CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

Ucraina. Non è un pezzo di terra. È una nazione che rifiuta di morire.

Ucraina. Non è “un pezzo di terra”. È una nazione che rifiuta di morire.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Sul Corso Garibaldi, in una domenica tagliata dal freddo, hanno camminato donne e uomini che non chiedono compassione. Chiedono memoria. E rispetto. La manifestazione, conclusasi in preghiera a Reggio Calabria, non è stata un rito stanco. È stata una dichiarazione: l’Ucraina esiste. E non intende sparire.

Il 24 febbraio segna quattro anni dall’invasione su vasta scala del 2022. Ma chi conosce la storia sa che l’orologio della guerra ha iniziato a ticchettare prima, nel 2014, con la Crimea e il Donbas. Dodici anni di logoramento. Dodici anni in cui l’Europa ha oscillato tra sdegno e prudenza, tra sanzioni e diplomazie esitanti. Dodici anni in cui Kiev ha imparato che la libertà non è una parola: è un costo.

La manifestante Ucraina intervistata da Luigi Palamara ha detto una frase che pesa più di un editoriale: non è “un pezzo di terra”. È lì che si gioca l’equivoco occidentale. Ridurre il conflitto a una partita catastale – qualche chilometro in più o in meno – significa non capire che sui territori occupati vivono persone. Con una lingua, una memoria, una scelta. Dire “cedete per salvare vite” è un ragionamento che suona umanitario, ma rischia di diventare cinico: quante vite salva una resa? E quante ne condanna, consegnando cittadini a un destino deciso da altri?

C’è poi il punto che imbarazza molti: la resistenza. Non solo quella armata dei soldati nelle trincee, ma quella silenziosa di chi resta nei territori occupati. Voci modificate per sicurezza, testimonianze sussurrate. Non impugnano il mitra perché sarebbe un suicidio. Eppure resistono. È una parola che l’Europa ha imparato nei libri di storia. Oggi dovrebbe riconoscerla nelle cronache.

Qualcuno obietta: la pace prima di tutto. Certo. Ma la pace non è un interruttore che si spegne cedendo un confine. La pace è un equilibrio. E se l’equilibrio nasce dall’idea che l’aggressione paga, non è pace: è intervallo.
Opera del Maestro Natino Chirico: Ucraina

Il 27 febbraio, a Reggio, un documentario raccoglierà le storie di chi è fuggito e di chi è rimasto. Non servirà a vincere la guerra. Servirà a vincere l’oblio. Perché le guerre lunghe hanno un alleato potente: l’assuefazione. Ci si abitua ai bollettini, ai numeri, alle mappe colorate. Ci si stanca. E la stanchezza diventa politica.

In quella piazza non c’era retorica. C’era una frase semplice: “L’Ucraina resiste”. È una sfida, ma anche una domanda rivolta a noi. Resiste da dodici anni. Noi, da quanto tempo resistiamo alla tentazione di considerarla una questione lontana?

La storia insegna che le nazioni non muoiono quando perdono territorio. Muoiono quando accettano di non essere più una nazione. L’Ucraina, a giudicare da quella domenica fredda sul Corso, non ha alcuna intenzione di farlo. E questo, piaccia o no, riguarda anche l’Europa che dice di credere nella libertà.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara

Ucraina. Non è “un pezzo di terra”. È una nazione che rifiuta di morire. L'Editoriale di Luigi Palamara Sul Corso Garibaldi, in una domenica tagliata dal freddo, hanno camminato donne e uomini che non chiedono compassione. Chiedono memoria. E rispetto. La manifestazione, conclusasi in preghiera a Reggio Calabria, non è stata un rito stanco. È stata una dichiarazione: l’Ucraina esiste. E non intende sparire. Il 24 febbraio segna quattro anni dall’invasione su vasta scala del 2022. Ma chi conosce la storia sa che l’orologio della guerra ha iniziato a ticchettare prima, nel 2014, con la Crimea e il Donbas. Dodici anni di logoramento. Dodici anni in cui l’Europa ha oscillato tra sdegno e prudenza, tra sanzioni e diplomazie esitanti. Dodici anni in cui Kiev ha imparato che la libertà non è una parola: è un costo. La manifestante Ucraina intervistata da Luigi Palamara ha detto una frase che pesa più di un editoriale: non è “un pezzo di terra”. È lì che si gioca l’equivoco occidentale. Ridurre il conflitto a una partita catastale – qualche chilometro in più o in meno – significa non capire che sui territori occupati vivono persone. Con una lingua, una memoria, una scelta. Dire “cedete per salvare vite” è un ragionamento che suona umanitario, ma rischia di diventare cinico: quante vite salva una resa? E quante ne condanna, consegnando cittadini a un destino deciso da altri? C’è poi il punto che imbarazza molti: la resistenza. Non solo quella armata dei soldati nelle trincee, ma quella silenziosa di chi resta nei territori occupati. Voci modificate per sicurezza, testimonianze sussurrate. Non impugnano il mitra perché sarebbe un suicidio. Eppure resistono. È una parola che l’Europa ha imparato nei libri di storia. Oggi dovrebbe riconoscerla nelle cronache. Qualcuno obietta: la pace prima di tutto. Certo. Ma la pace non è un interruttore che si spegne cedendo un confine. La pace è un equilibrio. E se l’equilibrio nasce dall’idea che l’aggressione paga, non è pace: è intervallo. Il 27 febbraio, a Reggio, un documentario raccoglierà le storie di chi è fuggito e di chi è rimasto. Non servirà a vincere la guerra. Servirà a vincere l’oblio. Perché le guerre lunghe hanno un alleato potente: l’assuefazione. Ci si abitua ai bollettini, ai numeri, alle mappe colorate. Ci si stanca. E la stanchezza diventa politica. In quella piazza non c’era retorica. C’era una frase semplice: “L’Ucraina resiste”. È una sfida, ma anche una domanda rivolta a noi. Resiste da dodici anni. Noi, da quanto tempo resistiamo alla tentazione di considerarla una questione lontana? La storia insegna che le nazioni non muoiono quando perdono territorio. Muoiono quando accettano di non essere più una nazione. L’Ucraina, a giudicare da quella domenica fredda sul Corso, non ha alcuna intenzione di farlo. E questo, piaccia o no, riguarda anche l’Europa che dice di credere nella libertà. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ Hollow in My Hands - amrori hajar
@luigi.palamara

Ucraina. Non è “un pezzo di terra”. È una nazione che rifiuta di morire. L'Editoriale di Luigi Palamara Sul Corso Garibaldi, in una domenica tagliata dal freddo, hanno camminato donne e uomini che non chiedono compassione. Chiedono memoria. E rispetto. La manifestazione, conclusasi in preghiera a Reggio Calabria, non è stata un rito stanco. È stata una dichiarazione: l’Ucraina esiste. E non intende sparire. Il 24 febbraio segna quattro anni dall’invasione su vasta scala del 2022. Ma chi conosce la storia sa che l’orologio della guerra ha iniziato a ticchettare prima, nel 2014, con la Crimea e il Donbas. Dodici anni di logoramento. Dodici anni in cui l’Europa ha oscillato tra sdegno e prudenza, tra sanzioni e diplomazie esitanti. Dodici anni in cui Kiev ha imparato che la libertà non è una parola: è un costo. La manifestante Ucraina intervistata da Luigi Palamara ha detto una frase che pesa più di un editoriale: non è “un pezzo di terra”. È lì che si gioca l’equivoco occidentale. Ridurre il conflitto a una partita catastale – qualche chilometro in più o in meno – significa non capire che sui territori occupati vivono persone. Con una lingua, una memoria, una scelta. Dire “cedete per salvare vite” è un ragionamento che suona umanitario, ma rischia di diventare cinico: quante vite salva una resa? E quante ne condanna, consegnando cittadini a un destino deciso da altri? C’è poi il punto che imbarazza molti: la resistenza. Non solo quella armata dei soldati nelle trincee, ma quella silenziosa di chi resta nei territori occupati. Voci modificate per sicurezza, testimonianze sussurrate. Non impugnano il mitra perché sarebbe un suicidio. Eppure resistono. È una parola che l’Europa ha imparato nei libri di storia. Oggi dovrebbe riconoscerla nelle cronache. Qualcuno obietta: la pace prima di tutto. Certo. Ma la pace non è un interruttore che si spegne cedendo un confine. La pace è un equilibrio. E se l’equilibrio nasce dall’idea che l’aggressione paga, non è pace: è intervallo. Il 27 febbraio, a Reggio, un documentario raccoglierà le storie di chi è fuggito e di chi è rimasto. Non servirà a vincere la guerra. Servirà a vincere l’oblio. Perché le guerre lunghe hanno un alleato potente: l’assuefazione. Ci si abitua ai bollettini, ai numeri, alle mappe colorate. Ci si stanca. E la stanchezza diventa politica. In quella piazza non c’era retorica. C’era una frase semplice: “L’Ucraina resiste”. È una sfida, ma anche una domanda rivolta a noi. Resiste da dodici anni. Noi, da quanto tempo resistiamo alla tentazione di considerarla una questione lontana? La storia insegna che le nazioni non muoiono quando perdono territorio. Muoiono quando accettano di non essere più una nazione. L’Ucraina, a giudicare da quella domenica fredda sul Corso, non ha alcuna intenzione di farlo. E questo, piaccia o no, riguarda anche l’Europa che dice di credere nella libertà. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ audio originale Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti