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Dializzati di Calabria, condannati all’attesa

Dializzati di Calabria, condannati all’attesa

Quando la sanità dimentica i malati

A Reggio Calabria la protesta dei pazienti dializzati riporta al centro una verità che la politica continua a rinviare: ci sono emergenze che non possono attendere né i tempi della burocrazia né quelli della propaganda. Le voci che abbiamo raccolto raccontano una Calabria dove curarsi, ancora oggi, è una battaglia quotidiana.

L'Editoriale di Luigi Palamara


Reggio Calabria 26 marzo 2026. Ci sono vicende che non hanno bisogno di enfasi, perché contengono già in sé tutta la loro drammaticità. Basta ascoltarle. Basta, soprattutto, non distogliere lo sguardo.

Le testimonianze raccolte a Piazza Italia, a Reggio Calabria, durante il sit-in dei pazienti dializzati davanti alla Prefettura, appartengono a questa categoria di fatti nudi, essenziali, incontrovertibili. Non sono slogan, non sono rivendicazioni astratte, non sono nemmeno polemiche nel senso ordinario del termine. Sono parole di persone che chiedono la cosa più semplice e più alta che uno Stato debba garantire: continuare a vivere con dignità.

Quando una paziente racconta di tornare a casa distrutta, di avere una figlia di sedici anni a cui non riesce a dedicare le attenzioni che vorrebbe, di dover accudire anche una madre malata, la questione sanitaria esce immediatamente dai recinti della tecnica e si presenta per ciò che realmente è: una questione umana e civile. La dialisi non pesa soltanto sul corpo; pesa sulla famiglia, sui tempi della vita, sugli equilibri domestici, sulla serenità dei figli, sulla fatica quotidiana di chi, pur malato, continua a sentirsi responsabile degli altri.

Ed è forse proprio questo il punto più doloroso che emerge da quelle interviste: i dializzati non parlano come una categoria organizzata, ma come uomini e donne che hanno piena coscienza della propria fragilità e, insieme, della propria dignità. Dicono con chiarezza che nessuno ha scelto di essere dializzato. Dicono che la dialisi è un salvavita. Dicono che, senza continuità terapeutica, non si apre genericamente un disagio: si mette a rischio la sopravvivenza stessa della persona.

In queste voci non c’è retorica. C’è la precisione della sofferenza. C’è la descrizione di settimane scandite da quattro ore attaccati a una macchina, da ritorni a casa in condizioni di spossatezza estrema, da giornate vissute come in sospensione, da domeniche considerate “di festa” soltanto perché, per qualche ora, non si è legati a un tubo. È una vita ridotta all’essenziale, governata dalla terapia, regolata dalla fatica, limitata da forze che vengono meno. Eppure, dentro questa prova, resta intatto il bisogno di essere trattati non come numeri, ma come cittadini.

Uno dei passaggi più significativi delle interviste riguarda il centro San Giorgio di Pellaro, indicato dai pazienti come presidio essenziale. Non viene descritto come una comodità, ma come una necessità. La differenza è sostanziale. Per chi esce da una seduta di dialisi, percorrere molti chilometri in più per raggiungere casa non è un dettaglio logistico: è un ulteriore sacrificio fisico, spesso insostenibile. Nelle parole raccolte da Palamara c’è un’immagine durissima: all’uscita dalla terapia, alcuni pazienti “strisciano”. È una parola che dovrebbe bastare, da sola, a imporre responsabilità, rapidità, decisione.

A questa dimensione esistenziale si affianca poi quella, altrettanto grave, della burocrazia sanitaria. I pazienti raccontano di autorizzazioni, passaggi, visite, carte, filtri amministrativi che si moltiplicano anche quando la patologia è cronica, conclamata, permanente. È la solita macchina pubblica che, anziché alleggerire il peso di chi soffre, finisce per aggravarlo. E così il malato diventa, oltre che paziente, anche praticante di sé stesso: costretto a dimostrare continuamente la propria condizione a un sistema che già la conosce.

Ma accanto alla testimonianza dei pazienti, le parole del dottor Pietro Finocchiaro introducono un elemento decisivo: quello della realtà numerica. La sua analisi è sobria, misurata, priva di forzature, e proprio per questo ancora più allarmante. Il quadro che descrive è chiaro: i posti disponibili fra ospedale, Scilla e Melito non sono sufficienti a coprire il fabbisogno complessivo della provincia nel caso in cui il centro San Giorgio non fosse più operativo. La conseguenza, detta senza enfasi, è che circa il 50 per cento dei pazienti attualmente in cura nel centro resterebbe senza posto dialisi nell’immediato.

Sono numeri che non si prestano a interpretazioni comode. Sono numeri che chiamano in causa responsabilità precise. Finocchiaro indica anche la soluzione: l’accreditamento pieno del centro, che potrebbe arrivare a una capacità potenziale di 72 posti. Il nodo, dunque, non è teorico. Non riguarda ipotesi futuribili. Riguarda un atto amministrativo, una decisione, una volontà. Riguarda la distanza, troppo spesso abissale, tra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che concretamente viene fatto.

L’intervento dell’onorevole Giuseppe Falcomatà sposta infine il discorso sul piano politico, ma senza allontanarlo dalla sostanza. Quando afferma che i dializzati non possono aspettare né i tempi della politica né quelli di una sanità pubblica che non offre più sicurezza, dice una verità che va oltre lo scontro tra schieramenti. Le patologie non aspettano. Le insufficienze renali non aspettano. Le famiglie non possono organizzare il proprio dolore secondo il calendario delle conferenze, dei ricorsi, delle istruttorie o delle competenze rimpallate da un ufficio all’altro.

Falcomatà ricorda che l’apertura del centro dialisi aveva rappresentato una risposta concreta, una pagina positiva nata dalla collaborazione istituzionale e dall’impegno dei pazienti e dell’ANED. Ma ricorda anche che, a distanza di due anni, l’accreditamento promesso non è arrivato, nonostante contenziosi, ricorsi e sentenze favorevoli. In questo scarto tra promessa e attuazione si annida, forse, la malattia più profonda della sanità calabrese: non soltanto la scarsità di risorse, ma l’incapacità di trasformare in stabilità ciò che viene annunciato come soluzione.

È qui che il caso di Reggio Calabria smette di essere soltanto locale. Diventa il riflesso di un problema più ampio: il rapporto tra cittadino e istituzione, tra bisogno reale e risposta pubblica, tra la concretezza del dolore e l’astrazione del potere. Perché una società si misura soprattutto nel modo in cui tratta chi dipende quotidianamente da una cura, da un presidio, da una presenza costante dello Stato. E se proprio in quel punto lo Stato si ritrae, rinvia, tentenna, allora il problema non è soltanto sanitario. È democratico.

Le parole raccolte oggi hanno il merito di riportare tutto questo alla sua nuda evidenza. Un paziente dice di avere versato contributi per una vita e di non capire perché, al momento del bisogno, non trovi assistenza. In questa frase c’è un principio fondamentale: la sanità pubblica non è un favore, non è un atto di generosità, non è una concessione. È il patto concreto tra cittadino e Repubblica. E quando quel patto si incrina proprio nel luogo della massima vulnerabilità, si incrina anche la fiducia collettiva.

Per questo oggi la questione dei dializzati di Reggio Calabria non può essere archiviata come l’ennesima vertenza sanitaria. Qui non siamo davanti a una richiesta marginale, ma a una domanda di continuità terapeutica, di buon senso amministrativo, di rispetto per la persona. I pazienti chiedono che il centro di Pellaro venga messo in condizione di operare stabilmente. Chiedono che la burocrazia non diventi una seconda malattia. Chiedono che la sanità territoriale torni a essere una struttura di prossimità e non una corsa a ostacoli.

Sono richieste elementari. Proprio per questo non sono rinviabili.

Una regione può discutere di grandi opere, di assetti istituzionali, di strategie e di visioni. Ma prima di tutto deve saper custodire i suoi cittadini più fragili. Perché quando un malato chiede di non essere lasciato solo, non sta domandando un privilegio: sta ricordando allo Stato il suo primo dovere.

E davanti a un dovere così, ogni ritardo ha già il sapore di una colpa.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Dializzati di Calabria, condannati all’attesa Quando la sanità dimentica i malati A Reggio Calabria la protesta dei pazienti dializzati riporta al centro una verità che la politica continua a rinviare: ci sono emergenze che non possono attendere né i tempi della burocrazia né quelli della propaganda. Le voci che abbiamo raccolto raccontano una Calabria dove curarsi, ancora oggi, è una battaglia quotidiana. L'Editoriale di Luigi Palamara Reggio Calabria 26 marzo 2026. Ci sono vicende che non hanno bisogno di enfasi, perché contengono già in sé tutta la loro drammaticità. Basta ascoltarle. Basta, soprattutto, non distogliere lo sguardo. Le testimonianze raccolte a Piazza Italia, a Reggio Calabria, durante il sit-in dei pazienti dializzati davanti alla Prefettura, appartengono a questa categoria di fatti nudi, essenziali, incontrovertibili. Non sono slogan, non sono rivendicazioni astratte, non sono nemmeno polemiche nel senso ordinario del termine. Sono parole di persone che chiedono la cosa più semplice e più alta che uno Stato debba garantire: continuare a vivere con dignità. Quando una paziente racconta di tornare a casa distrutta, di avere una figlia di sedici anni a cui non riesce a dedicare le attenzioni che vorrebbe, di dover accudire anche una madre malata, la questione sanitaria esce immediatamente dai recinti della tecnica e si presenta per ciò che realmente è: una questione umana e civile. La dialisi non pesa soltanto sul corpo; pesa sulla famiglia, sui tempi della vita, sugli equilibri domestici, sulla serenità dei figli, sulla fatica quotidiana di chi, pur malato, continua a sentirsi responsabile degli altri. Ed è forse proprio questo il punto più doloroso che emerge da quelle interviste: i dializzati non parlano come una categoria organizzata, ma come uomini e donne che hanno piena coscienza della propria fragilità e, insieme, della propria dignità. Dicono con chiarezza che nessuno ha scelto di essere dializzato. Dicono che la dialisi è un salvavita. Dicono che, senza continuità terapeutica, non si apre genericamente un disagio: si mette a rischio la sopravvivenza stessa della persona. In queste voci non c’è retorica. C’è la precisione della sofferenza. C’è la descrizione di settimane scandite da quattro ore attaccati a una macchina, da ritorni a casa in condizioni di spossatezza estrema, da giornate vissute come in sospensione, da domeniche considerate “di festa” soltanto perché, per qualche ora, non si è legati a un tubo. È una vita ridotta all’essenziale, governata dalla terapia, regolata dalla fatica, limitata da forze che vengono meno. Eppure, dentro questa prova, resta intatto il bisogno di essere trattati non come numeri, ma come cittadini. Uno dei passaggi più significativi delle interviste riguarda il centro San Giorgio di Pellaro, indicato dai pazienti come presidio essenziale. Non viene descritto come una comodità, ma come una necessità. La differenza è sostanziale. Per chi esce da una seduta di dialisi, percorrere molti chilometri in più per raggiungere casa non è un dettaglio logistico: è un ulteriore sacrificio fisico, spesso insostenibile. Nelle parole raccolte da Palamara c’è un’immagine durissima: all’uscita dalla terapia, alcuni pazienti “strisciano”. È una parola che dovrebbe bastare, da sola, a imporre responsabilità, rapidità, decisione. A questa dimensione esistenziale si affianca poi quella, altrettanto grave, della burocrazia sanitaria. I pazienti raccontano di autorizzazioni, passaggi, visite, carte, filtri amministrativi che si moltiplicano anche quando la patologia è cronica, conclamata, permanente. È la solita macchina pubblica che, anziché alleggerire il peso di chi soffre, finisce per aggravarlo. E così il malato diventa, oltre che paziente, anche praticante di sé stesso: costretto a dimostrare continuamente la propria condizione a un sistema che già la conosce. Ma accanto alla testimonianza dei pazienti, le parole del dottor Pietro Finocchiaro introducono un elemento decisi

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Intervista al dottor Piero Finocchiaro. Dializzati di Calabria, condannati all’attesa Quando la sanità dimentica i malati A Reggio Calabria la protesta dei pazienti dializzati riporta al centro una verità che la politica continua a rinviare: ci sono emergenze che non possono attendere né i tempi della burocrazia né quelli della propaganda. Le voci che abbiamo raccolto raccontano una Calabria dove curarsi, ancora oggi, è una battaglia quotidiana. L'Editoriale di Luigi Palamara Reggio Calabria 26 marzo 2026. Ci sono vicende che non hanno bisogno di enfasi, perché contengono già in sé tutta la loro drammaticità. Basta ascoltarle. Basta, soprattutto, non distogliere lo sguardo. Le testimonianze raccolte a Piazza Italia, a Reggio Calabria, durante il sit-in dei pazienti dializzati davanti alla Prefettura, appartengono a questa categoria di fatti nudi, essenziali, incontrovertibili. Non sono slogan, non sono rivendicazioni astratte, non sono nemmeno polemiche nel senso ordinario del termine. Sono parole di persone che chiedono la cosa più semplice e più alta che uno Stato debba garantire: continuare a vivere con dignità. Quando una paziente racconta di tornare a casa distrutta, di avere una figlia di sedici anni a cui non riesce a dedicare le attenzioni che vorrebbe, di dover accudire anche una madre malata, la questione sanitaria esce immediatamente dai recinti della tecnica e si presenta per ciò che realmente è: una questione umana e civile. La dialisi non pesa soltanto sul corpo; pesa sulla famiglia, sui tempi della vita, sugli equilibri domestici, sulla serenità dei figli, sulla fatica quotidiana di chi, pur malato, continua a sentirsi responsabile degli altri. Ed è forse proprio questo il punto più doloroso che emerge da quelle interviste: i dializzati non parlano come una categoria organizzata, ma come uomini e donne che hanno piena coscienza della propria fragilità e, insieme, della propria dignità. Dicono con chiarezza che nessuno ha scelto di essere dializzato. Dicono che la dialisi è un salvavita. Dicono che, senza continuità terapeutica, non si apre genericamente un disagio: si mette a rischio la sopravvivenza stessa della persona. In queste voci non c’è retorica. C’è la precisione della sofferenza. C’è la descrizione di settimane scandite da quattro ore attaccati a una macchina, da ritorni a casa in condizioni di spossatezza estrema, da giornate vissute come in sospensione, da domeniche considerate “di festa” soltanto perché, per qualche ora, non si è legati a un tubo. È una vita ridotta all’essenziale, governata dalla terapia, regolata dalla fatica, limitata da forze che vengono meno. Eppure, dentro questa prova, resta intatto il bisogno di essere trattati non come numeri, ma come cittadini. Uno dei passaggi più significativi delle interviste riguarda il centro San Giorgio di Pellaro, indicato dai pazienti come presidio essenziale. Non viene descritto come una comodità, ma come una necessità. La differenza è sostanziale. Per chi esce da una seduta di dialisi, percorrere molti chilometri in più per raggiungere casa non è un dettaglio logistico: è un ulteriore sacrificio fisico, spesso insostenibile. Nelle parole raccolte da Palamara c’è un’immagine durissima: all’uscita dalla terapia, alcuni pazienti “strisciano”. È una parola che dovrebbe bastare, da sola, a imporre responsabilità, rapidità, decisione. A questa dimensione esistenziale si affianca poi quella, altrettanto grave, della burocrazia sanitaria. I pazienti raccontano di autorizzazioni, passaggi, visite, carte, filtri amministrativi che si moltiplicano anche quando la patologia è cronica, conclamata, permanente. È la solita macchina pubblica che, anziché alleggerire il peso di chi soffre, finisce per aggravarlo. E così il malato diventa, oltre che paziente, anche praticante di sé stesso: costretto a dimostrare continuamente la propria condizione a un sistema che già la conosce. Ma accanto alla testimonianza dei pazienti, le parole del dottor Pietro Fi

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Intervista all'Onorevole Giuseppe Falcomatà Consigliere Regionale della Calabria (PD). Dializzati di Calabria, condannati all’attesa Quando la sanità dimentica i malati A Reggio Calabria la protesta dei pazienti dializzati riporta al centro una verità che la politica continua a rinviare: ci sono emergenze che non possono attendere né i tempi della burocrazia né quelli della propaganda. Le voci che abbiamo raccolto raccontano una Calabria dove curarsi, ancora oggi, è una battaglia quotidiana. L'Editoriale di Luigi Palamara Reggio Calabria 26 marzo 2026. Ci sono vicende che non hanno bisogno di enfasi, perché contengono già in sé tutta la loro drammaticità. Basta ascoltarle. Basta, soprattutto, non distogliere lo sguardo. Le testimonianze raccolte a Piazza Italia, a Reggio Calabria, durante il sit-in dei pazienti dializzati davanti alla Prefettura, appartengono a questa categoria di fatti nudi, essenziali, incontrovertibili. Non sono slogan, non sono rivendicazioni astratte, non sono nemmeno polemiche nel senso ordinario del termine. Sono parole di persone che chiedono la cosa più semplice e più alta che uno Stato debba garantire: continuare a vivere con dignità. Quando una paziente racconta di tornare a casa distrutta, di avere una figlia di sedici anni a cui non riesce a dedicare le attenzioni che vorrebbe, di dover accudire anche una madre malata, la questione sanitaria esce immediatamente dai recinti della tecnica e si presenta per ciò che realmente è: una questione umana e civile. La dialisi non pesa soltanto sul corpo; pesa sulla famiglia, sui tempi della vita, sugli equilibri domestici, sulla serenità dei figli, sulla fatica quotidiana di chi, pur malato, continua a sentirsi responsabile degli altri. Ed è forse proprio questo il punto più doloroso che emerge da quelle interviste: i dializzati non parlano come una categoria organizzata, ma come uomini e donne che hanno piena coscienza della propria fragilità e, insieme, della propria dignità. Dicono con chiarezza che nessuno ha scelto di essere dializzato. Dicono che la dialisi è un salvavita. Dicono che, senza continuità terapeutica, non si apre genericamente un disagio: si mette a rischio la sopravvivenza stessa della persona. In queste voci non c’è retorica. C’è la precisione della sofferenza. C’è la descrizione di settimane scandite da quattro ore attaccati a una macchina, da ritorni a casa in condizioni di spossatezza estrema, da giornate vissute come in sospensione, da domeniche considerate “di festa” soltanto perché, per qualche ora, non si è legati a un tubo. È una vita ridotta all’essenziale, governata dalla terapia, regolata dalla fatica, limitata da forze che vengono meno. Eppure, dentro questa prova, resta intatto il bisogno di essere trattati non come numeri, ma come cittadini. Uno dei passaggi più significativi delle interviste riguarda il centro San Giorgio di Pellaro, indicato dai pazienti come presidio essenziale. Non viene descritto come una comodità, ma come una necessità. La differenza è sostanziale. Per chi esce da una seduta di dialisi, percorrere molti chilometri in più per raggiungere casa non è un dettaglio logistico: è un ulteriore sacrificio fisico, spesso insostenibile. Nelle parole raccolte da Palamara c’è un’immagine durissima: all’uscita dalla terapia, alcuni pazienti “strisciano”. È una parola che dovrebbe bastare, da sola, a imporre responsabilità, rapidità, decisione. A questa dimensione esistenziale si affianca poi quella, altrettanto grave, della burocrazia sanitaria. I pazienti raccontano di autorizzazioni, passaggi, visite, carte, filtri amministrativi che si moltiplicano anche quando la patologia è cronica, conclamata, permanente. È la solita macchina pubblica che, anziché alleggerire il peso di chi soffre, finisce per aggravarlo. E così il malato diventa, oltre che paziente, anche praticante di sé stesso: costretto a dimostrare continuamente la propria condizione a un sistema che già la conosce. Ma accanto alla testimoni

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