Peppe Scopelliti. Elezioni Comunali a Reggio Calabria. Centrodestra, l’ora della verità: unità proclamata o svolta reale per salvare Reggio dal burrone?
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva sempre un momento, nella storia di una città stanca, in cui la politica si specchia e si chiede se ha ancora un volto o soltanto una maschera. A Reggio Calabria quel momento coincide con il ritorno sulla scena di Giuseppe Scopelliti, che parla di “grande aggregazione” del centrodestra come se stesse annunciando una riscossa morale prima ancora che elettorale.
Undici anni e mezzo di “malgoverno”, dice. Una città finita “nel burrone”. L’immagine è potente, quasi letteraria. Ma i burroni non si riempiono con le metafore. Si colmano con amministrazione, visione, coraggio. E soprattutto con credibilità. Perché i cittadini reggini – che non sono figuranti ma giudici severi – non vogliono più parole altisonanti: vogliono sapere chi li governerà e come.
Scopelliti insiste sull’unità. L’unità come valore imprescindibile, come scudo contro chi semina divisioni. È un refrain antico: quando una coalizione si ripete di essere unita, significa che sente il bisogno di rassicurarsi. Ma l’unità vera non si proclama nei convegni, si misura nelle scelte. E le scelte, finora, sembrano ancora sospese.
Il centrodestra, assicura, è plurale, aperto, privo di pensiero unico. Un mosaico che comprende l’UDC, la Lega, le liste civiche. È la fotografia di una coalizione larga, dove la dialettica è rivendicata come ricchezza. Giusto. La politica senza confronto diventa regime. Ma la politica con troppo confronto e poca sintesi diventa paralisi. E Reggio non può permettersi la paralisi.
Sulla sua presunta lista personale, Scopelliti si schermisce. Nessuna lista “di Scopelliti”, ma un contributo a “Reggio Futura”, lista storica che nel 2014 raccolse il 10,6% diventando il primo movimento della coalizione. La nostalgia, in politica, è un carburante pericoloso: può accendere entusiasmo o bruciare illusioni. Riproporre un modello è legittimo, ma la città chiede di sapere se quel modello ha imparato qualcosa dal tempo che è passato.
C’è poi il capitolo Franco Sarica, figura indicata come perno del progetto, possibile futuro consigliere regionale. Qui si intravede la strategia: consolidare un gruppo, rafforzare un asse con la Lega, costruire una filiera istituzionale. È politica pura, quella che si fa nei corridoi quanto nelle piazze.
E poi la domanda inevitabile: i due leader, Scopelliti e Francesco Cannizzaro, si sono riavvicinati? La risposta è secca: non si sono mai allontanati. Le divisioni, dice, sono invenzioni. Può darsi. Ma in politica le percezioni contano quanto i fatti. E se molti hanno avuto l’impressione di un gelo, forse un po’ di freddo c’era davvero.
Il nodo resta il candidato sindaco. “Mi auguro venga fuori al più presto”, dice Scopelliti. Magari oggi, magari Ciccio. Ma intanto si attende l’ufficializzazione del nome “più prestigioso possibile”. È la politica dell’attesa, che spesso nasconde trattative, equilibri, timori. Eppure lo stesso Scopelliti ammette che un candidato capace di scendere in campo subito, di percorrere le strade – “anche le più tortuose” – avrebbe oggi fiumi di persone pronte a seguirlo. È un’ammissione importante: la leadership non si eredita, si conquista metro dopo metro.
Il discorso si allarga poi alla giustizia. La distinzione delle carriere, l’Europa come bussola, il sorteggio per spezzare le correnti. E soprattutto le parole di Luca Palamara, che avrebbe definito politico il processo a suo carico. Qui l’intervista cambia tono: diventa personale, quasi esistenziale. Non è solo una riforma da sostenere, è una ferita da raccontare. Ma quando si parla di giustizia bisogna avere la schiena dritta: le riforme non possono essere percepite come rivincite individuali. Devono essere garanzie collettive.
Quanto alle parole de Procuratore Nicola Gratteri e al conflitto che si starebbe accendendo, Scopelliti invita ad abbassare i toni. È un appello ragionevole. L’Italia ha già troppi conflitti inutili. Ma anche qui vale la stessa regola: meno dichiarazioni, più decisioni.
Alla fine resta l’immagine iniziale: il burrone. Una città precipitata e una coalizione che promette di tirarla fuori. Per farlo non basta dichiararsi uniti, plurali, appassionati. Serve un nome, un progetto, una squadra e soprattutto un’assunzione di responsabilità che non ammetta ambiguità.
Reggio Calabria non ha bisogno di una celebrazione dell’unità. Ha bisogno di una direzione. Se il centrodestra riuscirà a trasformare l’aggregazione in guida e la nostalgia in visione, potrà davvero parlare di rinascita. Altrimenti resterà a contemplare il burrone, raccontando che la colpa è sempre di chi spinge.
Peppe Scopelliti. Elezioni Comunali a Reggio Calabria. Centrodestra, l’ora della verità: unità proclamata o svolta reale per salvare Reggio dal burrone? L'Editoriale di Luigi Palamara Arriva sempre un momento, nella storia di una città stanca, in cui la politica si specchia e si chiede se ha ancora un volto o soltanto una maschera. A Reggio Calabria quel momento coincide con il ritorno sulla scena di Giuseppe Scopelliti, che parla di “grande aggregazione” del centrodestra come se stesse annunciando una riscossa morale prima ancora che elettorale. Undici anni e mezzo di “malgoverno”, dice. Una città finita “nel burrone”. L’immagine è potente, quasi letteraria. Ma i burroni non si riempiono con le metafore. Si colmano con amministrazione, visione, coraggio. E soprattutto con credibilità. Perché i cittadini reggini – che non sono figuranti ma giudici severi – non vogliono più parole altisonanti: vogliono sapere chi li governerà e come. Scopelliti insiste sull’unità. L’unità come valore imprescindibile, come scudo contro chi semina divisioni. È un refrain antico: quando una coalizione si ripete di essere unita, significa che sente il bisogno di rassicurarsi. Ma l’unità vera non si proclama nei convegni, si misura nelle scelte. E le scelte, finora, sembrano ancora sospese. Il centrodestra, assicura, è plurale, aperto, privo di pensiero unico. Un mosaico che comprende l’UDC, la Lega, le liste civiche. È la fotografia di una coalizione larga, dove la dialettica è rivendicata come ricchezza. Giusto. La politica senza confronto diventa regime. Ma la politica con troppo confronto e poca sintesi diventa paralisi. E Reggio non può permettersi la paralisi. Sulla sua presunta lista personale, Scopelliti si schermisce. Nessuna lista “di Scopelliti”, ma un contributo a “Reggio Futura”, lista storica che nel 2014 raccolse il 10,6% diventando il primo movimento della coalizione. La nostalgia, in politica, è un carburante pericoloso: può accendere entusiasmo o bruciare illusioni. Riproporre un modello è legittimo, ma la città chiede di sapere se quel modello ha imparato qualcosa dal tempo che è passato. C’è poi il capitolo Franco Sarica, figura indicata come perno del progetto, possibile futuro consigliere regionale. Qui si intravede la strategia: consolidare un gruppo, rafforzare un asse con la Lega, costruire una filiera istituzionale. È politica pura, quella che si fa nei corridoi quanto nelle piazze. E poi la domanda inevitabile: i due leader, Scopelliti e Francesco Cannizzaro, si sono riavvicinati? La risposta è secca: non si sono mai allontanati. Le divisioni, dice, sono invenzioni. Può darsi. Ma in politica le percezioni contano quanto i fatti. E se molti hanno avuto l’impressione di un gelo, forse un po’ di freddo c’era davvero. Il nodo resta il candidato sindaco. “Mi auguro venga fuori al più presto”, dice Scopelliti. Magari oggi, magari Ciccio. Ma intanto si attende l’ufficializzazione del nome “più prestigioso possibile”. È la politica dell’attesa, che spesso nasconde trattative, equilibri, timori. Eppure lo stesso Scopelliti ammette che un candidato capace di scendere in campo subito, di percorrere le strade – “anche le più tortuose” – avrebbe oggi fiumi di persone pronte a seguirlo. È un’ammissione importante: la leadership non si eredita, si conquista metro dopo metro. Il discorso si allarga poi alla giustizia. La distinzione delle carriere, l’Europa come bussola, il sorteggio per spezzare le correnti. E soprattutto le parole di Luca Palamara, che avrebbe definito politico il processo a suo carico. Qui l’intervista cambia tono: diventa personale, quasi esistenziale. Non è solo una riforma da sostenere, è una ferita da raccontare. Ma quando si parla di giustizia bisogna avere la schiena dritta: le riforme non possono essere percepite come rivincite individuali. Devono essere garanzie collettive. Quanto alle parole de Procuratore Nicola Gratteri e al conflitto che si starebbe accendendo, Scopelliti invita ad abbassare i toni. È un appello ragi
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