si aggiorna a maggioranza semplice. È l’equilibrio tra poteri che si controllano a vicenda per impedire che uno prevalga sugli altri. Se si interviene su quel bilanciamento – soprattutto in materia di magistratura – si entra in un territorio delicato, dove il rischio non è l’errore tecnico, ma la mutazione culturale. Antonio Morabito lo ha detto senza giri di parole: la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, con un ulteriore organismo disciplinare comune, non è una semplice riorganizzazione amministrativa. È una ridefinizione dei rapporti interni alla magistratura stessa. E qui nasce il sospetto politico: quale sarà, domani, il punto di caduta di questo nuovo assetto? Quando i decreti attuativi non sono ancora noti, la prudenza non è allarmismo. È responsabilità. L’unità difficile, ma la linea è chiara. Non sono mancate le domande sulle divisioni interne. In ogni grande partito la pluralità è fisiologica. Ma la linea ufficiale – è stato ribadito – resta quella del voto contrario. In piazza non c’erano solo militanti di passaggio. Accanto alla segreteria cittadina erano presenti il segretario provinciale del PD Peppe Panetta, il capogruppo dem al Consiglio comunale Giuseppe Marino e il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Marra, insieme a tesserati e simpatizzanti. Non una comparsata simbolica, ma una presa di posizione collettiva. E questo, in politica, pesa. Il clima e il simbolo. C’era freddo. C’era vento. Ma le piazze non si misurano con il termometro. Si misurano con la convinzione di chi le occupa. La scelta di fare campagna informativa non in una sala convegni ma in strada è già un messaggio: la Costituzione non appartiene ai giuristi, appartiene ai cittadini. E allora la questione diventa più ampia del referendum stesso. Non è più soltanto “separazione delle carriere sì o no”. È una domanda sul modello di Stato che si vuole costruire. Uno Stato in cui il potere giudiziario resta autonomo e bilanciato secondo l’impianto originario, o uno Stato in cui quell’equilibrio viene rimodellato secondo nuove logiche. Il rischio dell’equivoco. Il vero terreno di scontro, oggi, non è giuridico ma comunicativo. Se il referendum viene percepito come una riforma tecnica della giustizia, molti potrebbero votare con leggerezza. Se invece si comprende che riguarda l’assetto costituzionale, il peso della scelta cambia. È su questo che si gioca la battaglia politica delle prossime settimane: chiarire o semplificare. Spiegare o sloganizzare. Una scelta che va oltre il 22 e 23 marzo. Alla fine, il voto sarà sovrano. Ma una cosa è certa: quando si parla di Costituzione, non si parla mai soltanto del presente
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.