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Referendum sulla Giustizia. Quando la Giustizia diventa bandiera: dal bisturi dei tecnici all’accetta della politica.

Referendum sulla Giustizia. Quando la Giustizia diventa bandiera: dal bisturi dei tecnici all’accetta della politica.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci sono stagioni in cui un Paese discute, e stagioni in cui un Paese si divide. Fino a ieri, sulla Giustizia, l’Italia discuteva. Da domani, temo, comincerà a dividersi.

Finora a parlare del referendum sono stati avvocati e magistrati. Gente che, per mestiere, maneggia parole come fossero bisturi: separazione delle carriere, responsabilità civile, ordinamento giudiziario. Un lessico che non accende i cuori ma affila i ragionamenti. Si sono confrontati nei convegni, nelle aule, nei dibattiti televisivi frequentati più dagli addetti ai lavori che dai cittadini. Hanno parlato alla testa. Talvolta, bisogna dirlo, più alla propria corporazione che al Paese.

Ora la politica sta per scendere in campo. E tutto cambierà.

Perché la politica non usa il bisturi: usa l’accetta. Non seziona, taglia. Non distingue, contrappone. Trasforma un comma in uno slogan, una procedura in un vessillo, una riforma tecnica in una crociata morale. La giustizia non sarà più questione di “funzionamento dello Stato”, ma diventerà lotta tra “libertà e sicurezza”, tra “garantismo e giustizialismo”, tra “popolo e casta”. E quando le parole diventano bandiere, non servono più a capire: servono a schierarsi.

Avvocati e magistrati non possono competere con quest’anima della politica. Non per inferiorità, ma per natura. Sono vincolati ai codici, alla deontologia, alla coerenza interna del sistema. Il loro orizzonte è la verità processuale, che è cosa diversa dalla verità emotiva. Un avvocato può spiegare perché una norma è inefficiente. Un politico può dire che quella norma è “un insulto al popolo” o “uno scudo per i potenti”. Indovinate quale frase resterà nella memoria dell’elettore.

La politica parla alla pancia, ma soprattutto all’identità. E quando scende in campo, la giustizia cessa di essere un meccanismo e diventa una bandiera. Chi vota non sceglie più tra due modelli di processo: sceglie tra due visioni del mondo. È una metamorfosi radicale, e irreversibile.

Il referendum, poi, è il terreno ideale per questa trasformazione. È binario, brutale nella sua semplicità: Sì o No. Non ammette sfumature, non contempla mediazioni. Il confronto tecnico vive di distinguo; quello politico vive di collisioni. Con l’ingresso dei partiti, il quesito passerà in secondo piano. Il voto diventerà un test sul governo, un plebiscito su un leader, una resa dei conti tra maggioranza e opposizione. L’elettore non voterà sulla riforma della giustizia, ma sulla fiducia – o la sfiducia – verso chi la propone o la osteggia.

Ed ecco il paradosso. La politica accende i riflettori sul tema, mobilita le masse, riempie le piazze e i talk show. Ma, nel farlo, rischia di svuotare il contenuto. Più si alza il volume, meno si ascolta il merito. Più si semplifica, più si distorce. I giuristi, che non sanno parlare alle folle, verranno relegati a consulenti di parte o trasformati in bersagli. E il cittadino, che avrebbe diritto a capire, sarà chiamato a scegliere di pancia.

Non è necessariamente una tragedia: è la natura della politica. Ma è bene saperlo. Quando la politica entra, non entra per chiarire. Entra per appropriarsi. E da quel momento, la partita non si gioca più nelle aule dei tribunali, ma nel teatro della rappresentanza.

Lì dove non vince chi ha ragione, ma chi convince.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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