Vannacci se ne va. E la politica scopre di essere sola.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono momenti in cui la politica italiana somiglia ai paesi del Sud: tutti sanno che qualcosa sta per rompersi, ma nessuno sa dire quando. Si avverte solo un’inquietudine, come prima di un temporale che non rinfresca ma distrugge i raccolti.
Roberto Vannacci se ne va dalla Lega così. Senza un fragore e senza un silenzio. Con la naturalezza di chi non ha mai davvero abitato una casa, ma solo dormito in una stanza in affitto.
A Bruxelles, nei corridoi del Parlamento europeo, la politica non ha voce: ha sussurri.
— Generale, ma davvero pensa di farcela da solo?
— Da solo no. Ma senza padrini sì.
— E la Lega?
Vannacci sorride appena. È un sorriso pratico, non polemico.
— I partiti credono di usare gli uomini. Poi scoprono che gli uomini si usano da sé.
Fuori dalle finestre, l’Europa continua a sembrare lontana. Qui le ideologie sono diventate regolamenti, e le passioni si archiviano come emendamenti respinti. Vannacci cammina come chi ha già deciso. Non tradisce: semplicemente prosegue.
Matteo Salvini, invece, resta fermo. Ed è questa la differenza che conta. Ha pensato che bastasse accogliere un volto forte per recuperare una forza perduta. Ma la politica non è ospitalità: è costruzione lenta, faticosa, spesso ingrata. Chi arriva da fuori non si radica. Germoglia altrove.
A Pontida, la domenica, le parole sono più rumorose ma meno chiare. Qui la politica parla al cuore prima che alla testa. È sempre stato così.
— Ma allora se ne va davvero?
— Così pare.
— E noi?
Un uomo anziano stringe la bandiera come si stringe un rosario.
— Noi restiamo. Ma non basta restare, se non sai dove stai andando.
Pontida è il luogo dei giuramenti, ma anche delle illusioni. Si giura quando si teme di non essere più certi. La Lega ha giurato molte volte a se stessa. Ogni volta un po’ più piano.
Il problema non è Vannacci. Gli uomini passano, e spesso non lasciano nemmeno orme. Il problema è l’idea che un partito possa prendere in prestito un’identità, come si prende un attrezzo, e poi restituirla senza danni. Le identità non si restituiscono: si consumano.
Per Fratelli d’Italia è una pressione ai margini, una voce che disturba. Per la Lega è qualcosa di più profondo: è la sensazione di aver smarrito il centro mentre si difendevano i confini. Ogni voto che scivola a destra non è solo un numero perso: è una domanda senza risposta.
Il vero dramma non è la ribellione, ma la solitudine che la precede. Salvini oggi appare così: circondato, ma solo. Pieno di nomi, povero di struttura. Ricco di movimenti, povero di direzione.
La morale, se c’è, non ha bisogno di essere gridata. I partiti non sono taxi elettorali. Chi sale per arrivare lontano, prima o poi scende dove conviene a lui. E chi guida resta a guardare la strada, chiedendosi quando ha smesso di sapere dove stava andando.
La destra italiana corre ancora. Ma corre come chi ha fretta di arrivare prima di capire dove. E la storia insegna che non è la velocità a tradire gli uomini: è l’assenza di una meta.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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