@luigi.palamara Quando il truffatore seriale si ammanta da paladino della legalità La melma dell’anima e la dignità calpestata L'Editoriale di Luigi Palamara Una legge non scritta, più severa di qualunque codice: chi si avvicina al truffatore finisce per somigliargli. E chi gli tende la mano, prima o poi, scopre che quella mano viene morsicata. Non è una questione di sfortuna, ma di contiguità morale. Il male, come l’umidità, penetra lentamente: non fa rumore, non annuncia il suo arrivo, ma quando te ne accorgi sei già marcio. Esiste un confine netto, netto come il filo di una lama ben affilata, tra l’errore umano e l’indegnità. Superarlo non è una svista, ma una scelta. Chi tenta di colpire la dignità altrui non lo fa per ignoranza o debolezza, ma per vocazione meschina. Lo fa con metodo. Talvolta con piacere. È il vigliacco che, non potendo salire, scava. E mentre scava si convince persino di stare costruendo qualcosa. Il truffatore seriale non vive solo di menzogne: vive di complici. Di chi gli crede, di chi finge di non vedere, di chi pensa di poterlo usare senza esserne contaminato. È un’illusione vecchia quanto l’uomo. Nessuno attraversa il fango restando pulito. E chi gli dà corda, convinto di essere più furbo, finisce invariabilmente per pagare il conto. Sempre salato. Sempre in ritardo. Viviamo tempi grotteschi, in cui la calunnia si traveste da opinione, l’insulto da franchezza e la diffamazione da spirito critico. Il truffatore moderno non si presenta più con la coppola calata sugli occhi: oggi indossa la maschera del moralizzatore, si proclama paladino della legalità, pontifica come un sacerdote laico dell’etica. È il peccatore che, per salvarsi l’immagine, pretende di processare l’anima altrui. Fruga nella “melma” degli altri come un ladro nei cassetti che non gli appartengono. Non per amore della verità, ma per un disperato bisogno di elevarsi senza averne i mezzi morali. È il misero che, non potendo brillare, spegne le luci altrui. Ma c’è un’illusione che accompagna sempre questa danza sporca: quella di farla franca. Di restare impuniti. Di continuare a esistere nell’ombra mentre si tenta di spegnere ogni luce. Io, paradossalmente, devo ringraziare quell’incontro. Sì, perché a volte la disgrazia si traveste da occasione. Aver incrociato il truffatore è stato, per me, una fortuna. Una fonte di guadagno enorme. Non solo materiale, ma soprattutto di lucidità. Mi ha insegnato quanto vale la pazienza, quanto renda la verità quando smette di urlare e comincia ad aspettare. E la partita, sia chiaro, non è ancora finita. Perché c’è un errore che i truffatori commettono sempre: credere di essere intoccabili. Pensano che il rumore che fanno copra le crepe sotto i piedi. Ma il mondo non dimentica. Può sembrare distratto, talvolta perfino complice, ma alla fine presenta il conto. E quando lo fa, non chiede permesso. Il truffatore piccolo piccolo — perché non è nemmeno un grande truffatore, ma una figura patetica, avvinghiata come una zecca ai corpi vivi — vive succhiando. Succhia dignità, energia, fiducia. Ma la sua sorte è segnata. Non per vendetta, che è roba da mediocri, ma per giustizia. Quella terrena, lenta ma inesorabile. E quella più alta, silenziosa e definitiva. Tutto, lentamente ma inevitabilmente, gli si sta ritorcendo contro. Forse non se n’è ancora accorto. O forse fa finta di niente, come chi sente arrivare il temporale e insiste a dire che è solo vento. Ma c’è sempre un Giudice a Berlino. Non quello dei tribunali, che arrivano quando possono, ma quello della realtà, che arriva quando deve. Basta avere la pazienza di aspettare. A costoro non si deve rispetto. Il rispetto non si reclama: si merita. E la risposta più nobile al fango non è il fango, ma l’isolamento. La fermezza. Il rifiuto di abbassarsi. Perché l’anima, quando è integra, non si lascia trascinare nella cloaca. Chi resta in piedi è già salvo. Gli altri verranno dimenticati. Come insetti schiacciati sul vetro della Storia. Insignificanti. Indegni. Meschini. Nullità.
♬ suono originale - Luigi Palamara
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