Reggio Calabria non è una variabile di costo
(e il lavoro non è un algoritmo)
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria le parole pesano più che altrove. Perché qui non sono mai astratte. Qui “lavoro”, “territorio”, “famiglie” non sono concetti da convegno, ma fatti quotidiani. E quando improvvisamente spariscono dai bandi, dai contratti, dalle strategie industriali, il colpo non è teorico: è reale.
La vertenza dei call center Enel riguarda circa mille lavoratrici e lavoratori in Calabria, trecento dei quali nella nostra città. Non numeri, ma persone. Madri, padri, giovani che hanno costruito una fragile stabilità attorno a un impiego che oggi rischia di diventare provvisorio, trasferibile, cancellabile. In una parola: sacrificabile.
I nuovi bandi di gara parlano il linguaggio freddo dell’efficienza. Delocalizzazione possibile. Clausola sociale aggirata. Territorialità archiviata. E poi l’intelligenza artificiale, evocata come una promessa salvifica, quando invece rischia di diventare l’alibi perfetto per ridurre personale e diritti. È una storia già vista: prima si chiama innovazione, poi si scopre che è solo un taglio.
Reggio Calabria, però, non è una voce di bilancio. Non è un costo da comprimere. È una città che ha già pagato abbastanza in termini di lavoro perso, opportunità negate, giovani costretti ad andare via. Pensare di togliere ossigeno occupazionale a questo territorio significa ignorarne deliberatamente la fragilità economica e sociale.
In Commissione consiliare, questa volta, la politica ha dato un segnale chiaro. Unanimità. Una parola rara, quasi sospetta, in tempi di divisioni permanenti. Ma necessaria. Una risoluzione che chiede ciò che dovrebbe essere scontato: un tavolo di crisi, il coinvolgimento della Regione Calabria, l’intervento del Governo nazionale.
Perché Enel non è un’azienda qualsiasi. È una società partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Lo Stato è dentro, non ai margini. E quando lo Stato è azionista non può limitarsi a incassare dividendi e voltarsi dall’altra parte quando il prezzo lo pagano i lavoratori.
La domanda è semplice, quasi imbarazzante nella sua evidenza: può un colosso pubblico consentire che centinaia di lavoratori vengano messi di fronte alla scelta tra un trasferimento a centinaia di chilometri o uno stipendio che non copre neppure i costi di sopravvivenza? Può chiamarsi progresso ciò che impoverisce un territorio già provato?
A Reggio Calabria la clausola sociale non è una bandiera ideologica. È una linea di confine. Senza quella clausola non c’è mercato, c’è arbitrio. Non c’è concorrenza, c’è dumping sociale. Non c’è futuro, c’è solo un presente più povero.
L’innovazione non è il problema. Lo diventa quando viene usata come scusa. Quando migliora le condizioni di lavoro è progresso. Quando cancella il lavoro, è una regressione mascherata da modernità.
Difendere i lavoratori dei call center Enel non significa opporsi al cambiamento. Significa impedire che il cambiamento passi, ancora una volta, sopra Reggio Calabria. E questa è una battaglia che non ha colore politico, ma una sola direzione: la dignità.
Perché una città che rinuncia al lavoro rinuncia a se stessa. E Reggio Calabria, questo lusso, non può permetterselo.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.