Reggio tra memoria e rischio: la sfida di Falcomatà è convincere che cambiare sia più pericoloso che continuare.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono interviste che servono a informare e interviste che servono a capire il clima di una città. Questa — al netto della prudenza istituzionale, delle formule educate e dei sorrisi di circostanza — appartiene alla seconda categoria. Perché, quando un amministratore parla di dodici anni di governo, in realtà non parla più soltanto di bilanci: parla di identità.
Giuseppe Falcomatà non rivendica semplicemente risultati. Rivendica continuità. È la parola chiave che aleggia dietro ogni sua risposta: continuità contro rottura, memoria contro azzeramento, amministrazione contro propaganda. Non è un dettaglio lessicale. È la fotografia di una campagna elettorale che non si giocherà sui programmi — che ormai somigliano tutti a brochure di architetti — ma sul racconto del passato.
Il centrodestra, dice, già nel 2020 preparava lo sfratto. L’immagine è domestica e feroce insieme: la politica come condominio, il voto come ufficiale giudiziario. Ma la storia non andò così. E Falcomatà la usa come argomento principale: chi parla troppo presto dimostra di non conoscere i reggini. Non gli avversari: gli elettori. È una distinzione importante. Il sindaco — anzi, il consigliere regionale — sta dicendo che a Reggio si perde quando si sottovaluta l’orgoglio civico, non quando si sbaglia slogan.
Dodici anni: debiti, società fallite, servizi inesistenti, pianificazione assente. La classica eredità della politica meridionale: città in dissesto, amministrazioni commissariali, ricostruzioni lente come una burocrazia che cresce da sé. Lui sostiene di aver trasformato quel caos in una struttura. Gli avversari sosterranno l’opposto: che la struttura è diventata sistema. Ed è qui che la campagna elettorale smette di essere tecnica e diventa antropologica. Non si voterà per chi promette di fare di più, ma per chi racconta meglio cosa è stato fatto.
Falcomatà insiste su un punto quasi ostinatamente: niente insulti. È un messaggio meno moralista di quanto sembri. In realtà significa: non sposteremo lo scontro sul terreno emotivo perché su quello vincono sempre gli sfidanti. Chi governa difende; chi attacca incendia. E Reggio, come tutte le città stanche, oscilla sempre tra stabilità e incendio.
Poi compare un fantasma politico: Scopelliti. Non lo nomina come nemico, ma come normalità. È la scelta più intelligente. In Calabria gli avversari non si demonizzano, si assorbono nel paesaggio. La politica qui non è alternanza, è stratificazione: ogni stagione resta dentro la successiva. Dire “non c’è nulla di strano” significa riconoscere che il passato non se ne va mai davvero — torna sempre, con un candidato, con un simbolo o con una nostalgia.
Le primarie, invece, servono a un altro scopo: legittimazione. Mimmo Battaglia non viene presentato come il migliore, ma come il naturale. Prima vicesindaco, poi facente funzioni: la successione amministrativa trasformata in successione politica. È la democrazia interna usata come rito di investitura. Non scegliere, ma confermare.
Infine la Regione. Qui il tono cambia: meno epico, più tecnico. Minoranza, merito delle questioni, niente polemiche strumentali. Tradotto: dall’amministrazione si passa all’opposizione responsabile. È il linguaggio di chi non può più inaugurare cantieri e deve misurarsi con temi immateriali — sanità e mobilità — dove la propaganda si consuma più velocemente dei risultati.
La frase conclusiva è quella che resta: evitare che la Calabria sia ultima in tutte le classifiche. È un obiettivo modesto e gigantesco insieme. Modesto perché non promette primati, gigantesco perché nel Sud la normalità è sempre la rivoluzione più difficile.
Questa intervista, in fondo, racconta proprio questo: non la sicurezza di vincere, ma la convinzione che l’elettore scelga tra memoria e rischio. Falcomatà scommette sulla memoria. Gli avversari punteranno sul rischio.
E a Reggio Calabria — come spesso accade nelle città con troppe storie — non vince chi urla di più. Vince chi convince i cittadini che il futuro assomiglia abbastanza al passato da non fare paura.
Reggio tra memoria e rischio: la sfida di Falcomatà è convincere che cambiare sia più pericoloso che continuare. L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono interviste che servono a informare e interviste che servono a capire il clima di una città. Questa — al netto della prudenza istituzionale, delle formule educate e dei sorrisi di circostanza — appartiene alla seconda categoria. Perché, quando un amministratore parla di dodici anni di governo, in realtà non parla più soltanto di bilanci: parla di identità. Giuseppe Falcomatà non rivendica semplicemente risultati. Rivendica continuità. È la parola chiave che aleggia dietro ogni sua risposta: continuità contro rottura, memoria contro azzeramento, amministrazione contro propaganda. Non è un dettaglio lessicale. È la fotografia di una campagna elettorale che non si giocherà sui programmi — che ormai somigliano tutti a brochure di architetti — ma sul racconto del passato. Il centrodestra, dice, già nel 2020 preparava lo sfratto. L’immagine è domestica e feroce insieme: la politica come condominio, il voto come ufficiale giudiziario. Ma la storia non andò così. E Falcomatà la usa come argomento principale: chi parla troppo presto dimostra di non conoscere i reggini. Non gli avversari: gli elettori. È una distinzione importante. Il sindaco — anzi, il consigliere regionale — sta dicendo che a Reggio si perde quando si sottovaluta l’orgoglio civico, non quando si sbaglia slogan. Dodici anni: debiti, società fallite, servizi inesistenti, pianificazione assente. La classica eredità della politica meridionale: città in dissesto, amministrazioni commissariali, ricostruzioni lente come una burocrazia che cresce da sé. Lui sostiene di aver trasformato quel caos in una struttura. Gli avversari sosterranno l’opposto: che la struttura è diventata sistema. Ed è qui che la campagna elettorale smette di essere tecnica e diventa antropologica. Non si voterà per chi promette di fare di più, ma per chi racconta meglio cosa è stato fatto. Falcomatà insiste su un punto quasi ostinatamente: niente insulti. È un messaggio meno moralista di quanto sembri. In realtà significa: non sposteremo lo scontro sul terreno emotivo perché su quello vincono sempre gli sfidanti. Chi governa difende; chi attacca incendia. E Reggio, come tutte le città stanche, oscilla sempre tra stabilità e incendio. Poi compare un fantasma politico: Scopelliti. Non lo nomina come nemico, ma come normalità. È la scelta più intelligente. In Calabria gli avversari non si demonizzano, si assorbono nel paesaggio. La politica qui non è alternanza, è stratificazione: ogni stagione resta dentro la successiva. Dire “non c’è nulla di strano” significa riconoscere che il passato non se ne va mai davvero — torna sempre, con un candidato, con un simbolo o con una nostalgia. Le primarie, invece, servono a un altro scopo: legittimazione. Mimmo Battaglia non viene presentato come il migliore, ma come il naturale. Prima vicesindaco, poi facente funzioni: la successione amministrativa trasformata in successione politica. È la democrazia interna usata come rito di investitura. Non scegliere, ma confermare. Infine la Regione. Qui il tono cambia: meno epico, più tecnico. Minoranza, merito delle questioni, niente polemiche strumentali. Tradotto: dall’amministrazione si passa all’opposizione responsabile. È il linguaggio di chi non può più inaugurare cantieri e deve misurarsi con temi immateriali — sanità e mobilità — dove la propaganda si consuma più velocemente dei risultati. La frase conclusiva è quella che resta: evitare che la Calabria sia ultima in tutte le classifiche. È un obiettivo modesto e gigantesco insieme. Modesto perché non promette primati, gigantesco perché nel Sud la normalità è sempre la rivoluzione più difficile. Questa intervista, in fondo, racconta proprio questo: non la sicurezza di vincere, ma la convinzione che l’elettore scelga tra memoria e rischio. Falcomatà scommette sulla memoria. Gli avversari punteranno sul rischio. E a Reggio Calabria —
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